Boom di società russe in Italia: +50% in sei mesi secondo Moody’s. Turismo e immobiliare in crescita nonostante le sanzioni. L’Italia è terza in Europa, dopo Repubblica Ceca e Bulgaria
Dall’ultimo report di Moody’s, l’agenzia di analisi finanziaria che monitora l’impatto delle sanzioni e le attività economiche collegate alla Russia, emerge un forte aumento delle società controllate da capitali russi in Italia. In soli sei mesi le società sono quasi raddoppiate e oggi sono 4.497 quelle attive con almeno il 40% di capitale riconducibile a soggetti o entità russe. Numeri che valgono all’Italia il terzo posto in Europa, dopo Bulgaria e Repubblica Ceca
Un dato sorprendente in un momento storico in cui la maggior parte delle compagnie a capitale russo nel resto d’Europa continua ad arretrare a causa delle sanzioni.
ITALIA: BOOM DI SOCIETÀ RUSSE
In soli sei mesi, le società italiane controllate da capitali russi sono passate da 2.564 a 4.497 secondo Moody’s, segnando un boom sorprendente, nonostante le sanzioni. Dati che dimostrano come le punizioni e l’isolamento finanziario e diplomatico da soli non bastano a bloccare la proliferazione di tali attività.
Pur trattandosi di società di piccola o media dimensione, con fatturati limitati, queste imprese generano un giro di affari complessivo superiore ai 2,5 miliardi di euro. Le imprese si concentrano soprattutto nei settori del turismo, dell’accoglienza e dell’immobiliare, coerentemente con la distribuzione settoriale osservata nei dati europei. Nonostante la normativa italiana preveda la tracciabilità dei flussi, Moody’s non è riuscita a determinare con certezza se i fondi provengano direttamente da Mosca o da intermediari.
I PRECEDENTI: L’ISAB PRIOLO E IL CASO FORTE VILLAGE RESORT
Non è la prima volta che capitali russi assumono un peso strategico sul territorio italiano. Fino al 2023, ad esempio, la raffineria ISAB di Priolo, in Sicilia, era controllata dal gruppo russo Lukoil. Sotto la pressione delle sanzioni, la sua cessione ha sollevato una serie di interrogativi sulla reale capacità dell’Italia di ridurre rapidamente la dipendenza da asset industriali russi. Per non parlare delle implicazioni sull’occupazione, sulla sicurezza energetica e sulla gestione strategica di asset industriali critici.
Anche nel settore turistico il caso del Forte Village Resort, in Sardegna, e’ stato emblematico. La struttura alberghiera di lusso, a lungo di proprietà di un oligarca russo, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, fu trasferita a una rete di individui della stessa famiglia. Un’operazione che fece scalpore internazionale e soprattutto rivelò la facilita con cui asset di pregio possono rimanere operativi pur cambiando formalmente intestazione.
REPUBBLICA CECA PRIMA IN EUROPA PER CAPITALI RUSSI
La Repubblica Ceca è il primo Paese dell’Unione Europea per presenza di società con capitale russo: oltre 12.400 imprese identificate da Moody’s dimostrano una presenza significativa e distribuita in vari settori dell’economia. Le imprese a controllo russo includono società nei servizi, nel commercio e nel settore immobiliare, così come strutture di holding e aziende collegate al settore energetico e del gas. La più nota e’ Vemex, una società di gas naturale controllata indirettamente dal colosso energetico russo Gazprom.
Tra le prime mosse del nuovo esecutivo guidato da Andrej Babis c’è stato il rifiuto di fornire aerei da caccia militari all’Ucraina, l’opposto di quanto fatto dall’ex primo ministro Petr Fiala, che negli scorsi anni ha offerto pieno supporto a Kiev con il più massiccio invio di munizioni registrato in Europa. Che la presenza di un polo di energia strategico sul territorio ceco sia ancora oggi leva d’influenza delle scelte di politica estera?
BULGARIA SECONDA
Seconda in Europa per numero di società russe è la Bulgaria, che conta circa 9.500 imprese secondo Moody’s. Migliaia di esse operano nei settori dell’immobiliare, del commercio e delle holding finanziarie, ma esistono anche asset industriali di grande rilievo legati a gruppi russi.
Uno su tutti la raffineria Lukoil-Neftochim di Burgas, controllata dal colosso petrolifero russo Lukoil. Questa struttura è la più grande raffineria nei Balcani, con una capacità produttiva di circa 190.000 barili al giorno, una vasta rete di distribuzione di carburanti e una posizione strategica nel mercato energetico del Sud-Est europeo.
Negli ultimi mesi la raffineria è finita sotto pressione per le sanzioni contro Russia e Lukoil e il governo bulgaro ha dovuto avviare misure cautelative per evitarne uno stop operativo che avrebbe pericolosamente bloccato il paese.
SOFIA NEL MIRINO DI MOSCA?
All’indomani della caduta del governo che ha traghettato la Bulgaria verso l’adozione dell’euro, le dimissioni del presidente Rumen Radev segnano la perdita dell’ultimo baluardo istituzionale rimasto a Sofia. Noto per le posizioni nettamente antieuropeiste, le sue dimissioni e la sua discesa in campo per “cambiare la rotta del paese” la dicono lunga. La Bulgaria si accingue dunque a una nuova virata verso est?

