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Cosa non torna nel Board of Peace: parla il prof. De Guttry (Università Sant’Anna)

Tutto sul Board of Peace: il testo problematico dell’accordo, come entra in vigore, la sfida all’Onu, il veto della Costituzione. L’intervista al professor Andreas M.T. de Guttry, professore ordinario di Diritto internazionale alla Scuola Sant’Anna di Pisa.

La premier Giorgia Meloni non entrerà nel Board of Peace per Gaza. Alla base della decisione, secondo quanto ha spiegato, ci sarebbero problemi di compatibilità con la Costituzione italiana. Ma quali sono, concretamente, i nodi giuridici? Come si aderisce al Board of Peace e cosa c’è di anomalo nei suoi meccanismi? Lo abbiamo chiesto al prof. Andreas M.T. de Guttry, ordinario di Diritto internazionale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Secondo il giurista, il testo dell’accordo sul Board of Peace presenta diversi profili critici: dal principio di parità tra Stati previsto dall’articolo 11 della Costituzione, alle procedure di ratifica dei trattati internazionali stabilite dalla Carta.

L’articolo 11 della Costituzione italiana “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. In che modo il Board of Peace non tutela le “condizioni di parità”?

Ci sono vari problemi di incostituzionalità dal punto di vista legale. Innanzitutto l’aspetto della parità. Le decisioni sono assoggettate al consenso del presidente. Se il Board decide una cosa e il presidente non è d’accordo le decisioni non vengono prese.

Inoltre, il testo del Board of Peace è un documento octroyée, cioè gentilmente concesso da uno Stato, nel linguaggio degli internazionalisti. In genere, i trattati internazionali nascono da compromessi tra Stati su base paritaria. In questo caso, invece, un singolo Stato presenta un testo da accettare integralmente, senza possibilità di riserve o modifiche.

Oltre all’articolo 11, quali altre norme costituzionali entrano in gioco?

Gli articoli 80-87 della Costituzione, che disciplinano la stipula dei trattati internazionali. I trattati di natura politica devono essere autorizzati dal Parlamento e poi ratificati dal Presidente della Repubblica, a cui spetta l’ultima valutazione.

Se il testo del trattato presenta profili di incompatibilità con la Carta, potrebbe essere sollevata una questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale. In quel caso, la Corte potrebbe dichiarare illegittima la legge italiana che autorizza la ratifica. Diventa un quadro complicato.

Esiste una via intermedia, come la firma del trattato in attesa di ratifica?

Sì, è una possibilità prevista dal diritto internazionale. Il Paese membro aderisce e si impegna politicamente a rispettare il trattato, ma questo non è vincolante fino a che non si è conclusa la procedura di ratifica all’interno dell’ordinamento. L’accordo sul BOP prevede la possibilità che gli Stati in quel caso possano farne parte come “no voting member”.

Che confine c’è tra l’autorità del garante della Costituzione e le relazioni diplomatiche tessute dal Governo? 

E’ evidente che ci sono posizioni non identiche tra il governo attuale e il Presidente della Repubblica. Ma penso che in molti siano grati che ci fossero questi cavilli a evitare la ratifica. Sarebbe stato un colpo durissimo alla credibilità e alla coerenza dell’azione italiana, molto imbarazzante. Il problema di Giorgia Meloni, capisco, era di trovare una forma che le consentisse di non opporre a Trump un “no” politico. L’art. 11 le ha permesso di dire: io vorrei, ma i nostri meccanismi non lo permettono. Dicendo una bugia perché teoricamente si può firmare prendendoti l’impegno di attivare le procedure di ratifica.

Qual è l’aspetto più anomalo del testo del Board of Peace?

L’articolo 11/a dell’accordo sul BOP è molto particolare. Prevede che il documento entri in vigore quando tre Stati si dichiarino disposti ad osservarlo. Non solo che lo firmino, ma che dichiarino il vincolo. Quindi, bastano tre Stati che possono vincolarsi senza essere ostacolati dalle procedure di ratifica perché il BOP entri in vigore.

Ma ci diversi aspetti problematici. C’è la fee da pagare per chi vuole essere membro permanente, da un miliardo di dollari. Il chairman, ossia Trump in persona. E il suo successore, indicato sempre da Trump. Il BOP è costruito tutto intorno alla figura di Trump, fa parte di un atteggiamento di minore attenzione ai meccanismi multilaterali, una visione privatistica delle controversie, basata sul denaro, sulla forza militare e sulla forza economica.

Il Board of Peace potrebbe rappresentare un’alternativa alle Nazioni Unite?

In tutti gli accordi finora si è fatto riferimento alla Carta delle Nazioni Unite, dicendo che noi “agiamo in conformità di essa”, anche nella carta istitutiva della Nato. Il testo del BOP non vi fa alcun riferimento, un caso unico, come del resto non c’è nessun riferimento a Gaza. Gli obiettivi del Board peraltro sono gli stessi dell’Onu: mantenere la pace, consolidarla. C’è il sospetto che la si voglia sostituire.

Da cos’altro emerge?

Già nel preambolo viene detto che le parti evidenziano la necessità di avere un sistema di peace building più forte, più credibile… una critica velata alle Nazioni Unite mai citate. Dal punto di vista giuridico c’è una norma, l’articolo 103 della Carta delle Nazioni Unite, che prevale su qualsiasi altro accordo presente o futuro che sia in contrasto con essa. La mia lettura è che nell’intenzione dell’amministrazione Usa vi è un tentativo di sabotare o di rimpiazzare la Carta.

 

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