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Azionariato popolare

Azionariato popolare, ddl fermo al Senato. Ecco perché e cosa prevede

Un ponte tra tifoseria e governance societaria? Il provvedimento regolamenterebbe l’ingresso dei sostenitori nel capitale dei club calcistici, ma il ddl rimane incagliato al Senato.

Si chiama disegno di legge n. 1120 e potrebbe ridisegnare i rapporti di forza all’interno dello sport italiano. Approvato alla Camera il 23 aprile 2024, il testo recante le “disposizioni in materia di partecipazione popolare alla titolarità di azioni e quote delle società sportive” è attualmente fermo a Palazzo Madama.

Una riforma nata per promuovere la trasparenza e il legame con il territorio è diventata terreno di scontro nella maggioranza, tra chi preme per una rapida approvazione e il muro di chi teme ripercussioni sulla gestione dei grandi club professionistici.

LO STALLO PARLAMENTARE

Nonostante l’approvazione all’unanimità in Commissione Cultura, la proposta di legge è ostaggio dei veti incrociati di Lega e Forza Italia.

Il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, primo firmatario della proposta, spinge per la conclusione dell’esame. Ma il suo omologo al Senato per conto degli azzurri di FI, Maurizio Gasparri, chiede ulteriori approfondimenti tecnici. Il nodo principale riguarda la compatibilità della norma con le società quotate in borsa o a proprietà internazionale, un punto su cui è arrivato un niet non da poco: per il senatore di Forza Italia e presidente della S.S. Lazio Claudio Lotito la proposta di legge sarebbe carente, olte a paventare il rischio di interferenze nella gestione proprietaria.

Il senatore Roberto Marti, presidente della Commissione che ha dato il via libera, prova a mediare e rassicura: “Lotito ha chiesto un approfondimento, lui sul calcio dice sempre la sua. Ma dopo lo riportiamo in Aula. In commissione Cultura l’hanno votata tutti, anche perché firmata da Molinari”.

COSA PREVEDE IL DDL SULL’AZIONARIATO POPOLARE

Il disegno di legge si articola in nove articoli e introduce una distinzione netta tra sport dilettantistico e professionistico. Per le società dilettantistiche, il modello previsto è di tipo democratico-associativo: ogni socio dispone di un solo voto, indipendentemente dalla quota detenuta. Per le società professionistiche, invece, viene mantenuta la struttura capitalistica, ma si introduce l’obbligo di un “ente di partecipazione popolare” che detenga almeno l’1% del capitale sociale.

Qualora tale ente raggiunga il 30% del capitale, acquisisce il diritto di nominare un componente nel consiglio di amministrazione. L’ente deve essere “adeguatamente rappresentativo”, comprendendo un numero di sostenitori pari ad almeno il 30% della media degli spettatori paganti dell’ultimo triennio.

Il testo impone inoltre il divieto di distribuire gli utili agli enti di partecipazione, l’obbligo di reinvestimento sociale – il 25% andrebbe ai settori giovanili e un altro 25% allo sport per disabili – e assegna il diritto di prelazione in caso di perdita del titolo sportivo alla società a partecipazione popolare, di modo da preservare l’identità territoriale.

Il controllo sull’intera procedura di costituzione degli enti sarebbe affidato al Dipartimento per lo sport della Presidenza del Consiglio, per garantire trasparenza ed evitare frammentazioni tra diverse fazioni della tifoseria.

VERSO IL MODELLO EUROPEO

Il provvedimento nasce dalla volontà di emulare, seppur in forma mitigata, modelli di successo europei come il “50+1” tedesco o l’azionariato diffuso spagnolo. L’obiettivo dichiarato dai proponenti è quello di inserire elementi di democrazia partecipativa senza scardinare gli assetti proprietari esistenti. Una riforma su cui punta anche il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, che sta mediando per cercare un punto di equilibrio tra il diritto dei tifosi a partecipare alla vita del club e le esigenze di stabilità dei grandi investitori.

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