Oggi in aula il voto di fiducia alla Camera sul decreto lavoro varato lo scorso 1° maggio. Dal principio di equivalenza ai contratti pirata, ecco le misure che verranno approvate
Il decreto lavoro, riformulato e presentato dai relatori di maggioranza Tiziana Nisini (Lega), Walter Rizzetto (FdI) e Chiara Tenerini (FI), è stato approvato dal governo su spinta di Palazzo Chigi e della ministra del Lavoro Marina Calderone e si appresta oggi al passaggio parlamentare con voto di fiducia. Il provvedimento, presentato come un intervento organico sul mercato del lavoro, è stato profondamente modificato, soprattutto sul nodo dei contratti collettivi e dei cosiddetti contratti “pirata”. Ecco tutte le novità del testo approvato dal governo (che fa infuriare sindacati).
STOP AI CONTRATTI “EQUIVALENTI”, MA RESTA IL NODO TEC
La modifica più rilevante riguarda il ritiro del principio di “equivalenza”, che avrebbe consentito l’accesso agli incentivi per le assunzioni anche applicando contratti firmati da sindacati non rappresentativi, purché garantissero trattamenti simili ai contratti leader. La norma è stata eliminata dopo le critiche di sindacati e opposizioni, secondo cui non si chiuderebbe affatto la porta ai contratti pirata.
Resta centrale il concetto di Trattamento economico complessivo (Tec), che definisce il “salario giusto”. Il Tec include tutte le componenti della retribuzione, anche indirette e differite, comprese forme di welfare aziendale. Questo punto continua a dividere: secondo i critici, la possibilità di includere il welfare rischia di alterare il confronto tra contratti e lasciare margini ai contratti meno tutelanti.
CONTRATTI PIRATA: TRA CORREZIONI E ACCUSE DI RETROMARCIA
Resta il nodo dei contratti pirata, su cui si focalizza il dibattito politico. Dopo una prima apertura, il governo ha fatto marcia indietro eliminando i riferimenti più espliciti, ma secondo le opposizioni alcune modifiche successive ne attenuerebbero comunque il contrasto. In particolare, la definizione di salario legata al Tec e alcune formulazioni sugli incentivi continuano, secondo le critiche, a lasciare spazi indiretti a contratti firmati da sigle minori.
INCENTIVI: LA STRETTA SUI REQUISITI
Il decreto mantiene l’impianto degli incentivi all’occupazione, rafforzandoli per giovani, donne e aree svantaggiate. L’accesso agli sgravi resta però vincolato al rispetto del salario “giusto” e all’incremento occupazionale netto, introducendo una condizionalità esplicita: gli incentivi non sono solo una leva economica, ma anche uno strumento per orientare le pratiche contrattuali delle imprese.
SOMMINISTRAZIONE, ESTESO IL LIMITE DEI CONTRATTI
Tra le modifiche più discusse emerge l’estensione della durata massima dei contratti di somministrazione, che passa da 24 a 36 mesi. La misura amplia la flessibilità per le imprese, ma viene letta dalle opposizioni come un possibile allentamento delle tutele per i lavoratori precari.
CONTRATTI SCADUTI, TUTELA PARZIALE SUI SALARI
Il governo interviene anche sulla gestione dei contratti collettivi scaduti, introducendo un meccanismo di tutela transitoria per i lavoratori in attesa di rinnovo. In caso di mancato rinnovo e di accordo tra le parti, infatti, è prevista un’indennità legata all’andamento dell’inflazione, riconosciuta in misura pari a circa il 50% dell’indice dei prezzi. La norma punta a evitare una perdita immediata e totale del potere d’acquisto nei periodi di vacanza contrattuale, che negli ultimi anni si sono progressivamente allungati, ma viene considerata insufficiente dai sindacati.
CAPORALATO DIGITALE E PIATTAFORME: RIDIMENSIONATE LE NORME
Sul fronte delle nuove forme di lavoro, alcune norme inizialmente previste per rafforzare i controlli sulle piattaforme digitali risultano ridimensionate. In particolare, vengono attenuati gli interventi sugli algoritmi e sulla gestione dei rider, mentre alcuni settori – tra cui i servizi digitali professionali, il lavoro freelance intermediato da piattaforme e alcune attività di micro-lavoro online, oltre a taxi e ncc – restano esclusi dalla stretta.


