Il controllo dello Stretto di Hormuz permette all’Iran di gestire (e all’occorrenza bloccare) il passaggio delle petroliere che trasportano circa il 30% del petrolio mondiale
Agli attacchi sferrati da Usa e Israele l’Iran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz perché “non sicuro”. L’esito è che, al momento, circa 150 petroliere sono ferme in mare aperto, lo Stretto, infatti, è uno di colli di bottiglia del commercio energetico mondiale.
LE DICHIARAZIONI (SMENTITE DAI FATTI) DEL MINISTRO DEGLI ESTERI IRANIANO
Ufficialmente il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fatto sapere che l’Iran “non ha alcuna intenzione” di chiudere lo Stretto di Hormuz né di “interrompere la navigazione al suo interno in questa fase”. Le cose però sembrano stare in maniera un po’ diversa.
HORMUZ: UN PASSAGGIO CRUCIALE
Lo Stretto di Hormuz confina con Oman e Emirati Arabi Uniti da un lato e Iran dall’altro. Collega il Golfo Persico (o Golfo) con il Golfo di Oman e quindi con il Mar Arabico. Il punto più stretto misura 33 km (21 miglia), mentre le corsie di navigazione sono larghe solo 3 km (2 miglia) per direzione, cosa per la quale è particolarmente vulnerabile ad attacchi. “Nonostante la larghezza limitata – scrive Al Jazeera -, il passaggio è utilizzato anche dalle più grandi petroliere del mondo. I principali esportatori di petrolio e gas del Medio Oriente dipendono da questo passaggio per trasportare le forniture ai mercati internazionali, mentre i paesi importatori contano sul suo funzionamento senza interruzioni”.
PERCHÉ LO STRETTO DI HORMUZ È STRATEGICO
Il controllo dello Stretto di Hormuz permette al regime iraniano di bloccare il passaggio delle petroliere causando gravi danni al commercio mondiale. Bloccare il transito nello Stretto di Hormuz “vorrebbe dire fermare il 30% del petrolio che gira via mare, che vale un quinto del petrolio prodotto al livello globale. Ma non solo. Perché la stessa rotta la compie circa il 20% delle spedizioni di GNL, il gas liquefatto che soprattutto dallo scoppio della guerra in Ucraina, con il conseguente sostanziale stop all’esportazione di gas russo, è diventato una risorsa fondamentale soprattutto per i paesi occidentali, ovviamente Italia inclusa”, si legge su Start Magazine.
I NUMERI
La U.S. Energy Information Administration (EIA), stima che nel 2024 circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno siano transitati nello stretto di Hormuz, per un valore di circa 500 miliardi di dollari l’anno. Il greggio che attraversa lo Stretto proviene da Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Il danno è particolarmente grave per i mercati asiatici. Difatti, secondo l’EIA, nel 2024 l’84% delle spedizioni di petrolio greggio e l’83% del GNL che attraversavano lo stretto era diretto verso i mercati asiatici. I principali importatori sono: Cina, India, Giappone e Corea del Sud
IL MESSAGGIO ENERGICO ED ENERGETICO DI TRUMP
Nei giorni passati Trump aveva minacciato di “annientare la Marina” iraniana proprio perché Washington non può permettere che si arresti un quinto del traffico mondiale di petrolio – il quale avrebbe delle ricadute durissime sui mercati – e intende ribadire al contempo che qualsiasi tentativo di chiusura dello Stretto verrebbe considerato un atto di guerra su larga scala. Colpire la Marina e l’industria missilistica significherebbe neutralizzare in un colpo solo, la capacità iraniana di bloccare il traffico commerciale, la rete di basi costiere lungo il Golfo Persico e l’infrastruttura industriale che produce missili balistici e antinave.

