Occhi puntati su Washington per l’apertura dei lavori del fantomatico Board of Peace per Gaza lanciato da Donald Trump: ecco chi partecipa e chi non sarà presente
Oggi a Washington si tiene la sessione inaugurale del Board of Peace, l’organismo internazionale fortemente voluto dal presidente americano Donald Trump che punta a ridefinire gli equilibri diplomatici globali. L’appuntamento per chi ha aderito è alle 10:00 (ora locale) al ribattezzato Donald J. Trump Institute of Peace, ossia alle 16 italiane.
Annunciato inizialmente nel settembre 2025 come strumento per la risoluzione del conflitto a Gaza, l’ente si presenta oggi come una struttura permanente con ambizioni globali che cerca la pace attraverso logiche affaristiche, come dimostra la spropositata fee che si paga per aderirvi, e fortemente accentrato sulla figura di Trump. Criticità che non sono affatto sfuggite alla maggior parte dei governi occidentali, che non parteciperanno al summit. non ancorato a una logica d spesso descritta come una sorta di organizzazione alternativa alle Nazioni Unite.
COS’È IL BOARD OF PEACE
Il Board of Peace, o Consiglio della Pace, è un organismo internazionale istituito formalmente a Davos a gennaio sotto la guida di Donald Trump. Nato inizialmente per facilitare i negoziati e la ricostruzione a Gaza, ha ricevuto un primo avallo da una risoluzione Onu lo scorso precedente. La struttura è caratterizzata da una forte impronta centralizzata: il presidente Donald Trump detiene una carica senza scadenze temporali e ha l’autorità esclusiva di nominare successori, invitare nuovi membri e modificare lo statuto.L’adesione al Board comporta un impegno finanziario rilevante, pari a un miliardo di dollari ogni tre anni da devolvere all’organizzazione, una clausola che garantisce un seggio permanente a chi versa la quota immediatamente.
CHI CI SARÀ
La governance dell’ente è affidata a un Comitato Esecutivo composto da sette personalità nominate direttamente dal presidente americano. Tra i membri figurano l’Alto Rappresentante per Gaza Nickolay Madlenov, il segretario di Stato Marco Rubio, i negoziatori speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, l’ex premier britannico Tony Blair, il presidente della Banca Mondiale Ayai Banga, il miliardario Marc Rowan e il vice consigliere per la sicurezza nazionale Robert Gabriel. Saranno presenti anche delegati tecnici come Ali Shaath, capo commissario del National Committee for the Administration of Gaza. Nonostante il gelo di molte cancellerie europee, parteciperà alla sessione anche la commissaria Ue al Mediterraneo Dubravka Suica, sebbene limitatamente ai temi riguardanti la Striscia di Gaza.
PAESI MEMBRI E OSSERVATORI: CHI ADERISCE, CHI NO E CHI È INDECISO
La geografia del Board è estremamente variegata, eppure sono scarse le adesioni da parte dei governi occidentali, fatta eccezione, naturalmente, per gli Usa. L’unico membro del G20 che sarà presente è l’Indonesia, mentre l’unica capitale europea che siederà stabilmente nel Board è Budapest. Gli altri membri fondatori sono Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bulgaria, Emirati Arabi Uniti, Giordania , Kazakhstan, Kosovo, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Turchia, e Uzbekistan, ai quali si sono aggiunti di recente El Salvador e Israele, che invierà il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar.
Hanno espresso interesse formale Albania, Bielorussia, Cambogia, Egitto, Kuwait e Vietnam. Un secondo gruppo ha scelto lo status di osservatore: oltre all’Italia, tra questi figurano Cipro, Repubblica Ceca, Grecia, Messico e Romania. Restano indecisi, non avendo ancora fornito una risposta definitiva all’invito di Donald Trump, Australia, Brasile, Cina, Corea del Sud, Filippine, Finlandia, Giappone, India, Olanda, Oman, Portogallo, Russia, Singapore, Svizzera, Thailandia e Ucraina.
Il Canada è stato invece escluso dopo il ritiro dell’invito da parte del tycoon. Infine, hanno opposto un netto rifiuto Austria, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Regno Unito, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e il Vaticano.
CHI VA PER L’ITALIA
L’Italia sarà rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri (e vicepresidente del Ppe, contrario al Board) Antonio Tajani. La decisione sulla delegazione è stata oggetto di un lungo dibattito interno al governo, che inizialmente aveva ipotizzato un profilo di rappresentanza più basso, delegando la partecipazione all’ambasciatore negli Stati Uniti Marco Peronaci.
Tuttavia, dopo un confronto diretto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e lo stesso Antonio Tajani, si è optato per una presenza politica di alto livello. Una scelta che distingue l’Italia dalla maggior parte dei partner europei: mentre leader come Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno declinato l’invito, il governo italiano ha preferito mantenere un canale aperto con l’amministrazione statunitense, nonostante le perplessità espresse dal Vaticano attraverso il cardinale Pietro Parolin.
QUALE RUOLO AVRÀ L’ITALIA
L’Italia partecipa ai lavori in qualità di Paese “osservatore“: pertanto, malgrado il rango del suo rappresentante, Roma si accomoderà al tavolo del tycoon con un ruolo minore, che non dà al nostro Paese la possibilità di intervenire né di votare su eventuali risoluzioni del Board che potrebbero essere adottate, ma solo di partecipare alle sessioni di dibattito. L’obiettivo dichiarato della missione di Antonio Tajani è quello di presidiare le fasi decisionali relative alla ricostruzione di Gaza e al futuro della Palestina, cercando al contempo di ricucire i rapporti diplomatici con la Casa Bianca dopo le recenti tensioni su dossier internazionali.

