Il discorso integrale di Mario Draghi all’Università KU Leuven di Lovanio.
È ora che l’Europa passi dalla “dalla confederazione alla federazione”: in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università KU Leuven di Lovanio, in Belgio, Mario Draghi richiama Bruxelles a una svolta non più rinviabile. Tra l’ascesa della Cina, le tensioni con gli Stati Uniti e le dipendenze critiche del nostro continente, l’ex premier lancia un appello affinché l’Europa cessi di essere soltanto un’Unione monetaria, ma si trasformi in una vera potenza autonoma. Per realizzare tale progetto, Draghi propone un “federalismo pragmatico”, passo dopo passo, per costruire istituzioni comuni capaci di agire con decisione. Il discorso integrale, qui pubblicato, offre una lettura lucida delle minacce, delle opportunità e del ruolo che l’Europa può e deve giocare nel mondo di domani.
IL DISCORSO INTEGRALE DI DRAGHI
Fin dalla sua nascita, l’architettura dell’Unione europea ha incarnato la convinzione che il diritto internazionale, sostenuto da istituzioni credibili, favorisca pace e prosperità. Poiché nessuno Stato europeo conservava da solo la capacità di difendersi, la nostra dottrina di sicurezza si è modellata sulla protezione garantita dagli Stati Uniti. Insieme, e sempre in alleanza con Washington, siamo stati in grado di affrontare ogni minaccia e di assicurare la pace in Europa. Con la sicurezza garantita e il commercio che si svolgeva in larga parte all’interno di quell’alleanza, abbiamo potuto perseguire senza rischi l’apertura economica come base della nostra prosperità e della nostra influenza.
UN NUOVO ORDINE GLOBALE (E I LIMITI DEL VECCHIO)
L’ordine globale oggi defunto, tuttavia, non è fallito perché fondato su un’illusione. Ha prodotto benefici reali e ampiamente condivisi: per gli Stati Uniti, in quanto egemone, attraverso un’influenza incontestata in tutti i campi e il privilegio di emettere la valuta di riserva mondiale; per l’Europa, grazie a una profonda integrazione commerciale e a una stabilità senza precedenti; per i Paesi in via di sviluppo, tramite la partecipazione all’economia globale, che ha sollevato dalla povertà miliardi di persone.
Il fallimento del sistema risiede piuttosto in ciò che non è riuscito a correggere. Con l’ingresso della Cina nel WTO, i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato anche al di fuori dell’alleanza, ma mai prima con un Paese di dimensioni tali e con l’ambizione di diventare esso stesso un polo autonomo.
Il commercio globale si è progressivamente allontanato dal principio ricardiano secondo cui gli scambi dovrebbero seguire il vantaggio comparato. Alcuni Stati hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantilistiche, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i benefici residui venivano distribuiti in modo diseguale. Da qui è nata la reazione politica che oggi affrontiamo.
Allo stesso tempo, l’integrazione profonda ha creato dipendenze che possono essere sfruttate quando non tutti i partner sono alleati. L’interdipendenza, un tempo considerata una fonte di reciproca moderazione, è diventata una fonte di leva e di controllo. La governance multilaterale non disponeva né degli strumenti per affrontare questi squilibri, né di un linguaggio per riconoscere le dipendenze. La fede nei benefici reciproci del commercio rendeva impensabile l’idea stessa di una dipendenza “armata”. Il collasso di questo ordine non è di per sé la minaccia principale. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituisce.
LE NUOVE MINACCE: AMERICA E CINA
Ci troviamo di fronte a un’America che, almeno nella sua postura attuale, enfatizza i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti. Impone dazi all’Europa, minaccia i nostri interessi territoriali e chiarisce, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi. Allo stesso tempo, ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri. Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata — tutto insieme. E un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori.
La transizione da questo ordine a ciò che verrà dopo non sarà facile. Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno mentre le rivalità si intensificano. Restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa. La Cina fornisce oltre il 90% delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene globali del valore del solare e delle batterie che sostengono la nostra transizione verde.
