Il dibattito sulla riforma del sistema di voto ruota intorno a un modello proporzionale con premio di maggioranza destinato a mandare in pensione il Rosatellum. Il testo, però, ancora non è stato depositato in Parlamento: la maggioranza cerca la quadra
La storia recente della Seconda Repubblica è caratterizzata da frequenti modifiche ai sistemi di voto, spesso introdotte a ridosso delle scadenze elettorali. Dal Mattarellum al Porcellum, fino all’attuale Rosatellum, ogni legislatura ha tentato di adattare le regole del gioco alle proprie esigenze di coalizione. Eppure adesso mettere mano alla legge elettorale sembra un’esigenza tanto del governo quanto dell’opposizione, seppur non in maniera manifesta. In palio c’è la possibilità per entrambi i fronti di governare il Paese attraverso una maggioranza certa, condizione che allo stato attuale, vigente il Rosatellum, non sembra affatto raggiungibile.
L’iter legislativo dovrebbe partire dalla Camera dei Deputati, per poi passare al Senato. Il testo doveva approdare in Parlamento già questa settimana, ma l’accordo dentro la maggioranza non è ancora chiuso e negli ultimi giorni si è deciso per un ulteriore rinvio. Gli sherpa dei partiti sono attualmente impegnati a definire i dettagli tecnici prima di sottoporre la bozza definitiva ai leader di coalizione, con l’obiettivo di trovare una sintesi politica che eviti frammentazioni interne.
L’ARCHITETTURA DEL “MELONELLUM”
Com’è ormai ampiamente noto, la nuova legge elettorale, già ribattezzata informalmente “Melonellum”, prevederebbe il superamento dei collegi a favore di un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. L’attuale legge, il Rosatellum, prevede infatti una quota troppo ampia di collegi uninominali – il 37% del totale – che non favorirebbe la governabilità.
COME FUNZIONEREBBE IL PREMIO DI MAGGIORANZA
Il premio di maggioranza dovrebbe scattare al raggiungimento di una soglia fissata tra il 40% e il 42%, seguendo i paletti stabiliti in passato dalla Corte Costituzionale, e assegnare una quota intorno al 55% dei seggi in Parlamento.
E cosa succede invece se entrambe le coailizioni superano il 40% dei voti? Allo stato attuale, l’orientamento sembrerebbe quello di replicare il modello già impiegato nelle elezioni territoriali, e quindi di assegnare il premio a chi prende più preferenze.
Nell’ipotesi in cui nessuno raggiungesse la soglia, le opzioni sul tavolo sono due. La più drastica vede il premio di maggioranza non assegnato, con la ripartizione dei seggi che avverrebbe per via proporzionale, o quantomeno assegnato in forma ridotta: in entrambi i casi si ripresenterebbe però lo spettro dell’ingovernabilità.
Viceversa, si potrebbe procedere a un ballottaggio tra le prime due coalizioni, sul modello di quanto avviene già per le elezioni dei sindaci. Un’opzione però osteggiata da più parti, anche perché si andrebbe incontro alla formazione di coalizioni ad hoc (e a orologeria) soltanto per vincere il ballottaggio.
IL NOME DEL CANDIDATO PREMIER SULLA SCHEDA?
Uno dei nodi fondamentali riguarda l’indicazione del Presidente del Consiglio sulle schede: secondo le ultime indiscrezioni, il nome del premier non dovrebbe comparire direttamente, ma restare legato al programma depositato ufficialmente. Per quanto riguarda la selezione degli eletti, si parla di uno schema con capilista bloccati e una divisione dei seggi su base circoscrizionale per la Camera e nazionale per il Senato.
LE SOGLIE DI SBARRAMENTO
Sul fronte delle soglie di sbarramento, si registra un confronto aperto tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, orientata verso un limite del 3%, e il segretario della Lega e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, che spingerebbe per un innalzamento al 4% per limitare la concorrenza di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che potrebbe sottrarre voti preziosi al Carroccio, ma non solo.
PREFERENZE CONTRO LISTE BLOCCATE
Nonostante le aperture di facciata, il ritorno alle preferenze resta l’ostacolo più alto. Se da un lato una parte di Fratelli d’Italia sembrava intenzionata a reintrodurle per dare più forza ai candidati radicati sul territorio, dall’altro prevale il timore dei “cerchi magici” dei partiti di perdere il controllo sulla composizione dei gruppi parlamentari. Lo schema attuale sembra privilegiare liste brevi con capilista bloccati (eletti automaticamente) e preferenze limitate ai soli candidati successivi: una soluzione di compromesso che però non convince chi chiede un’apertura totale alla scelta dell’elettore.
L’OMBRA DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
Il clima politico è pesantemente condizionato dal referendum costituzionale sulla separazione delle carriere previsto per il 22 e 23 marzo. La maggioranza teme che un’eventuale vittoria del “No” possa togliere slancio politico al governo, rendendo impossibile approvare una riforma elettorale “di forza” prima dell’estate. Il rischio è che, in caso di sconfitta referendaria, i deputati e senatori preoccupati per la propria rielezione possano far mancare i voti necessari, spingendo la coalizione verso uno stallo pericoloso in vista delle politiche del 2027.

