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Riarmo europeo: autonomia strategica o dipendenza dagli Stati Uniti?

Le spese militari pianificate da Bruxelles su richiesta di Washington si tradurranno in una politica industriale europea o accresceranno la dipendenza europea dagli Usa? Cosa significa davvero “A stronger Europe in a stronger Nato”? E soprattutto: chi produrrà gli armamenti per l’Europa?

A distanza di qualche tempo dal vertice Nato di Ankara, le dichiarazioni ufficiali possono essere valutate con maggiore lucidità. Il summit ha lasciato all’Europa una cornice strategica più impegnativa di quanto suggerisca la retorica dell’unità occidentale, fondata sul rafforzamento della deterrenza e sull’aumento degli investimenti nella difesa.

Dietro la formula del comunicato finale “una Nato più forte attraverso un’Europa più forte” emerge però la questione destinata a segnare il dibattito geopolitico: l’Europa sta davvero costruendo la propria autonomia strategica oppure sta finanziando il consolidamento dell’industria militare americana? È il nodo politico riportato al centro dal summit. Non riguarda soltanto quanto spendere, ma soprattutto dove saranno indirizzate quelle risorse. Una politica di riarmo e una politica industriale della difesa non coincidono necessariamente.

LA NUOVA RESPONSABILITÀ EUROPEA

Molti governi hanno interpretato il vertice come la conferma di un cambiamento strutturale. La sicurezza europea non può più essere considerata un bene garantito. La guerra russa contro l’Ucraina, le minacce ibride, l’instabilità nel Mediterraneo allargato e la competizione globale impongono responsabilità maggiori. Il ministro Guido Crosetto lo ha sintetizzato con una formula efficace: “Un’Europa più forte rende più forte la Nato”. L’obiettivo non è sostituire l’Alleanza, ma rafforzarla attraverso un contributo europeo più consistente.

L’ITALIA E L’AUMENTO DELLA SPESA PER LA DIFESA

L’Italia si inserisce in questa impostazione confermando un percorso di crescita delle spese per la sicurezza fino al 5% del Pil entro il 2035, compatibilmente con gli equilibri di finanza pubblica. Il focus riguarda le capacità operative: difesa aerea e missilistica, munizionamento, spazio, cyber, intelligenza artificiale e logistica. Sono gli ambiti nei quali l’Europa deve recuperare ritardi accumulati in oltre trent’anni.

CHI PRODURRÀ GLI ARMAMENTI?

Ad Ankara sono stati annunciati oltre 50 miliardi di dollari di nuovi acquisti militari e circa 139 miliardi di investimenti europei e canadesi. A questi si aggiungono i 70 miliardi destinati al sostegno dell’Ucraina nel 2026, con l’impegno a mantenerne il livello anche nel 2027. Una mobilitazione finanziaria senza precedenti.

Eppure il comunicato finale elude la domanda decisiva: chi produrrà gli armamenti destinati ad assorbire questa nuova domanda? Il testo non contiene alcun riferimento alla provenienza industriale delle forniture: nessuna quota minima di produzione europea, nessuna preferenza per le imprese del continente, nessun criterio volto a rafforzare le filiere comuni. È un’assenza che pesa più delle dichiarazioni, perché proprio la destinazione degli investimenti determinerà se il riarmo europeo diventerà anche un progetto di rafforzamento industriale oppure resterà una semplice espansione della domanda.

LO SCONTRO SUL MERCATO EUROPEO DELLA DIFESA

Negli stessi mesi in cui Bruxelles elaborava il Libro bianco sulla difesa, fissando l’obiettivo di portare entro il 2030 al 55% la quota di acquisti provenienti dall’industria europea, Washington manifestava apertamente le proprie riserve.

Il Pentagono ha contestato qualsiasi politica che possa limitare l’accesso delle aziende americane al mercato europeo della difesa, lasciando intendere che eventuali preferenze industriali europee potrebbero essere ricambiate con una revisione delle deroghe al Buy American Act.

LA DIPENDENZA DALL’INDUSTRIA AMERICANA

Il messaggio è chiaro. Gli Stati Uniti accolgono favorevolmente un’Europa che aumenta la spesa militare. Guardano invece con maggiore diffidenza un’Europa che utilizza quella spesa per costruire una propria autonomia industriale.

È qui che il motto di Ankara rivela tutta la sua ambivalenza. «A stronger Europe in a stronger Nato» può essere interpretato come un equilibrio virtuoso tra responsabilità condivise. Ma può anche descrivere un sistema nel quale ogni euro investito dagli europei finisce per consolidare soprattutto il sistema industriale americano, lasciando sostanzialmente irrisolta la dipendenza tecnologica del continente.

DUE AGENDE CHE RISCHIANO DI NON CONVERGERE

Il paradosso è evidente. La Commissione europea invita gli Stati membri a costruire una base industriale comune e individua nella difesa uno dei motori della competitività europea. La Nato, nello stesso tempo, accelera il riarmo senza prevedere criteri relativi all’origine delle forniture. Il rischio è che le due agende procedano parallelamente senza convergere.

L’ITALIA TRA ATLANTISMO E INDUSTRIA DELLA DIFESA

L’Italia si trova pienamente dentro questa tensione. Da un lato conferma il proprio ancoraggio atlantico e considera il rafforzamento della deterrenza nei confronti della Russia una priorità strategica. Il governo ha ribadito il sostegno all’Ucraina e il ministro della Difesa ha richiamato le minacce ibride, dalla guerra cibernetica allo spionaggio, fino alla competizione nello spazio e in Africa. Sul fronte meridionale l’Italia continua a considerare Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo e Libano parte integrante della sicurezza euro-atlantica.

Dall’altro lato, l’interesse nazionale coincide anche con il rafforzamento dell’industria europea della difesa, della quale l’Italia è uno dei principali protagonisti. Se la nuova stagione di investimenti dovesse tradursi prevalentemente nell’acquisto di sistemi prodotti negli Stati Uniti, il riarmo europeo genererebbe benefici economici e tecnologici soprattutto oltreoceano, lasciando irrisolto il problema della capacità industriale del continente.

IL BANCO DI PROVA DEL 2027

Il primo banco di prova arriverà presto. Il Libro bianco indica nel 2027 l’obiettivo del 40% di acquisti congiunti europei. Saranno i contratti a mostrare se Bruxelles intenda davvero trasformare la spesa militare in politica industriale.

La questione lasciata in eredità da Ankara non riguarda dunque il livello degli investimenti, ma la loro destinazione. Se serviranno a costruire una base tecnologica europea, il riarmo potrà rappresentare anche un passo verso una maggiore autonomia strategica. Se invece continueranno ad alimentare prevalentemente i grandi gruppi americani, l’Europa avrà aumentato il proprio contributo alla Nato senza ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti. È una differenza che oggi può sembrare tecnica, ma domani potrebbe diventare il vero discrimine della sovranità europea.

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