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Dalle vedette israeliane al presidente degli Emirati Arabi: chi aveva provato ad avvisare Netanyahu

La nuova rivelazione pubblicata da Haaretz sull’avvertimento che il premier Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto dal presidente emiratino prima del 7 ottobre riapre, nel pieno della campagna elettorale israeliana, una domanda mai risolta: com’è possibile che segnali d’allarme diversi per natura e provenienza siano emersi a più livelli dell’apparato israeliano senza però riuscire a fermare l’attacco? 

Ancora una volta è Haaretz, il quotidiano liberal israeliano controllato dalla famiglia Schocken da quasi novant’anni, a portare alla luce nuovi elementi sul 7 ottobre. Il giornale ha anticipato alcune delle rivelazioni raccolte dai giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval in “Kidnapped: 843 Days of Abandonment”, uscito in Israele il 7 settembre 2026 per Kinneret Zmora Dvir. Frutto di centinaia di testimonianze, documenti e corrispondenza, il libro ricostruisce soprattutto il dietro le quinte delle trattative e delle decisioni sugli ostaggi: i conflitti tra livello politico e apparati di sicurezza e le scelte che, secondo gli autori, in più momenti avrebbero subordinato il loro ritorno ad altre priorità politiche o militari. Ma è andando a ritroso, alle settimane e ai mesi precedenti al 7 ottobre, che si riapre il fronte più amaro. Dallo Shin Bet all’Unità 8200, fino alle osservatrici di Nahal Oz, si compone un quadro di allarmi diversi per origine e precisione, alcuni sottovalutati, altri interpretati male o arenati lungo la catena di comando. Che cosa arrivò davvero fino a Netanyahu?

DIECI GIORNI PRIMA: L’AVVERTIMENTO DI MBZ A NETANYAHU

Una delle rivelazioni del libro anticipate da Haaretz riguarda un avvertimento che sarebbe arrivato direttamente a Benjamin Netanyahu una decina di giorni prima del 7 ottobre 2023. Secondo la ricostruzione di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MBZ) avrebbe telefonato personalmente al premier israeliano per avvertirlo che Yahya Sinwar, allora leader di Hamas nella Striscia di Gaza, stava preparando una grande operazione contro Israele, “un terremoto” che avrebbe stravolto tutto e tutti, incluso l’assetto costruito attorno agli Accordi di Abramo. Sarebbero stati 45 minuti di chiamata in cui, secondo la ricostruzione, MBZ era rimasto sorpreso dalla risposta rassicurante di Netanyahu, che gli avrebbe detto che Israele aveva la situazione a Gaza sotto controllo e che un’eventuale escalation di Hamas era ritenuta più probabile in Cisgiordania.

Pochi giorni fa, anche Jacob Magid, capo dell’ufficio americano del Times of Israelha ottenuto un proprio riscontro: una fonte emiratina definita “familiar with the conversation” ha confermato sia l’esistenza della telefonata tra MBZ e Netanyahu sia che durante quella conversazione il presidente emiratino avrebbe avvertito di un grande attacco preparato da Hamas.

Netanyahu nega tutto. Il suo ufficio sostiene che quella telefonata non sia mai avvenuta e di non averne trovato traccia nei registri. Trovandoci ad un passo dalle elezioni, il premier ha definito l’inchiesta una calunnia politicamente motivata e annunciato un’azione legale contro Haaretz e Shlomi Eldar. Gli Emirati, invece, non hanno né confermato né smentito la conversazione, limitandosi a ricordare l’esistenza di canali diretti con Israele e di scambi d’intelligence.

COSA SAPEVA LO SHIN BET?

Il canale emiratino non sarebbe stato l’unico attraverso cui, prima del 7 ottobre, erano arrivati segnali su Hamas. Secondo l’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, il messaggio di Sinwar era giunto allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, già il 15 settembre 2023, attraverso un funzionario di Fatah e un consigliere emiratino. Il servizio ne discusse, ma non lesse quelle parole come l’avvertimento di un attacco da Gaza. Ronen Bar, allora direttore dello Shin Bet, aveva informato comunque Netanyahu e, due giorni dopo, durante una riunione sulla sicurezza, avrebbe avvertito che Israele si trovava su una “collision course”, una rotta di collisione, raccomandando un’azione offensiva o un rafforzamento delle difese.

