Skip to content

Oltreconfine

Gli Usa armano Taiwan, nuovi consolati a Nuuk, Cuba in ginocchio. Notizie da Oltreconfine

Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker

ARMI USA A TAIWAN: NUOVO MAXI-PACCHETTO IN ARRIVO, CINA MINACCIA DI FAR SALTARE LA VISITA DI TRUMP

Come riferisce il Financial Times, gli Stati Uniti stanno preparando un’altra grossa vendita di armi a Taiwan, questa volta da diversi miliardi di dollari, e la cosa sta già creando tensioni fortissime con Pechino. Secondo fonti vicine alla questione, il pacchetto includerebbe missili Patriot, ulteriori sistemi NASAMS (difesa antiaerea a medio raggio) e altri due tipi di armamenti. Si parla di una cifra che potrebbe arrivare anche a 20 miliardi di dollari, anche se c’è chi dice che alla fine sarà più vicina agli 11 miliardi del maxi-pacchetto annunciato a dicembre.

La Cina ha fatto sapere, in privato ma in modo molto diretto, che un annuncio del genere potrebbe far saltare la visita di Stato di Trump in Cina prevista per aprile. Tre persone coinvolte hanno confermato che Pechino ha avvertito Washington: se va avanti così, Xi potrebbe cancellare l’incontro. Mercoledì Xi ha tirato fuori l’argomento direttamente in una telefonata con Trump, chiedendo di “gestire con prudenza” le vendite di armi a Taiwan, come ha riferito il ministero degli Esteri cinese. Non è la prima volta che la Cina prova a scoraggiare gli Usa prima di un vertice presidenziale, ma stavolta il tono è stato particolarmente netto e pubblico, nota Ryan Hass della Brookings Institution citato dal FT. Alcuni funzionari americani però sono convinti che sia solo un bluff e che Xi alla fine non mollerà la visita.

Il Pentagono e la Casa Bianca vorrebbero notificare il Congresso già questo mese, ma c’è chi pensa che Trump preferisca aspettare di essere tornato dalla Cina per non rovinare tutto. La linea ufficiale resta quella di sempre: “Da oltre 40 anni vendiamo armi a Taiwan per garantirne la difesa. Una deterrenza credibile ha mantenuto la pace e continuerà a farlo”, ha detto un portavoce della Casa Bianca senza entrare nei dettagli. Esperti come Bonnie Glaser vedono nei due pacchetti ravvicinati un segnale forte: Trump vuole dare un sostegno netto a Taipei e non ha paura di irritare Pechino. Anche l’ambasciatore cinese a Washington, Xie Feng, ha lanciato avvertimenti diretti all’amministrazione.

Intanto a Taiwan la situazione è complicata. L’opposizione (KMT e TPP, che insieme controllano per un soffio il parlamento) sta bloccando il maxi-fondo speciale da 1.250 miliardi di dollari taiwanesi (circa 40 miliardi) proposto dal presidente Lai Ching-te per i prossimi otto anni. Hanno invece fatto avanzare una versione alternativa più piccola da 400 miliardi, che copre solo una parte delle armi del pacchetto di dicembre e lascia fuori missili Harpoon, ricambi per elicotteri e droni prodotti localmente. L’opposizione dice di voler aumentare la spesa per la difesa, ma accusa Lai di poca trasparenza e di chiedere un assegno in bianco. Il ministero della Difesa ha fatto una riunione riservata per i parlamentari, ma il bilancio 2026, la cui bozza prevede un aumento del 23% della spesa militare, è ancora fermo.

A Washington c’è irritazione crescente. Due senatori di spicco, il repubblicano Jim Risch e la democratica Jeanne Shaheen, hanno detto di essere “profondamente delusi” dal blocco e hanno chiesto a tutti i partiti taiwanesi di collaborare per finanziare davvero la difesa dell’isola. Qualcuno nell’amministrazione Trump pensa addirittura che annunciare il nuovo pacchetto prima che Taipei sblocchi i fondi serva proprio a togliere all’opposizione ogni alibi.

CANADA E FRANCIA APRONO CONSOLATI IN GROENLANDIA

Venerdì scorso Canada e Francia hanno aperto consolati nella capitale della Groenlandia, Nuuk, in un gesto di sostegno alla Danimarca e all’isola artica, proprio mentre gli Stati Uniti continuano a spingere per avere più controllo su questo territorio semi-autonomo sotto sovranità danese.

