La richiesta di chiarimenti del Ministero della Giustizia e la risposta di Cesare Parodi: ecco come funziona il comitato “Giusto dire No” che gestisce i fondi per la campagna contraria alla separazione delle carriere in magistratura
Dopo la lettera indirizzata dalla capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi al sindacato delle toghe, arriva la risposta dell’Associazione Nazionale Magistrati sui finanziamenti alla campagna referendaria.
Il ministero chiede trasparenza, l’Anm oppone la tutela della privacy e rimanda al sito di “Giusto dire no”, rimarcando il grado di separazione giuridico tra le attività del comitato e quelle del sindacato che ha dato mandato dell’iniziativa.
LA LETTERA DI GIUSI BARTOLOZZI ALL’ANM
“È pervenuto al ministero un atto di sindacato ispettivo con il quale il parlamentare irrogante riferisce che il segretario generale dell’Anm avrebbe dichiarato – scrive il ministero all’Anm – che il ‘Comitato Giusto dire NO promosso dall’Anm ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente con una donazione volontaria”.
L’atto, presentato dal forzista Enrico Costa, punta il dito contro le donazioni al comitato per il no, accusandolo di scarsa trasparenza e insinuando che si possa configurare una forma di conflitto d’interesse tra le toghe in servizio e i privati che sostengono la campagna.
LA REPLICA DELL’ANM
Per tutta risposta il presidente Cesare Parodi precisa che il comitato per il no è “un soggetto giuridico diverso dall’Anm” e solleva una questione di privacy sulla diffusione dei nomi dei finanziatori: “se anche avessi la lista, che non ho, dovrei valutare i profili di riservatezza”. E aggiunge: “Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contraria alla salvaguardia della loro privacy, ma questa rimane una mia valutazione personale che le segnalo per correttezza”.
COME FUNZIONANO I FINANZIAMENTI
Ma come funzionano davvero i finanziamenti? Il presidente dell’Anm rinvia la questione al sito del comitato. Sulla piattaforma di raccolta, il donatore trova quattro pulsanti per versare importi predeterminati — 10, 20, 50 e 100 euro — e viene informato che, per somme superiori, l’unica soluzione è ripetere l’operazione.
Non sarebbero emerse donazioni importanti riconducibili a singoli mecenati: il comitato sostiene che la maggior parte dei contributi si è attestata sotto la soglia dei 100 euro. Non v’è traccia dei due maxi stanziamenti giunti dall’associazione stessa in due tranche, la prima da 500 mila euro e la seconda da 300 mila. Somme utilizzate solo in parte e impiegate soprattutto nelle iniziative di comunicazione, tra cui la campagna nelle stazioni durante il periodo natalizio con lo slogan — “Vuoi un giudice controllato dal governo?” – che ha portato a una denuncia presentata in Procura da Giorgio Spangher, figura del Comitato per il Sì, per un messaggio a suo dire fuorviante per gli elettori.
CHI GUIDA IL COMITATO PER IL NO
Dal punto di vista formale, Il comitato si è costituito il 14 settembre dell’anno scorso su mandato dell’Anm e si presenta come strumento per dare attuazione a quanto deciso dall’assemblea dell’associazione in vista della consultazione prevista per il 2026 sul disegno di legge costituzionale a prima firma Nordio. La tessitura del comitato è affidata a figure provenienti in buona parte dal mondo giudiziario: Enrico Grosso, docente di diritto costituzionale presso l’ateneo torinese, ne è il presidente onorario; la direzione operativa è composta da magistrati con ruoli esecutivi e di segreteria: Antonio Diella nella funzione di presidente esecutivo, Marinella Graziano come vicepresidente vicaria, Gerardo Giuliano nel ruolo di segretario e Giulia Locati incaricata della tesoreria. Nel direttivo compaiono anche magistrati in pensione, richiamati per esperienza e disponibilità, tra cui Marcello Maddalena, Claudio Castelli e Francesco Menditto.