Che Ronen Bar avesse lanciato allarmi già mesi prima è però documentato anche da un’altra fonte ufficiale. Nell’aprile 2025, durante il contenzioso sulla sua rimozione dalla guida dello Shin Bet, depositò all’Alta Corte una dichiarazione sotto giuramento in cui affermava che nel 2023 il servizio aveva ripetutamente avvertito il governo del deterioramento della sicurezza. A luglio, scrive Bar, aveva personalmente rappresentato a Netanyahu la gravità della situazione con parole che lui stesso definisce “vicine a un avvertimento di guerra”. Non si trattava però di un allarme specifico su un’imminente invasione da Gaza, perché, nello stesso periodo, altre valutazioni dello Shin Bet descrivevano Hamas come interessato a mantenere la calma.

Nel febbraio 2025 Channel 12, sostenendo di basarsi sulle indagini interne dello Shin Bet, aggiunge un altro tassello: il primo ottobre, sei giorni prima dell’attacco, Bar avrebbe chiesto a Netanyahu di autorizzare l’eliminazione di Yahya Sinwar. L’ufficio del premier smentisce la ricostruzione sostenendo che fosse invece Netanyahu ad aver discusso possibili eliminazioni mirate, mentre Bar proponeva misure civili per mantenere la calma a Gaza.

La nuova ricostruzione pubblicata da Haaretz torna su quello stesso incontro. Ne emerge quasi l’immagine di una placida sottovalutazione del pericolo: Bar avrebbe proposto un’azione contro Hamas, comprese possibili eliminazioni dei vertici, ma Netanyahu avrebbe chiesto allo Shin Bet di presentargli le opzioni prima di decidere. Da quella riunione non sarebbe scaturita alcuna decisione operativa immediata e, secondo le ricostruzioni, il premier non avrebbe neppure fatto cenno dell’avvertimento ricevuto da MBZ né di quello attribuito ad Abbas Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, che secondo una ricostruzione di Ynet pubblicata già il 9 ottobre 2023 lo avrebbe avvertito circa dieci giorni prima dell’attacco che da Gaza si preparava “qualcosa di insolito, un’operazione terribile”. Conversazione anch’essa negata dall’ufficio del premier.

“LA SPADA STA ARRIVANDO”: LE E-MAIL DELL’UNITÀ 8200 DELL’INTELLIGENCE ISRAELIANA

V. — indicata dai media israeliani con la lettera ebraica “Vav” per proteggerne l’identità — era una sottufficiale veterana dell’Unità 8200, il reparto d’intelligence elettronica dell’esercito israeliano, specializzata su HamasIl 23 novembre 2023, N12, la testata di Channel 12,  rivela che V. e una giovane ufficiale avevano avvertito i superiori che le esercitazioni di Hamas potevano nascondere i preparativi per un’incursione massiccia sul territorio israeliano. Secondo il servizio, un alto ufficiale aveva liquidato quelle valutazioni come “fantasie”.

Quattro giorni dopo, il 27 novembre 2023, il programma investigativo Uvda, condotto da Ilana Dayan su Channel 12, pubblica per la prima volta la corrispondenza interna dell’Unità 8200. In un’email del 6 luglio 2023,V. descriveva un’esercitazione della Nukhba, l’unità speciale di Hamas: jeep e motociclette, la simulazione della conquista di un kibbutz, l’attacco a una base militare e l’ordine di “uccidere tutto il personale”. Il 12 luglio un alto ufficiale le rispose che lo scenario appariva “completamente immaginario”. V. aveva invece insistito sul fatto che Hamas fosse in grado di realizzarlo e che potesse trattarsi di “un piano operativo senza una data di esecuzione” pensato per aprire una guerra.

