“La Grazia” di Sorrentino mostra la vera solitudine del Presidente: tra dilemmi etici e costituzionali, il Colle e le sue prerogative raccontate dal grande regista
La Grazia arriva domani nelle sale italiane, confermando l’interesse di Paolo Sorrentino per il racconto del potere nel suo punto più alto e, insieme, più vulnerabile: quello della decisione che accompagna l’esercizio delle funzioni costituzionali e della responsabilità che ne deriva.
IL QUIRINALE AL CENTRO DEL RACCONTO
Dopo The Young Pope, Il Divo, ritratto di Giulio Andreotti, e Loro su Silvio Berlusconi, il protagonista è il Presidente della Repubblica. È la prima volta che il cinema italiano entra così direttamente nel cuore simbolico del Quirinale, non per raccontarne i rituali ma la sostanza della funzione.
Lo spazio narrativo diventa così il luogo di una riflessione sul potere di garanzia, sulla sua dimensione morale e sul suo inevitabile isolamento.
Il Presidente immaginato dal film incarna la figura delineata dall’articolo 87 della Costituzione: rappresentante dell’unità nazione, garante dell’equilibrio tra i poteri, titolare di prerogative che spaziano dalla promulgazione delle leggi alla nomina del Presidente del Consiglio, fino alla concessione della grazia e alla commutazione delle pene.
IL POTERE DI GRAZIA: TRA DIRITTO E COSCIENZA
È proprio il potere di grazia a occupare una posizione centrale nel racconto, rivelandone la natura non soltanto giuridica, ma profondamente etica e simbolica.
Apparentemente marginale e talvolta percepito come un residuo del passato, esso continua a rappresentare uno dei punti di massima tensione tra diritto e coscienza, tra legalità formale e giustizia sostanziale.
Non a caso, la Corte Costituzionale è intervenuta nel 2006, chiarendo che la grazia costituisce un atto propriamente presidenziale.
Essa non corregge la sentenza né nega la colpa, ma incide sull’esecuzione della pena in nome di un’esigenza che eccede il diritto positivo e che tuttavia l’ordinamento costituzionale riconosce come necessaria.
Le prerogative presidenziali diventano così l’occasione per mettere in scena i dubbi di un Capo dello Stato che è, prima di tutto, una persona: chiamata a esercitare poteri altissimi in una condizione di solitudine.
UNA LEGGE SUL FINE VITA DA FIRMARE
Il racconto colloca questa solitudine nel tempo sospeso del semestre bianco, gli ultimi sei mesi del mandato presidenziale, quando il Presidente non può sciogliere le Camere. In questo contesto egli è chiamato a promulgare una legge sul fine vita approvata dal Parlamento.
Nei trenta giorni previsti dalla Costituzione per la promulgazione, i dubbi si moltiplicano: non soltanto sulla compatibilità costituzionale del testo, ma anche sulle questioni etiche che l’eutanasia inevitabilmente solleva.
“Di chi sono i nostri giorni?” diventa la domanda che attraversa il film e che conduce il Presidente a osservare le diverse forme di sofferenza inscritte nelle relazioni umane.
DILEMMI ETICI E COSTITUZIONALI
È in questo spazio temporale che La Grazia mette in scena il peso della decisione di chi è chiamato a scegliere quando la legge, pur necessaria, non è sufficiente.
È difficile non cogliere, in questa narrazione, un riflesso del dibattito contemporaneo sul disegno di legge in materia di fine vita. Come accade per la grazia, anche il fine vita costringe l’ordinamento a confrontarsi con la singolarità estrema dell’esperienza umana: il corpo che soffre, la volontà individuale, il limite irreversibile.
La Costituzione non elimina questo conflitto, ma lo accoglie e lo rende visibile, lo istituzionalizza. Il potere di grazia e il dibattito sull’eutanasia non rappresentano anomalie del sistema, bensì luoghi in cui il sistema manifesta il suo volto più profondo.
IL PRESIDENTE IMMAGINATO DA SORRENTINO
Il Presidente immaginato da Sorrentino è un ex magistrato, vedovo, amante del rap, immerso in un immobilismo che è insieme personale e funzionale, interrotto soltanto dalle sollecitazioni della figlia, consulente al Quirinale.
I richiami biografici a figure della storia repubblicana come Saragat, Scalfaro e Mattarella, tutti affiancati durante il mandato dalle figlie, in una silenziosa missione istituzionale parallela, emergono senza mai scivolare nell’imitazione.
La decisione centrale del film è la concessione della grazia a una donna condannata per l’omicidio del marito violento. Qui il racconto cinematografico intercetta con precisione la realtà costituzionale: la grazia è un atto di alta discrezionalità che grava interamente sul Presidente, spazio di responsabilità individuale ed esclusivo del capo dello Stato, mentre il Ministro della giustizia resta estraneo al contenuto dell’atto, limitandosi a un ruolo meramente formale.
Nel rappresentare questo potere solitario, La Grazia si avvicina alla prassi più recente, pur con una differenza significativa: nel film la grazia non viene concessa.
DAL CINEMA ALLA REALTÀ: IL CASO MATTARELLA-CIONI, L’INTERRUZIONE ANTICIPATA
Il riferimento reale è alla clemenza concessa dal Presidente Mattarella a Franco Cioni, comunicata dal Quirinale il 22 dicembre 2025, condannato per l’omicidio volontario della moglie gravemente malata e in stato terminale.
Un caso che ha riportato al centro il dibattito sull’urgenza di una disciplina organica sul fine vita e che mostra come, in assenza di una scelta legislativa compiuta, la funzione di garanzia presidenziale sia chiamata a svolgere un ruolo supplente.
Nel film, il Parlamento accoglie le modifiche suggerite dal Quirinale e il Presidente promulga la legge sul fine vita. È l’ultimo atto del settennato, prima delle dimissioni volontarie.
L’interruzione anticipata del mandato richiama precedenti storici, Leone, Segni, Cossiga, Napolitano, sebbene per ragioni differenti. Qui, tuttavia, la scelta assume un significato diverso: il Presidente lascia il Colle per partecipare, da senatore di diritto e a vita, all’elezione del successore, ma soprattutto per sottrarsi alla gravità permanente della funzione e tornare allo spazio privato dopo aver esercitato la responsabilità pubblica.
“I giorni sono nostri“, afferma, “ma non basta tutta la vita per comprenderlo”.

