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primo ministro Kristrún Frostadóttir referendum Islanda

Perché l’Islanda ha votato no al referendum per entrare nell’Unione Europea

Il 52,8% degli islandesi ha bocciato la ripresa dei negoziati con Bruxelles. Dalla pesca all’agroalimentare, passando per la sovranità e una sicurezza che Reykjavík ritiene già garantita dalla Nato: ecco perché gli islandesi hanno scelto di restare fuori dall’Ue bocciando il referendum

Era il 2013 quando l’Islanda decise di congelare i negoziati per entrare nell’Unione europea. Due anni dopo, nel 2015, Reykjavík comunicò a Bruxelles di non voler più essere considerata un Paese candidato. Undici anni dopo, il Paese è tornato al voto ma il risultato è stato lo stesso: no. Il 52,8% degli islandesi ha respinto la proposta di riprendere le trattative per l’adesione, contro il 47,2% dei favorevoli, con un’incredibile affluenza dell’82,5%.

Per capire perché abbia vinto il “no”, però, bisogna guardare oltre la semplice contrapposizione tra europeisti e sovranisti. Il referendum ha messo sul tavolo una domanda molto concreta: che cosa avrebbe guadagnato l’Islanda entrando nell’Ue e, soprattutto, che cosa avrebbe rischiato di perdere? La risposta arrivata dalle urne è stata chiara: per una maggioranza degli islandesi, i rischi erano più immediati dei vantaggi.

LA PESCA È IL VERO MURO DAVANTI A BRUXELLES

Il primo motivo è la pesca. Non soltanto perché rappresenta circa il 40% delle esportazioni islandesi – come ragiona Paolo Lepri sul Corriere della Sera, ma perché costituisce una parte dell’identità economica e nazionale del Paese. L’ingresso nell’Ue significherebbe confrontarsi con la politica comune della pesca e con le sue regole sulle quote e sull’accesso alle risorse marine. È esattamente il nodo che aveva impedito di chiudere i negoziati precedenti: nel 2013 erano stati aperti 27 capitoli e 11 erano già stati provvisoriamente chiusi, ma quello sulla pesca era rimasto irrisolto.

Il fronte del No ha quindi avuto gioco facile nel trasformare la questione europea in una questione di sovranità: chi decide chi può pescare nelle acque islandesi? Reykjavík o Bruxelles? Un interrogativo molto più concreto, per molti elettori, della prospettiva di entrare in un’Unione a distanza.

AGRICOLTURA E AGROALIMENTARE PRIMA DELLA TUTELA DEI CONFINI

E qui si trova uno degli elementi più significativi del voto. La protezione dell’agroalimentare è risultata più importante della tutela dei confini. La campagna per il “sì” aveva insistito sul nuovo scenario geopolitico: la guerra in Ucraina, le tensioni nell’Artico e soprattutto le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia rendevano, secondo il governo, ancora più utile avere un rapporto politico e strategico stretto con l’Unione.

Ma il messaggio non è passato. Nelle campagne e nei territori fuori Reykjavík ha prevalso la preoccupazione per la protezione delle produzioni nazionali, dell’agricoltura e della pesca. La geografia del voto è emblematica: il “sì” ha vinto soltanto nei due collegi della capitale, mentre il “no” ha prevalso nel resto del Paese.

PERCHÉ ENTRARE NELL’UE SE L’ISLANDA È GIÀ NEL MERCATO EUROPEO?

C’è poi un paradosso. L’Islanda non è affatto isolata dall’Europa: attraverso lo Spazio economico europeo (SEE) ha accesso al mercato unico ed è inoltre parte dell’area Schengen. Per molti elettori, dunque, l’attuale formula offre già una parte consistente dei vantaggi dell’integrazione senza richiedere la cessione di ulteriori competenze a Bruxelles. La stessa premier Kristrún Frostadóttir, dopo la sconfitta, ha riconosciuto che una delle lezioni del referendum è che gli islandesi sono soddisfatti dell’accordo SEE.

Il “sì” poteva offrire prospettive come maggiore stabilità economica e, in prospettiva, l’ingresso nell’euro. Ma sono vantaggi futuri e negoziabili. Pesca, agricoltura e controllo delle risorse sono invece questioni immediate.

LA SICUREZZA NON HA SPOSTATO IL VOTO

Il governo aveva proposto anche un argomento forte: in un Nord Atlantico sempre più strategico, l’adesione all’Ue avrebbe potuto rafforzare la posizione internazionale dell’Islanda. Ma anche qui gli elettori hanno ragionato diversamente.

L’Islanda è già membro della Nato, fa parte di Schengen e mantiene rapporti stretti con l’Europa. Per una parte significativa del Paese, quindi, non risulta necessario entrare nell’Unione per ottenere maggiore sicurezza.

IL PRECEDENTE DEL 2013

C’è infine un elemento politico. Il referendum chiedeva formalmente di riprendere i negoziati, non di entrare immediatamente nell’Ue. Ma il fronte contrario è riuscito a trasformare quella che il governo presentava come una riapertura esplorativa in un voto sull’adesione vera e propria. E davanti a una prospettiva incerta, il “no” è apparso più semplice e definitivo del “sì”.

Del resto, l’esperienza precedente pesava. Dopo la domanda di adesione presentata nel 2009, i negoziati si erano arenati fino alla sospensione del 2013 e alla successiva rinuncia alla candidatura nel 2015. Riavviare oggi quel percorso significava quindi riaprire una partita che l’Islanda aveva già scelto di chiudere.

Il 52,8% non rappresenta necessariamente un rifiuto dell’Europa. È piuttosto la conferma di un modello: cooperare con Bruxelles senza entrare nell’Unione, proteggere pesca e agroalimentare e mantenere il controllo sulle proprie risorse. In un momento in cui l’Ue punta sull’allargamento anche come risposta alla nuova geopolitica, l’Islanda ha scelto di ricordare che, prima della sicurezza dei confini, per molti elettori viene la sicurezza di ciò che hanno dentro quei confini.

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