La vicenda riemerge il 4 luglio 2024, quando il giornalista Ofer Hadad di Channel 12 pubblica un altro messaggio di V., inviato poco prima del 7 ottobre. Il piano d’invasione conosciuto come “Jericho Wall” era già nelle mani dell’intelligence israeliana dal 2022. E il 19 settembre 2023, meno di tre settimane prima dell’attacco, nella Divisione Gaza era stato compilato un nuovo documento, basato anche su informazioni dell’Unità 8200, che descriveva le esercitazioni di Hamas e il rischio di un’incursione su vasta scala. Su a chi spettasse trarre le conseguenze operative da quelle informazioni sarebbero poi emerse versioni contrastanti tra la Divisione Gaza e l’Unità 8200.

Nel suo messaggio V. mette insieme i due elementi: quelle esercitazioni, scrive, dimostravano che “Jericho Wall” non era più soltanto un piano teorico, ma un piano operativo che Hamas stava già mettendo alla prova nelle esercitazioni. Chiudeva il messaggio scrivendo: “Questa email è come il suono dello shofar: la spada sta arrivando, è il momento di avvertire il popolo”. Non e’ una citazione ornamentale, e’ un riferimento al capitolo 33 del libro di Ezechiele: se la sentinella vede arrivare il pericolo, ha il dovere di suonare il corno e avvertire il popolo; se vede arrivare la “spada” e non dà l’allarme, è responsabile delle conseguenze. 

Con quelle parole V. sembra rivendicare di aver fatto la propria parte, vedendo il pericolo e dando l’allarme. Ma l’immagine biblica chiama in causa anche chi quell’avvertimento lo riceve e deve decidere che cosa farne. Secondo Channel 12, quell’email arrivò anche al tenente colonnello “A.”, allora capo dell’intelligence della Divisione Gaza e ad altri ufficiali. Il suo contenuto non raggiunse però né il capo dell’intelligence militare Aharon HalivaHerzi Halevi, allora capo di Stato maggiore dell’IDF, l’esercito israeliano.

“A.” è ancora oggi al centro della resa dei conti sul 7 ottobre. Nel novembre 2025 il capo di Stato maggiore Eyal Zamir gli attribuì responsabilità di comando per il 7 ottobre. L’ufficiale ha contestato il provvedimento in tribunale e, il 7 settembre 2026, un tribunale ha autorizzato la pubblicazione del suo nome, ritenendo prevalente l’interesse pubblico. La decisione è però ancora contestata: A.” può ricorrere alla Corte Suprema entro il 24 settembre e, per questo, continua a essere indicato solo con l’iniziale.

GLI OCCHI SUL CONFINE: GLI ALLARMI DELLE OSSERVATRICI DELLA BASE DI NAHAL OZ

Le tatzpitaniyot, le osservatrici di confine dell’esercito israeliano, sono le giovani soldatesse incaricate di sorvegliare giorno e notte la frontiera e segnalare ogni attività sospetta lungo la catena di comando. Le loro testimonianze emergono quasi subito dopo il massacro. Già il 26 ottobre 2023, meno di tre settimane dopo l’attacco, alcune sopravvissute della base di Nahal Ozsituata vicino all’omonimo kibbutz e a meno di un chilometro da Gaza, raccontano al Times of Israel che da almeno tre mesi segnalavano un cambiamento nell’attività di Hamas: esercitazioni sempre più frequenti, uomini che scavavano lungo la barriera, esplosivi e altri comportamenti anomali. Secondo le loro testimonianze, gli allarmi erano stati trasmessi ai superiori senza però tradursi in misure operative concrete.

Nel giugno 2024 l’emittente pubblica Kan rivela che, appena quattro giorni prima del 7 ottobre, le osservatrici avevano segnalato come “altamente anomala” un’esercitazione della Nukhba con circa 170 uomini, razzi e un assalto simulato a carri israeliani. I comandanti la classificarono come “un’altra esercitazione” di Hamas.

