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Chi è Pavel Durov, il fondatore di Telegram ricercato da Mosca per favoreggiamento del terrorismo

Pavel Durov, l’imprenditore russo patron di Telegram, è ricercato dall’FSB, l’erede del KGB per la sicurezza interna della Russia, per favoreggiamento del terrorismo. Secondo Mosca non avrebbe rimosso canali, chat e bot utilizzati dall’intelligence ucraina per organizzare sabotaggi, attentati e reclutare giovani russi da coinvolgere in operazioni contro il proprio paese 

Il colmo è che proprio l’uomo ricercato oggi dalla Russia è coinvolto dal 2024 in Francia in un procedimento giudiziario che muove da presupposti quasi speculari. Come ha osservato l’Espresso, Pavel Durov si trova in una posizione paradossale: se per Mosca ha protetto troppo le comunicazioni dei suoi utenti, per Parigi le ha controllate troppo poco. Due accuse quasi opposte che riportano, alla fine, alla stessa domanda: quanto è responsabile il proprietario di una piattaforma per quello che gli utenti fanno al suo interno?

CHI È PAVEL DUROV

Pavel Durov nasce a Leningrado, oggi San Pietroburgo, nel 1984. Ma, per la serie “Copertino poteva essere Cupertino”, la sua biografia passa per il Piemonte dell’Olivetti: trascorre parte della sua infanzia a Torino, dove il padre, filologo classico, insegna all’università. Una strada che seguirà anche lui una volta tornato in Russia, laureandosi nel 2006 in filologia all’Università Statale di San Pietroburgo.

È in quegli anni che fonda VKontakte, o VK, una piattaforma simile a Facebook che gli farà conquistare il soprannome di “Zuckerberg russo”. VK diventa rapidamente il principale social network del paese, finendo presto nelle brame del Cremlino. Il primo vero scontro arriva durante le proteste anti-Putin seguite alle contestate elezioni parlamentari del 2011, quando l’FSB gli chiede di chiudere alcuni gruppi utilizzati dall’opposizione per organizzare le manifestazioni. Durov si rifiuta. Nel 2014 si rifiuta ancora, stavolta di fornire all’FSB i dati degli amministratori di gruppi che sostenevano le proteste ucraine di Euromaidan. Nello stesso anno perde il controllo di VK, vende la quota che gli resta e lascia la Russia.

Nel frattempo, nel 2013, insieme al fratello Nikolai lancia Telegram, un’app di messaggistica nata con l’obiettivo di offrire uno strumento di comunicazione resistente alla sorveglianza statale. A renderla particolarmente attraente per dissidenti e attivisti (ma anche per gruppi criminali ed estremisti) è la possibilità di comunicare usando uno username, senza rendere pubblico il proprio numero di telefono, di creare grandi canali e ricorrere, nelle chat segrete, alla crittografia end-to-end e ai messaggi con timer di autodistruzione.

Durov vive da anni a Dubai, dove Telegram ha stabilito la propria sede. Ha la cittadinanza emiratina e, dal 2021, anche quella francese, ottenuta attraverso una procedura speciale riservata a personalità straniere considerate un valore per il prestigio e l’influenza della Francia.

COME SI FINANZIA TELEGRAM

Pur avendo superato il miliardo di utenti, Telegram mantiene una struttura molto piccola, con un team centrale di poche decine di dipendenti basato a Dubai. Nel solo primo semestre del 2025 ha generato circa 870 milioni di dollari di ricavi grazie agli abbonamenti Premium, alla pubblicità e, per una quota significativa, agli accordi commerciali legati alla criptovaluta Toncoin. 

Telegram non è quotata in Borsa ed è, per quanto noto, controllata interamente da Pavel Durov. Negli ultimi anni ha finanziato la propria crescita anche attraverso emissioni obbligazionarie, cioè prestiti raccolti presso investitori e convertibili in azioni in caso di una futura quotazione. L’ultima raccolta di capitali, nel maggio 2025, valeva 1,7 miliardi di dollari. Anche se la composizione completa degli investitori non è pubblica, secondo il Wall Street Journal, tra i sottoscrittori figuravano BlackRock, il fondo sovrano emiratino Mubadala e Citadel. 

