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Legge elettorale, su quali punti potrebbe intervenire la Corte costituzionale

La partita sulla legge elettorale è ancora aperta: ecco su cosa potrebbe concentrarsi l’esame della Corte Costituzionale

La nuova legge elettorale è stata appena approvata, ma per la maggioranza la partita potrebbe non essere chiusa: il governo teme soprattutto un intervento della Corte costituzionale sul premio di maggioranza del Senato e starebbe già ragionando su un possibile piano B.

I fronti indicati nelle ricostruzioni sono tre: il meccanismo dei 35 senatori del premio, l’obbligo di raccogliere un numero molto elevato di firme per le liste non presenti in Parlamento e la disciplina dei capilista rispetto alla rappresentanza di genere. Sullo sfondo c’è una questione molto concreta: se la Consulta intervenisse prima dello scioglimento delle Camere, il Parlamento potrebbe ancora modificare la legge.

IL NODO DEI 35 SENATORI

Il vulnus nasce dal fatto che il premio al Senato viene determinato sulla base del risultato nazionale, mentre l’articolo 57 della Costituzione stabilisce che il Senato è eletto “a base regionale”. Il meccanismo prevede 35 seggi aggiuntivi per la lista o coalizione che raggiunge il 42% dei voti validi in entrambe le Camere; quei seggi vengono poi distribuiti nelle regioni.

Il possibile corto circuito è intuibile: una coalizione può arrivare prima a livello nazionale e ottenere il premio, ma risultare seconda in una determinata regione. I seggi premiali assegnati a quella regione finirebbero comunque alla coalizione vincitrice nazionale. È proprio questa eventualità a essere indicata come il principale punto di attrito con l’articolo 57: il premio potrebbe portare la coalizione A ad ottenere più senatori anche dove gli elettori hanno premiato la coalizione B.

LE FIRME, UNA SOGLIA DENTRO LA SOGLIA

Il secondo fronte riguarda le forze politiche che non dispongono di un simbolo già presente in Parlamento. Per loro il numero delle sottoscrizioni necessarie è stato portato a 6.000-7.000 per collegio, rispetto alle 1.500-2.000 previste per i soggetti che beneficiano delle deroghe introdotte dalla riforma.

È una delle contestazioni emerse nelle audizioni parlamentari: è stato osservato che l’aumento delle sottoscrizioni potrebbe trasformarsi, secondo i critici della norma, in una sorta di soglia di accesso indiretta alla competizione elettorale.

Il problema costituzionale, in questo caso, riguarda quindi l’accesso alla competizione: una quantità molto elevata di firme può rendere concretamente più difficile la presentazione di liste nuove rispetto a quelle che dispongono già di una rappresentanza parlamentare. Ad oggi però non pare essere questa la questione sulla quale si concentra la maggiore apprensione del governo.

CAPILISTA E RAPPRESENTANZA DI GENERE

Il terzo fronte riguarda la composizione delle liste. La nuova legge prevede capilista bloccati e tre preferenze per gli altri candidati, ma la disciplina approvata non contiene una garanzia di almeno il 40% di donne tra i capilista. Anche questo punto è stato contestato durante l’esame parlamentare: nelle audizioni è stato sollevato un possibile contrasto con l’articolo 51 della Costituzione, che impone alla Repubblica di promuovere le pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive.

Il tema si incrocia con un’altra questione già emersa nel dibattito sulla legge: quanto effettivamente l’elettore possa scegliere i propri rappresentanti quando una parte dei candidati è già collocata in posizione bloccata. La questione delle liste e delle preferenze era stata tra quelle maggiormente discusse anche nelle precedenti audizioni e nei passaggi parlamentari.

IL PIANO B E IL FATTORE TEMPO

Secondo la ricostruzione di la Repubblica, la maggioranza starebbe valutando diversi scenari nel caso in cui la Consulta intervenisse sul premio del Senato. La Corte potrebbe limitarsi a segnalare le criticità lasciando in vigore il sistema, potrebbe intervenire con una soluzione additiva trasformando il premio nazionale in una serie di meccanismi regionali, oppure potrebbe eliminare il premio lasciando il proporzionale al Senato.

È soprattutto il terzo scenario a cambiare radicalmente gli equilibri previsti dalla riforma: i tecnici del governo starebbero studiando una soluzione che conservi i 35 seggi del premio, ma li faccia passare attraverso un meccanismo di scorrimento delle liste proporzionali e dei resti, con l’obiettivo di renderne l’attribuzione compatibile con una logica regionale. L’idea sarebbe quindi mantenere il bonus nazionale nella sostanza, modificandone il modo di distribuzione.

La variabile decisiva resta però il calendario. Un eventuale intervento entro febbraio lascerebbe, nell’ipotesi di elezioni a maggio, uno spazio temporale per un intervento parlamentare prima dello scioglimento delle Camere. Dopo lo scioglimento, il margine politico e tecnico per intervenire sulla legge si restringerebbe drasticamente. Ed è proprio per questo che, nella partita del Melonellum, il punto di pressione non è soltanto se la Consulta interverrà, ma quando.

 

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