L’EUROPA COME POTENZA STRATEGICA
In questa fase, la strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi commerciali con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene del valore in cui siamo già critici. È qui che oggi l’Europa esercita potere. Nel 2023 l’UE è stata il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro, ed è il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi.
Deteniamo inoltre posizioni chiave in diversi settori strategici. Le imprese europee controllano il 100% della litografia ultravioletta estrema, tecnologia necessaria per produrre chip avanzati. Produciamo metà degli aerei commerciali del mondo e progettiamo i motori che alimentano la stragrande maggioranza della navigazione globale. In questo contesto, è sbagliato pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita. Il loro scopo oggi è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni, ora che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente. Tuttavia, questa è una strategia di contenimento, non una destinazione.
Presi singolarmente, la maggior parte dei Paesi dell’UE non è nemmeno una media potenza capace di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni efficaci. Collettivamente, però, disponiamo di qualcosa di più grande: scala, ricchezza, cultura politica e settantacinque anni di costruzione istituzionale di un progetto comune. Tra tutti coloro che oggi si collocano tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare una vera potenza autonoma. Dobbiamo quindi decidere se restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza. Ma sia chiaro: mettere insieme piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione — la logica con cui l’Europa opera ancora in difesa, politica estera e finanza pubblica.
“DALLA CONFEDERAZIONE ALLA FEDERAZIONE”
Questo modello non genera potere. Un gruppo di Stati che coordina resta un gruppo di Stati: ciascuno con un veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere isolato. Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione.
Dove l’Europa si è federata — commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria — siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. Dove non lo abbiamo fatto — difesa, politica industriale, affari esteri — siamo trattati come una somma disordinata di Stati di medie dimensioni. E dove commercio e sicurezza si intersecano, i nostri punti di forza non riescono a compensare le nostre debolezze.
Alcuni sosterranno che non dovremmo agire finché la nostra posizione non sarà più forte o l’unità più solida. Ma questo compromesso è illusorio. È muovendoci che creiamo le condizioni per agire con maggiore decisione in seguito. L’unità non precede l’azione: si forgia prendendo insieme decisioni rilevanti e sostenendone collettivamente le conseguenze.
Lo dimostra il caso della Groenlandia. La decisione di resistere anziché accomodarsi ha richiesto una vera valutazione strategica e ha rivelato una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile. Ciò che è stato fatto insieme ha risuonato nell’opinione pubblica più di qualsiasi dichiarazione formale.
IL FEDERALISMO PRAGMATICO
Costruire forza collettiva non sarà semplice. L’integrazione europea è diversa da quella di Stati Uniti e Cina: non fondata sulla forza o sulla subordinazione, ma sulla volontà comune e sul beneficio condiviso. È un’integrazione senza dominio — preferibile, ma più difficile. Questo richiede un approccio diverso, che ho definito “federalismo pragmatico”: pragmatico perché procede con i passi oggi possibili; federale perché orientato a una destinazione chiara. L’azione comune deve tradursi in istituzioni con reale potere decisionale, capaci di agire in ogni circostanza.
L’euro ne è l’esempio più riuscito. Chi era pronto è andato avanti, ha costruito istituzioni comuni e, attraverso quell’impegno, ha forgiato una solidarietà più profonda di qualsiasi trattato. Altri Paesi hanno poi scelto di unirsi. Il percorso non sarà lineare. Non tutti aderiranno subito a ogni iniziativa, ma ogni passo deve restare ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più debole, bensì una vera federazione. Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia cambiato o che la geografia li protegga. Ma siamo tutti vulnerabili, che lo riconosciamo o meno. Le vecchie divisioni sono state superate da una minaccia comune.
Tuttavia, la minaccia da sola non basta. Ciò che è iniziato nella paura deve proseguire nella speranza. Agendo insieme, riscopriremo il nostro orgoglio, la fiducia in noi stessi e la fede nel nostro futuro. Ed è su questa base che l’Europa sarà costruita.

