Il confronto referendario si sta trasformando in una partita iper – polarizzata. L’intervista a Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, ex responsabile della comunicazione del Partito Democratico (tra il 2013 e il 2014) e fondatore dell’agenzia Lievito
Il confronto sui contenuti del referendum sulla giustizia ha lasciato lo spazio a uno scontro politico aspro, più vicino a un test sul governo che a un confronto nel merito dei quesiti. La polarizzazione è la cifra stilistica attraverso la quale leggere il dibattito referendario. Una trappola, quella della contrapposizione, dalla quale appare difficile uscire. Ne abbiamo parlato con Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, ex responsabile della comunicazione del Partito Democratico (tra il 2013 e il 2014) e fondatore dell’agenzia Lievito
L’attuale campagna referendaria sulla giustizia è oggetto di una forte polarizzazione. C’è un modo per uscire da questo metodo di comunicazione e informare correttamente i cittadini?
No, con questo tipo di referendum che è di difficile comprensione per la stragrande maggioranza dei cittadini. Il tema dell’elezione del Csm è un argomento molto complesso quindi il referendum si sta trasformando in una semplificazione politica. La polarizzazione è inevitabile, da questo punto di vista, altrimenti sarà un referendum in cui andranno a votare pochissime persone perché non è un argomento che desta particolare interessa. I referendum costituzionali hanno molta partecipazione solo quando il significato politico va al di là del referendum stesso (quello del 2016 o quando sono stati ridotti i parlamentari). La partecipazione dipende da quanto lo politicizzi e lo polarizzi. Far votare gli elettori e ampliare la discussione su temi come questi, in cui bisogna avere un’alta preparazione giuridica, è una pia illusione. Se vuoi che le persone partecipino devi politicizzare e polarizzare.
Da una parte c’è chi lamenta un rischio della tenuta democratica, dall’altra chi ha timore della politicizzazione della magistratura. Secondo lei c’è qualcosa di vero in entrambi gli estremi di questa comunicazione referendaria?
No, la propaganda è propaganda e ogni parte spinge per il proprio lato. Si basa su elementi che non sono fattuali, sarà sempre così. Il termine verità non attiene alla comunicazione politica dove tutto è molto opinabile. Ci sono buone ragioni del sì e del no ma il tema è uno scontro squisitamente politico tra un governo che vuole dare un segnale politico nei confronti della magistratura e un’opposizione che la difende.
Secondo lei il centrodestra sta riuscendo a evitare che il referendum diventi un voto sul governo?
Poteva farlo fino a poco tempo fa, ma la Presidente del Consiglio si sta facendo trascinare e i carichi che sta mettendo stanno politicizzando troppo la campagna. Se si guarda la comunicazione di Fratelli d’Italia su questo tema, si capisce che si stanno giocando molto di più di una semplice partita. Stanno rischiando un effetto mobilitazione al contrario, gli elettori così pensano “mi stai chiamando allora non tanto sul Csm e sul tema della giustizia ma a dare un giudizio sul governo e su dite?”. È rischioso perché per quanto il consenso della Meloni sia alto (37%) rischi che chi va a votare ti vuole dare un segnale. E rischi di fare l’effetto Renzi 2016 anche se, a onore del vero, lei non ha detto “se perdo mi ritiro”. Molti sondaggisti ritengono che lei rischia più di chiunque altro.
Dall’altra parte nel centrosinistra non c’è omogeneità nell’approccio a questo referendum. L’ala riformista si è dichiarata per il voto positivo. Rispetto alla comunicazione c’è stato qualche scivolone da parte del centrosinistra?
Più che scivolone ognuno usa le armi che ha. Nel centrosinistra c’è un pezzo che vota per il sì nel merito però quando poi la contrapposizione diventa un plebiscito sul governo e sulla Meloni anche le ragioni del sì dell’ala riformista si perdono. È evidente che è tutta un’altra partita quella che si sta giocando. Non mi sorprendono le campagne che stanno facendo sia FdI che il Pd. È tutto abbastanza legittimo.
In un mondo ideale quale potrebbe essere la strategia migliore per informare la cittadinanza sul referendum?
L’informazione non la fanno i partiti. Questo dobbiamo sottolinearlo. È il sistema mediatico che si occupa davvero di informare su cosa si va a votare. La comunicazione dei partiti è di parte. Sono i media che dovrebbero fare la corretta informazione. Trovo complesso chiamare l’elettorato a esprimersi su questi temi. Le persone comuni che esposte alla campagna elettorale non votano nel merito, sul Csm, ma perché preferiscono una o l’altra parte politica.

