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Delfin Mps

Cosa farà Delfin su Mps? Il rebus degli eredi Del Vecchio

Delfin, primo azionista di Mps con il 17,5%, si avvicina al voto sulle Ops dopo mesi in cui gli otto soci hanno preso posizioni diverse su quote, governance e partecipazioni finanziarie. Troveranno una quadra sul Monte? 

A meno di un mese dall’assemblea straordinaria degli azionisti Mps chiamata ad autorizzare le Ops lanciate su Banco Bpm e Banca Generali, Luigi Lovaglio non ha ancora in tasca il sostegno dichiarato dei soci di peso. Delfin è il primo azionista del Monte davanti a Caltagirone; ma con il Tesoro che ha già annunciato di non partecipare al voto e Banco Bpm che dovrebbe astenersi sul punto che la riguarda, il voto della holding dei Del Vecchio vale anche di più. 

A decidere sarà il consiglio presieduto da Francesco Milleri e guidato da Romolo Bardin, che avrebbe già iniziato a sondare gli animi degli 8 soci. Negli ultimi mesi quasi tutti hanno imboccato la stessa strada, spostare le proprie quote di Delfin in holding personali. Le maggioranze restano però mobili quando si tratta di decidere chi possa farlo, con quali tempi e con quanta autonomia. E cambiano ancora quando entrano in gioco le risorse di Delfin e gli asset da sacrificare o preservare. Il 29 ottobre potrebbe quindi offrire il primo indizio concreto sulle finestre che si apriranno nella monade finanziaria dei Del Vecchio. 

APRILE, BOARD COMPATTO SU MPS E MAGGIORANZE DIVERSE TRA GLI EREDI

La prima fotografia sembra semplice. Ad aprile su Mps il consiglio di Delfin si muove compatto: la holding sostiene la lista che riporta Lovaglio alla guida del Monte e pochi giorni dopo Francesco Milleri rivendica la scelta: “È stato un voto all’unanimità del board“. L’unanimità riguarda però il consiglio, non gli otto proprietari.

Il 27 aprile, infatti, sulle scelte interne il consenso cambia già forma. Sei soci su otto approvano il piano da circa 10 miliardi con cui Leonardo Maria puntava a rilevare il 25% di Luca e Paola e salire al 37,5% di Delfin; contrari Claudio Del Vecchio e Rocco Basilico. Nella stessa assemblea l’aumento della distribuzione dei dividendi passa invece con sette voti e il solo no di Basilico. Rocco resta così l’unico contrario in entrambe le votazioni, mentre Claudio si sfila soltanto sul progetto che avrebbe concentrato il 37,5% di Delfin in Leonardo Maria.

A GIUGNO SI DIVIDE ANCHE IL BOARD

A giugno la divisione entra anche nel cda. Il 24 giugno il board esamina la lettera di patronage richiesta dalle banche per il finanziamento da circa 11 miliardi con cui Leonardo Maria avrebbe acquistato le quote di Luca e Paola. Francesco Milleri e Mario Notari votano a favore; Romolo Bardin, Aloyse May e Giovanni Giallombardo non sostengono la proposta. Repubblica li indica prima come contrari e, in una successiva ricostruzione, come astenuti. Resta il fatto che, sul passaggio necessario a finanziare il riassetto di Leonardo Maria, Milleri non gli si oppone ma si schiera dalla sua parte. 

Pochi giorni dopo si forma un’altra maggioranza. Clemente, Leonardo Maria, Paola, Luca e Nicoletta Zampillo chiedono l’introduzione dei commissari per l’audit, cioè un organo previsto dallo statuto per controllare più da vicino l’operato del consiglio. La lettera, visionata da Repubblica, raccoglie cinque degli otto soci; restano fuori Claudio, Marisa e Rocco.

SULLE HOLDING PERSONALI IL CONSENSO CAMBIA PER OGNI EREDE

Il 30 giugno Clemente, Rocco Basilico e Leonardo Maria chiedono di trasferire il proprio 12,5% in holding personali. Le tre richieste raccolgono rispettivamente cinque, quattro e due voti favorevoli; Leonardo Maria è assente e nessuna richiesta raggiunge l’unanimità necessaria. Stessa operazione, dunque, ma tre livelli di consenso diversi.