Saranno proprio loro tra le prime a pagare il prezzo di quella sottovalutazione: il 7 ottobre Nahal Oz viene travolta dall’attacco, 15 osservatrici vengono uccise e altre 7 rapite. Di queste ultime, sei torneranno vive in Israele; Noa Marciano sarà uccisa durante la prigionia a Gaza. 

Bisognerà aspettare un anno e quattro mesi, fino al 14 febbraio 2025, perché il capo di Stato maggiore Herzi Halevi incontri quattro delle osservatrici di Nahal Oz liberate dopo oltre quindici mesi di prigionia — Agam Berger, Liri Albag, Naama Levy e Karina Arieve si scusi, assumendosi a nome dei vertici dell’IDF la responsabilità per quanto era accaduto loro.

TUTTI VOGLIONO RISPOSTE. ISRAELE SI DIVIDE SU CHI DEBBA DARLE

A meno di un mese e mezzo dalle elezioni del 27 ottobre, le nuove rivelazioni riportano Israele alle stesse domande che da quasi tre anni non trovano risposta e alle quali nove israeliani su dieci oggi ritengono necessario darne una. In un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, condotto tra il 31 agosto e il 3 settembre, quindi prima delle rivelazioni di Haaretz, il 68% degli israeliani ebrei dichiarava che quanto accaduto il 7 ottobre avrebbe avuto un ruolo centrale nella propria scelta elettorale. E in una diversa rilevazione dello stesso istituto, il 92% del campione complessivo — 95% degli ebrei e 76% degli arabi —  affermava l’importanza di ricostruire ciò che portò a quella giornata e quanto accadde.

Se gli israeliani sono un coro quasi all’unisono nelle domande, si dividono quando si deve stabilire a chi affidare le indagini. Nella State Commission of Inquiry tradizionale è il governo a istituire la commissione e indicare il tema generale dell’inchiesta, mentre i membri sono nominati dal presidente della Corte Suprema. È un meccanismo costruito per separare, una volta avviata l’inchiesta, chi deve accertare i fatti da chi potrebbe essere chiamato a risponderne.

La maggioranza di Netanyahu ha invece cercato di istituire una State-National Commission of Inquiry. Il disegno di legge per la sua formazione, approvato in prima lettura a luglio ma attualmente in stallo, prevede che i sei componenti debbano essere eletti con il sostegno di almeno 80 deputati della Knesset; in caso contrario, tre membri sarebbero indicati dalla coalizione e tre dall’opposizione. In questo modello il governo conserverebbe inoltre un ruolo nelle indagini. I sostenitori ritengono che il coinvolgimento di maggioranza e opposizione possa dare alla commissione una legittimità più ampia, soprattutto agli occhi di chi diffida della magistratura. I critici vedono invece un cortocircuito: affidare la scelta degli investigatori e parte del perimetro dell’inchiesta agli stessi attori politici che potrebbero essere sottoposti al loro esame rischierebbe di indebolirne l’indipendenza.

La divisione emerge anche nei sondaggi di JPPI del maggio 2026. Il 46% degli israeliani preferiva una State Commission tradizionale, contro il 40% favorevole a una commissione nazionale. Ma la media nazionale nasconde una frattura quasi speculare: tra chi si definisce di destra soltanto il 6% sceglieva la commissione statale guidata da un giudice, mentre l’80% preferiva quella nazionale; la State Commission raccoglieva invece il 78% dei consensi al centro, il 93% nel centrosinistra e il 94% a sinistra. Secondo lo stesso JPPI, è proprio il ruolo del sistema giudiziario nella futura indagine a costituire il principale punto di divisione tra i diversi orientamenti politici.

Chi può ricostruire questa storia con abbastanza indipendenza da arrivare a conclusioni difficili da contestare anche per chi non le gradirà? È più affidabile una commissione i cui membri sono sottratti alla scelta della politica o una commissione costruita attraverso l’accordo tra le parti politiche? La forza di un’inchiesta sul 7 ottobre dipenderà dal rigore del metodo e dalla capacità di far sì che siano la ricerca della verità e le prove a determinare le conclusioni, non ciò che si spera o si teme possa emergere dall’indagine.

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