Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
OLTRECONFINE, UE: I PASDARAN IRANIANI NELLA LISTA TERRORISTICA
L’Unione Europea ha deciso di inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniani (IRGC), la temuta forza paramilitare del regime i cui membri sono noti anche come Pasdaran, nella lista delle organizzazioni terroristiche. È un passo forte, riporta Politico, che parla di un ripensamento collettivo: per settimane i governi più influenti – Francia in testa, seguita da Italia e Spagna – avevano frenato, temendo di perdere ogni margine di dialogo con Teheran, di scatenare ritorsioni contro cittadini europei o di complicare ulteriormente i negoziati sul nucleare. Poi è cambiato tutto. Quando è finito il blackout internet e hanno iniziato a girare i video delle violenze dei Guardiani contro i manifestanti, l’argomento “dialogo a tutti i costi” ha perso forza. Le immagini di genitori che cercano i figli nelle sacche per cadaveri, le uccisioni in massa, le decine di migliaia di morti stimate: tutto questo ha spinto molti Paesi a dire basta.
Mercoledì scorso Berlino e altri hanno convinto Italia e Spagna a cambiare posizione. La Francia, rimasta sola a opporsi, ha ceduto per non passare per quella che “sosteneva il regime”. Kaja Kallas, l’Alto Rappresentante Ue, l’ha spiegato chiaro: “Finché c’era il blackout non si vedeva tutto, ma quando le atrocità sono diventate evidenti, era chiaro che serviva una risposta durissima dall’Europa”. Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, ha parlato di “immagini raccapriccianti” che imponevano di agire. Il ministro francese Barrot ha citato il “coraggio incrollabile” degli iraniani, mentre l’olandese van Weel ha detto che certi video avevano superato “una linea rossa enorme”.
L’Italia è stata la prima a mollare l’ormai ex linea morbida: il Ministro degli Esteri Tajani lunedì scorso aveva annunciato il cambio, parlando di risposta necessaria alle perdite civili. La Spagna ha seguito a ruota. Parigi ha resistito più a lungo, per non chiudere del tutto la porta ai colloqui nucleari (è parte del trio E3 con Germania e UK) e anche perché pesavano i due connazionali appena usciti dalla famigerata prigione di Evin e ancora sotto minaccia. Ma alla fine la pressione degli alleati è stata troppa: “Non volevano essere gli unici a bloccare”, ha detto un funzionario del Parlamento europeo. Gli americani, che avevano inserito i Guardiani nella blacklist già nel 2019, spingevano da tempo. La designazione mette l’IRGC – oltre 100.000 uomini, una forza radicata ovunque nell’economia e nella politica iraniana – allo stesso livello di al-Qaeda, Hamas o Isis: congelamento dei beni, divieti di viaggio, stigma internazionale. Teheran ha reagito furiosa, parlando di mossa “illegale” e “politica”, minacciando conseguenze “pericolose”. Ma per l’Europa è stata una scelta inevitabile: la repressione non poteva passare inosservata.
SIRIA: CESSATE IL FUOCO STORICO TRA DAMASCO E CURDI
Come riferisce Reuters, venerdì scorso il governo siriano e le forze curde hanno firmato un cessate il fuoco che, almeno sulla carta, dovrebbe scongiurare una battaglia sanguinosa nel nord-est e avvicinare un po’ di più il Paese a una vera riunificazione. Gli americani l’hanno subito chiamata “una pietra miliare storica per la riconciliazione nazionale”. Nelle scorse settimane le truppe di Ahmed al-Sharaa avevano preso diverse zone importanti strappandole alle Forze Democratiche Siriane (SDF), costringendo i curdi a ripiegare in un’enclave sempre più ristretta. Le SDF, che a un certo punto controllavano più di un quarto della Siria, sono state uno dei nodi irrisolti da quando, quattordici mesi fa, gli islamisti di Sharaa hanno fatto cadere l’ex dittatore Assad.
L’inviato Usa Tom Barrack ha lodato entrambi: Damasco per aver offerto un’integrazione concreta, i curdi per aver accettato di rientrare in un quadro nazionale pur tenendo alcune delle loro conquiste, come il sistema di co-presidenza uomo-donna nelle istituzioni locali, che però verranno fuse con quelle dello Stato centrale. L’accordo prevede il ritiro delle forze dalle linee di contatto, l’arrivo della polizia del Ministero dell’Interno nel cuore di Hasakah e Qamishli, e la nascita di una divisione militare che ingloberà diverse brigate SDF, compresa una dedicata a Kobani e legata alla provincia di Aleppo. Già a marzo c’era stato un tentativo simile, ma era rimasto lettera morta e aveva aperto la strada all’offensiva di fine anno. Stavolta viene stabilito che l’attuazione parte subito, anche se le incognite non mancano.
Un nodo è il valico di Semalka verso l’Iraq. Damasco lo vuole tutto sotto controllo statale, i curdi parlano di una transizione negoziata. La Turchia guarda con sospetto all’intesa appena raggiunta e il ministro Fidan ha fatto sapere che Ankara vuole garanzie vere, visto che considera le SDF un’estensione del PKK. La curda Elham Ahmad ha chiesto a Stati Uniti e Francia di mettere in piedi un meccanismo di monitoraggio per evitare che qualche guastafeste” faccia deragliare tutto; molti inoltre pensano a frange del PKK contrarie all’intesa. In poche parole: per ora si evita uno scontro devastante nel nord-est e si intravede una Siria un po’ meno frammentata.
CUBA: SHEINBAUM E TRUMP, DUE VISIONI OPPOSTE SULLA CRISI
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha lanciato un allarme chiaro venerdì scorso: se gli Stati Uniti dovessero stringere ulteriormente l’embargo o adottare misure molto dure contro Cuba, il rischio di una crisi umanitaria sarebbe reale. Lo riporta l’Associated Press, secondo cui la presidente ha sottolineato che il Messico non vuole assistere a un peggioramento delle condizioni di vita sull’isola e ha annunciato che cercherà “alternative” per continuare a sostenere Cuba, mantenendo canali di aiuto e cooperazione.
La risposta di Donald Trump non si è fatta attendere. Il giorno dopo il presidente Usa ha minimizzato il pericolo di una crisi umanitaria, sostenendo che non sarà inevitabile. Secondo lui, i cubani “verranno da noi” per negoziare. Trump si è detto convinto che si arriverà comunque a un accordo di qualche tipo con l’Avana e ha lasciato intendere che gli Stati Uniti useranno un approccio morbido: “Saremo gentili”, ha detto, aggiungendo che alla fine “Cuba sarà di nuovo libera”.
Le due dichiarazioni mettono in luce visioni opposte. Da un lato il Messico, vicino geograficamente e storicamente legato a Cuba, guarda con preoccupazione alle conseguenze sociali di un’ulteriore stretta economica e cerca di ritagliarsi un ruolo di mediazione e aiuto umanitario. Dall’altro Trump adotta un tono ottimista e assertivo: scommette su una trattativa rapida, suggerisce che la pressione porterà i dirigenti cubani al tavolo negoziale e lascia intravedere un futuro in cui Cuba tornerebbe a essere “libera” secondo la prospettiva statunitense. Il contrasto è netto: da una parte l’urgenza di evitare un collasso umanitario, dall’altra la fiducia che la linea dura possa aprire la strada a un cambio di regime o quantomeno a concessioni significative da parte dell’Avana. Le parole di Sheinbaum suonano come un invito alla prudenza, quelle di Trump come una sfida aperta al governo cubano.