Dopo il mancato via libera, la questione approda nei tribunali lussemburghesi. Leonardo Maria e’ l’unico a chiedere di respingere la proroga o almeno ridurla, ma il 29 settembre la giudice accoglie invece altri sei mesi per l’esercizio della prelazione. L’ordinanza, ricostruita da Quotidiano Nazionale, chiarisce chi si è mosso sul fronte opposto: Paola e Luca avrebbero sollecitato Delfin a chiedere più tempo e, all’udienza sarebbero intervenuti con Parsus e Lufin, i veicoli a cui hanno trasferito le proprie quote questo settembre, a sostegno della richiesta della holding; altrettanto avrebbe fatto Claudio attraverso la sua CDV Holdings. Anche se, per il momento, il fronte della proroga identifica solo chi ha chiesto altro tempo e non ancora chi intenda esercitare la prelazione e come.

Se si cercasse una risposta guardando soltanto alle scelte fatte finora dagli eredi, si potrebbe concludere che Marisa e Nicoletta sono le sole a tenere ancora saldamente la propria quota nella cassaforte di Delfin. Claudio mostra una prudenza simile, anche se parte da una situazione diversa: la sua partecipazione è da anni in CDV Holdings, costruita sotto Leonardo Del Vecchio e con vincoli più stretti, e finora si e’ mosso soprattutto da freno al riassetto. Luca e Paola hanno appena spostato le proprie quote, ma insieme appoggiano la proroga per gli altri tre richiedenti. E sul fallito acquisto delle loro partecipazioni, rincarano e . Poi c’è Rocco, anche lui vuole migrare la sua quota in una holding personale, e ha proposto di vendere gli asset finanziari per sostenere il riassetto. E poi c’è Leonardo Maria, che ha mostrato più apertamente di tutti la volontà di aumentare il proprio peso nella holding e, insieme, l’autonomia della propria quota. In questo quadro, la noia dell’impasse, unita al fatto che quasi tutti abbiano ormai imboccato la strada dei veicoli personali, potrebbe finire per avvicinare anche chi finora si è trovato quasi sempre su fronti diversi.

RESTARE SOCI DI PESO DI MPS O PASSARE A INTESA?

A giugno, dopo il naufragio del piano di Leonardo Maria, Rocco Basilico aveva proposto una strada diversa per organizzare il riassetto tra gli eredi: vendere Mps, Generali e UniCredit e usare la liquidità per rilevare le quote degli intenzionati a uscire, lasciando in Delfin EssilorLuxottica. Non concentrare quindi il capitale in un solo socio facendo leva su risorse esterne, ma finanziare il riassetto sacrificando parte del portafoglio finanziario.

La proposta non aveva riscosso successo, ma aiuta a leggere il bivio di oggi. Il 28 settembre Dagospia ha riferito, senza indicarne tutti i nomi, che una maggioranza degli otto soci sarebbe orientata verso l’Opas di Intesa, con Leonardo Maria tra i favorevoli. Resta un’indiscrezione, ma sembra riaprire la stessa tensione che attraversa la monade da mesi: quanto continuare a puntare sull’influenza e quanto cercare una maggiore disponibilità del patrimonio?

Se le Ops lanciate da Lovaglio, al voto il 29 ottobre, andassero entrambe in porto, gli attuali azionisti del Monte conserverebbero complessivamente il 50,1% del nuovo gruppo e Delfin scenderebbe dal 17,5% a circa l’8,8%, restando però tra i soci di riferimento di una banca molto più grande. Il piano prevede inoltre 4 miliardi di distribuzioni agli azionisti Mps, in parte cash e in parte in azioni Generali. Delfin riceverebbe così ulteriori titoli del Leone, di cui possiede già circa il 10,15%.Per la holding significherebbe diluire la propria quota, ma conservare una partecipazione ancora rilevante nel nuovo gruppo e aumentare ulteriormente quella in Generali.

Intesa offre qualcosa di diverso. L’Opas prevede 1,6 azioni Intesa più un euro cash per ogni azione Mps. In ordine di grandezza, il 17,5% di Delfin nel Monte diventerebbe così circa il 3,8% di Intesa, oltre alla componente cash. La holding perderebbe il ruolo di primo azionista di Mps per ritrovarsi con una quota molto più piccola in un gruppo molto più grande e liquido. Di nuovo il dilemma: restare un socio di peso o guadagnare più libertà nell’uso del capitale? Il voto di Delfin sulle Ops non scioglierà il nodo una volta per tutte, ma sarà un primo banco di prova per capire come quella tensione si tradurrà in una scelta concreta.

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