Come sottolinea l’Associated Press, al nuovo consolato del Canada c’è stata una piccola cerimonia: la bandiera con la foglia d’acero è stata issata, un gruppo ha cantato l’inno nazionale e la ministra degli Esteri Anita Anand ha inaugurato ufficialmente la struttura. “Vogliamo stare fianco a fianco dei groenlandesi e con la Danimarca su tanti temi”, ha detto Anand, citando difesa, sicurezza, cambiamenti climatici, economia e collaborazione nell’Artico. La Francia invece ha mandato il console generale Jean-Noël Poirier, che ha iniziato il suo incarico proprio venerdì scorso. È il primo paese dell’Unione Europea ad aprire un consolato generale in Groenlandia. Per ora non ha ancora una sede fisica, ma il suo compito sarà rafforzare i rapporti culturali, scientifici ed economici già esistenti e stringere di più i legami politici con le autorità locali.

La decisione era stata presa dopo la visita di Macron sull’isola a giugno. Il Canada aveva già deciso di aprire il consolato nel 2024, ben prima delle ultime uscite di Trump, e l’inaugurazione era stata rimandata da novembre solo per il maltempo. Intanto Trump, il mese scorso, aveva minacciato nuove tariffe alla Danimarca e ad altri sette Paesi europei che non volevano cedere sulla Groenlandia, salvo poi ritirare tutto dicendo che era stato trovato un “quadro” di accordo per l’accesso alle risorse minerarie dell’isola. Di dettagli concreti però non si sa quasi niente. Due settimane fa sono iniziati i primi colloqui tecnici tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia per un’intesa sulla sicurezza artica. L’idea del gruppo di lavoro era nata già prima delle minacce di dazi, durante un incontro tra i ministri degli Esteri danese e groenlandese con il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.

CUBA IN GINOCCHIO PER LA CRISI ENERGETICA: DÍAZ-CANEL APRE AL DIALOGO CON TRUMP, MA SENZA CEDERE SOVRANITÀ

Giovedì scorso il presidente cubano Miguel Díaz-Canel è andato in diretta tv per la sua prima conferenza stampa dopo la cattura di Nicolás Maduro negli Stati Uniti, un mese fa. Come riporta il Financial Times, il presidente ha smentito senza mezzi termini chi dice che il regime è “al capolinea” e ha lanciato un’apertura sorprendente: “Siamo pronti a dialogare con gli Stati Uniti su qualsiasi argomento, senza precondizioni, purché si rispetti la nostra sovranità, indipendenza e autodeterminazione”. Unico paletto: guai a chi prova a mettere il naso negli affari interni di Cuba.

Ma l’isola è in ginocchio per la crisi energetica. Da gennaio non arriva più una goccia di petrolio dall’estero. Le scorte, secondo i dati di Kpler, dureranno al massimo altre due-tre settimane. Trump ha fatto sapere che metterà dazi pesantissimi a chiunque esporti greggio verso L’Avana: il Messico ha fermato tutto, il Venezuela tace da dicembre. Mercoledì è andata via la corrente in mezza Cuba orientale: blackout totale a Santiago de Cuba e nelle tre province vicine, cioè in un terzo del Paese. A L’Avana ormai si va avanti con 12-15 ore di buio al giorno, una cosa che fino a poco tempo fa era impensabile. Díaz-Canel ha dovuto ammettere la realtà: “Ci toccherà razionare, stringere la cinghia, rimandare progetti, spegnere luci, ridurre consumi ovunque”. Ha promesso di puntare di più sul petrolio e sul gas che sono prodotti internamente, sulle raffinerie e soprattutto sul solare, anche se per ora Cuba è lontanissima da paesi come Haiti o persino la Corea del Nord quanto a rinnovabili installate.

Il contraccolpo si sente dappertutto: autobus fermi, ospedali che arrancano, scuole in difficoltà, cibo più complicato da produrre, turismo in picchiata (-18% di visitatori nel 2025). Il blackout di mercoledì scorso è partito da un guasto a una sottostazione che ha spento due centrali termoelettriche. Il sistema è fragile da anni e la dipendenza dalle importazioni lo rende vulnerabile proprio ora che Washington stringe la morsa.

Dall’altra parte la Casa Bianca non molla: la portavoce Karoline Leavitt ha detto che Trump è aperto al dialogo (“i contatti ci sono già”), ma ha aggiunto che Cuba “sta crollando” e ha invitato i dirigenti dell’isola a “pesare bene le parole” quando parlano di lui. Ci sono però segnali misti. Tre giorni fa una petroliera ha caricato 150.000 barili di benzina in un porto venezuelano: non è chiaro se stia venendo a Cuba e se gli Stati Uniti lo stiano permettendo. La Cina ha promesso “tutto il sostegno possibile” al ministro cubano in visita a Pechino, anche se di petrolio non ha fatto parola.

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Torna su