Più delicata è la questione della provenienza dei capitali che hanno finanziato Telegram nel tempo. Nel gennaio 2026 il Financial Times ha riportato che circa 500 milioni di dollari di vecchie obbligazioni della società risultavano ancora bloccati presso il National Settlement Depository di Mosca, intrappolati nel sistema finanziario del paese a causa delle sanzioni occidentali. Il Financial Times ha interpretato la vicenda come il segno di una persistente esposizione di Telegram al capitale russo. Durov ha respinto questa lettura, sostenendo che oggi la società non dipenda da finanziatori russi e che nessun investitore del paese abbia partecipato all’emissione obbligazionaria da 1,7 miliardi di dollari del 2025, senza però smentire l’esistenza dei circa 500 milioni ancora bloccati presso il depositario.

PERCHÉ MOSCA ORA VUOLE DUROV

Il 29 luglio 2026 il Servizio di sicurezza federale russo, l’FSB, ha accusato formalmente Pavel Durov di favoreggiamento del terrorismo e ha annunciato il suo inserimento nella lista internazionale dei ricercati. Secondo l’FSB, Telegram non avrebbe eliminato numerosi canali utilizzati dall’intelligence ucraina e da gruppi estremisti per preparare e coordinare attacchi, omicidi e frodi informatiche in Russia. Mosca sostiene inoltre che un bot della piattaforma sia stato utilizzato per reclutare giovani russi da coinvolgere in operazioni ai danni della madrepatria. 

“La Russia mi ha definito un “terrorista” per essermi rifiutato di accettare le sue richieste di sorveglianza di massa e censura su Telegram. Secondo la legge russa, ora mi è vietato “pubblicare informazioni su Internet”. I funzionari russi sembrano chiaramente confusi su chi possa bandire chi da Internet” ha commentato ironico Durov su X. Nel caso la sua posizione fosse ancora poco chiara, sull’account ufficiale di Telegram è poi comparsa una foto di Durov con il dito medio alzato.

Il Cremlino aveva già tentato di bloccare Telegram nel 2018, dopo il rifiuto della società di fornire alle autorità l’accesso richiesto alle comunicazioni degli utenti. Il blocco, facilmente aggirabile tramite VPN e proxy e per questo tecnicamente poco efficace, venne revocato nel 2020. Nel 2026 Mosca ha ripreso a limitare il servizio, estendendo la stretta anche agli strumenti utilizzati per eludere la censura, bloccando centinaia di VPN e interferendo con alcuni dei loro protocolli. Tuttavia, Telegram resta accessibile attraverso alcuni di questi servizi e continua ad essere utilizzato in Russia, anche da esponenti dello stesso apparato statale che tenta di limitarlo.

E LA FRANCIA LO ASPETTA AL VARCO

L’accusa di Mosca arriva quasi due anni dopo l’arresto di Durov in Francia, avvenuto il 24 agosto 2024. Quattro giorni dopo, due giudici istruttori lo hanno formalmente posto sotto indagine per una serie di reati legati all’utilizzo di Telegram da parte di organizzazioni criminali. Tra le contestazioni figurano la complicità nella gestione di una piattaforma online utilizzata per facilitare transazioni illecite, il rifiuto di fornire alle autorità informazioni richieste e diverse ipotesi di complicità relative, tra l’altro, alla diffusione di materiale pedopornografico, al traffico di stupefacenti e alle frodi organizzate. Durov è stato poi rilasciato sotto controllo giudiziario, dopo il pagamento di una cauzione di cinque milioni di euro. E anche se nel 2025 le autorità francesi gli hanno consentito di tornare a Dubai, le indagini restano aperte.

Nel giro di due anni, quindi, Durov si ritrova sotto procedimento in due paesi per due versioni quasi opposte dello stesso problema: quanto controllo avrebbe dovuto esercitare sulla sua creazione. Una piattaforma come Telegram sembra porre tanto a uno Stato democratico quanto a uno autoritario lo stesso dilemma. Dove termina la responsabilità della piattaforma e dove comincia quella dell’utente? E, soprattutto, fino a che punto Durov può essere chiamato a vigilare su ciò che vi accade e a collaborare con le autorità senza tradire quella promessa di riservatezza che è alla base di Telegram?

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