Il profilo del questore di Torino Massimo Gambino e come ha gestito le proteste a sostegno del centro sociale Askatasuna a Torino
Appena arrivato a corso Vinzaglio, il neoquestore di Torino Massimo Gambino ha già potuto sperimentare l’atmosfera incandescente in città dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Un fardello ereditato dal suo predecessore, Paolo Sirna, trasferito a Reggio Calabria subito dopo aver coordinato le operazioni di sfratto dai locali di via Artisti, il 18 dicembre scorso, e tornato prepotentemente sulla scena con le violenze di ieri.
CHI È MASSIMO GAMBINO
Classe 1963, barese, Massimo Gambino entra nella Polizia di Stato nel 1988. Dopo i primi passi alla Digos di Campobasso, il suo percorso si snoda attraverso la Criminalpol e la Direzione centrale della polizia criminale. Gran parte della carriera la trascorre nella sua Puglia: alla guida della Squadra Mobile di Lecce, Gambino ha condotto operazioni di rilievo contro la criminalità organizzata, arrivando a costituire gruppi di lavoro congiunti con agenzie federali statunitensi come FBI e DEA. Nel 2005 diventa Capo di gabinetto della procura di Lecce, quindi si trasferisce a Perugia in qualità di vicario. Nel 2018 arriva la nomina a questore di Crotone, seguono Taranto e, da ultimo, Bari, prima di approdare sotto la Mole.
Profilo necessariamente dialogante il suo, come peraltro dimostrava nelle prime uscite pubbliche dalla sua designazione in merito alle vicende di Askatasuna. “Bisogna sempre parlare con quelli che sono dall’altra parte. Il dialogo è essenziale”. E ancora: “Arrivo in punta di piedi perché non posso entrare a gamba tesa su una realtà che non conosco”. Insomma, il riconoscimento di una “realtà che esiste e su cui bisognerà lavorare”.
IL PIANO DI GAMBINO PER ASKATASUNA
In vista della manifestazione di ieri, già nei giorni precedenti l’evento, il questore Gambino aveva disposto un monitoraggio serrato sugli arrivi in città, consapevole della mobilitazione europea con attivisti attesi da Francia, Germania e Spagna. Le operazioni avevano portato al sequestro preventivo di materiale pericoloso e a a identificazioni di massa (circa 770 persone presso snodi strategici come stazioni ferroviarie, l’aeroporto di Caselle e i principali caselli autostradali), con annesse misure di prevenzione personali: 10 avvisi orali e 7 DACUR (il cosiddetto “Daspo urbano”) nei confronti di soggetti ritenuti socialmente pericolosi o con precedenti specifici, impedendo loro l’accesso a determinate aree del centro cittadino.
IL BILANCIO DELLE PROTESTE
Ma nonostante questo e il tentativo di mediazione sui percorsi – ottenendo che il corteo non attraversasse la centralissima piazza Castello – il bilancio della giornata di ieri è impietoso: 108 operatori feriti, di cui 96 poliziotti, 7 militari della Guardia di Finanza e 5 carabinieri, secondo quanto riferisce AdnKronos. Due agenti del Reparto Mobile di Padova sono stati ricoverati alle Molinette. Uno di loro è stato accerchiato e colpito con calci, pugni e un martello; è stato dimesso con una prognosi di 30 giorni, mentre non sono noti i numeri dei manifestanti feriti. Per il momento sono 3 le persone arrestate in flagranza, 24 le denunce a piede libero, mentre è allo studio una nuova stretta securitaria mediante decreto che dovrebbe approdare mercoledì in Cdm.
Fanno riflettere però anche le notizie di lanci di lacrimogeni ad altezza uomo e i video che vedono la polizia rifiutare di prestare soccorso ad alcuni manifestanti, mentre è evidente come gli agenti si siano trovati in difficoltà organizzativa nel confronto con i manifestanti. Nelle dichiarazioni dei sindacati di polizia si legge la richiesta forte al Ministero dell’Interno di misure di garanzia per gli operatori, E, tra le righe, anche il nervosismo – riferito forse più al sindaco Lo Russo che al questore – per un approccio giudicato troppo morbido, scelto per non inasprire la situazione in città, ma che alla fine ha esposto polizia e manifestanti a situazioni di grave pericolo.

