La commissione riparte dopo 19 mesi di stop, ma resta lo scontro politico sulla governance della Rai e sulla nomina del presidente. Tutti i retroscena
Dopo diciannove mesi di paralisi istituzionale, la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai è tornata a riunirsi. La ripresa dei lavori, avvenuta con una riunione plenaria e con il voto unanime dell’ufficio di presidenza, segna formalmente la fine di uno stallo che aveva congelato una delle principali sedi di controllo parlamentare sul servizio pubblico radiotelevisivo. Ma il ritorno all’attività non coincide ancora con una vera normalizzazione: restano irrisolti i nodi politici che avevano portato al blocco della commissione, a partire dalla mancata elezione del presidente Rai e dallo scontro tra maggioranza e opposizioni sulla governance dell’azienda.
COS’È LA COMMISSIONE DI VIGILANZA RAI
La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai è una bicamerale composta da deputati e senatori che controlla l’operato della Rai, verifica il rispetto del pluralismo informativo, approva le regole sulla par condicio e svolge audizioni sul servizio pubblico. È un organismo centrale nel rapporto tra Parlamento e Rai: senza il suo pieno funzionamento vengono meno molte attività di controllo politico-istituzionale sull’azienda pubblica.
PERCHÉ LA VIGILANZA RAI ERA BLOCCATA DA 19 MESI
Lo stallo nasce dallo scontro politico sulla nomina del presidente Rai, che per legge deve ottenere il voto favorevole dei due terzi della Commissione di Vigilanza. La maggioranza non ha trovato un accordo con le opposizioni sul nome di Simona Agnes, bloccando di fatto la governance dell’azienda. Da allora, la commissione è entrata in una fase di quasi totale inattività: sedute rinviate, audizioni sospese e lavori ridotti al minimo. Le opposizioni accusano la maggioranza di aver evitato le convocazioni per non certificare la mancanza dei numeri sulla presidenza Rai, mentre il centrodestra replica parlando di veto politico delle opposizioni.
LE CONSEGUENZE DEL BLOCCO
Il lungo stop della Vigilanza ha avuto conseguenze politiche e istituzionali rilevanti. Per quasi due anni sono mancati controlli parlamentari sistematici sul pluralismo televisivo, sulle nomine interne, sui palinsesti e sulle strategie aziendali della Rai. Le opposizioni hanno denunciato un indebolimento del ruolo del Parlamento sul servizio pubblico, mentre diverse associazioni e osservatori del settore hanno parlato di un precedente pericoloso per l’equilibrio democratico dell’informazione pubblica.
LA PROTESTA DI ROBERTO GIACHETTI
A riportare l’attenzione pubblica sul caso è stato lo sciopero della fame avviato dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti con l’obiettivo di denunciare il blocco della commissione e chiedere il ritorno alla piena operatività della Vigilanza. La protesta ha aumentato la pressione politica sulla maggioranza e sulla presidente della commissione Barbara Floridia, esponente del Movimento 5 Stelle. Parallelamente, si sono moltiplicate le accuse delle opposizioni contro quello che veniva definito un “commissariamento politico” della Rai.
PERCHÉ LA COMMISSIONE È TORNATA A RIUNIRSI
La ripresa dei lavori è arrivata dopo una mediazione politica nella maggioranza e per la necessità di affrontare dossier non più rinviabili, a partire dal piano immobiliare Rai e dalla possibile vendita del Teatro delle Vittorie. La commissione ha avviato la discussione di una risoluzione proposta dal Pd per rivedere le dismissioni immobiliari dell’azienda ed evitare la cessione dello storico teatro romano. Nella prima riunione si è parlato anche di nuove audizioni, tra cui quelle del ministro della Cultura Alessandro Giuli, dei vertici Rai e dell’ad Giampaolo Rossi. Sullo sfondo resta però il nodo politico della governance Rai e del futuro rinnovo del cda.


