E’ il vice capo dello staff della Casa Bianca e sta trasformando il Dipartimento di Stato americano in una “macchina anti-immigrazione”, alzando l’asticella della politica aggressiva Maga. Chi è Stephen Miller
Braccio destro di Donald Trump fin dalla prima campagna elettorale e suo speechwriter, dà voce alla corrente più estrema dei Maga sia sulle questioni interne e adesso anche su quelle estere.
Usa la retorica nazionalista ai massimi livelli: c’è lui (insieme a Steve Bannon) dietro il discorso inaugurale della “carneficina americana” (American carnage) del presidente Usa il 20 gennaio 2017 in cui l’America viene definito un paese “depredato, indebolito, attraversato da violenza e declino”.
CHI È STEPHEN MILLER
40 anni, nato a Santa Monica, da sempre Miller ha visto nello scontro la costruzione della sua identità politica. Al liceo trasformava scontri locali in casi nazionali usando i media conservatori come megafono.
A 16 anni espresse su un sito web di Santa Monica il suo disprezzo per i compagni di classe ispanici, che parlavano con difficoltà l’inglese. Poi gli anni alla Duke University e la partecipazione a gruppi di nazionalisti bianchi. Dopo la laurea arriva a Washington come staffer e poi in Senato con Jeff Sessions, falco repubblicano. Nel 2016 entra nello staff di The Donald. E’ Steve Bannon a convincerlo a dare fiducia a Miller. Nel primo mandato di Trump è stato l’architetto delle politiche sull’immigrazione. Oggi è tornato ai vertici del team come Deputy Chief of Staff for Policy.
CHI HA POTERE VINCE
Non è cinica realpolitik ma una visione del mondo in cui chi ha potere lo applica. La visione politica di Miller è quella in cui esiste solo il rapporto di forza: la sovranità deve essere visibile e, se necessario, violenta.
“Viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza: è una ferrea legge in vigore fin dall’alba dei tempi” ha detto. I toni sono quelli dello scontro portato ai massimi livelli. Ha scandalizzato lo stesso tycoon con alcune sue esternazioni come quando criminalizzò il partito democratico definendolo: “organizzazione estremista domestica che difende solo i criminali, le gang, gli immigrati killer e terroristi”. Definizione che persino Trump aveva giudicato un po’ eccessiva.
LA MACCHINA ANTI-IMMIGRAZIONE
La sua prima iniziativa nello staff del primo Trump (2017) fu il travel ban che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di numerosi Paesi islamici. La collocazione di Miller, come riporta The Guardian, si pensa abbia un preciso disegno dell’amministrazione volta a “installare persone di fiducia nelle posizioni chiave e trasformare il Dipartimento di Stato in una macchina anti-immigrazione”.
Negli ultimi mesi ha trasformato le operazioni del dipartimento di stato su visti e rifugiati in quello che alcuni diplomatici hanno descritto come un feudo personale. Nella primavera 2025 ha imposto il target di 3.000 arresti al giorno (nel 2024 l’ICE ne registrava circa 170.000 annui). Ora non si cerca più solo il criminale ma il volume. Con raid nei luoghi di lavoro e arresti collaterali. L’obiettivo è rendere la vita quotidiana dell’irregolare impossibile e spingendolo all’“autodeportazione”.
Oltre all’ICE ha attivato i “force multipliers”: accordi che trasformano le polizie locali delle contee repubblicane in agenti federali de facto e in alcuni casi, l’uso della Guardia Nazionale. Durante il primo mandato di Trump era nota la “chiamata di Stephen Miller”, un incontro mattutino con una ristretta cerchia di diplomatici conservatori in cui Miller su visti e immigrazione faceva pressione sui funzionari affinché accelerassero i negoziati per accettare i deportati che non possono o non devono essere rimandati nei loro paesi di origine e facendo pressioni per la revoca dei visti individuali per i critici della guerra di Israele a Gaza o di Charlie Kirk.
LA POLITICA ESTERA
La stessa logica sovranista e violenta applicata sull’immigrazione Miller la sta spostando in politica estera. Sulla Groenlandia sta spingendo per considerare l’acquisizione territoriale un’opzione strategica concreta. Ha dichiarato fondate le pretese di Trump sul paese e ha messo in dubbio la legittimità della sovranità danese. Ha definito i trattati che garantiscono l’indipendenza e la sovranità delle nazioni “international niceties”, cioè sottigliezze buoniste. Sul Venezuela appoggia la politica da falco contro Maduro e con zero aperture diplomatiche. Sull’Ucraina e sull’Europa gli alleati devono obbedire o pagare.
I DISCORSI DA SPEECHWRITER
E’ stato anche speechwriter di Trump e ha scritto alcuni dei suoi discorsi più duri. Compreso quello incendiario del 6 gennaio 2021 davanti a una folla Maga che poi assalì il Congresso. Ha lavorato anche alla stesura del Project 2025, del quale diventerà testimonial. Poi la rottura con gli autori della Heritage Foundation e la creazione di una sua organizzazione trumpiana, America First Legal.
La retorica incendiaria che fomenta lo scontro e la violenza non lo abbandona e parlando dei recenti episodi di violenza politica, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk e il tentato assassinio di Donald Trump, Miller ha accusato il Partito Democratico di incoraggiare tali attacchi.
MAGA: UN AFFARE DI FAMIGLIA
Sposa Katie Waldman che ha lavorato nell’ufficio stampa del presidente ed è stata portavoce del suo vice, Mike Pence. Ora podcaster conservatrice è saltata agli onori della cronaca per il suo post su X in cui aveva pubblicato la mappa della Groenlandia con i colori della bandiera Usa con sotto la scritta “Soon” (“Presto”). Nel 2020 si sono sposati di fronte al presidente nell’allora Trump Hotel di Washington, fallito e diventato un Waldorf Astoria.

