La chiusura dello Stretto di Hormuz può causare ripercussioni su tutto il settore shipping, sulle assicurazioni e sull’energia. Intervista al prof. Gian Enzo Duci dell’Università di Genova
L’Iran, da giorni sotto attacco del fuoco incrociato israeliano e statunitense, ha un’arma potentissima: il controllo dello Stretto di Hormuz. Da questo collo di bottiglia, infatti, transita quasi il 20% del petrolio e del GNL mondiali. Il blocco parziale della navigazione nello Stretto ha determinato l’aumento immediato del prezzo del petrolio e del gas in Europa, rispettivamente del 10% e del 50%.
Delle ripercussioni di un blocco dei transiti nello Stretto di Hormuz ne abbiamo parlato con il prof. Gian Enzo Duci, docente a contratto dell’Università di Genova.
Quali sono le preoccupazioni per il nostro Paese e per l’Europa dalle difficoltà di transito nello stretto di Hormuz?
Io partirei forse dall’elemento più importante in assoluto quando parliamo di navi: pur non battendo bandiera italiana sulla MSC Euribia, nave da crociera della MSC Cruises ora nel porto di Dubai, parte rilevante dell’equipaggio è composto da nostri connazionali che stanno bene in attesa che si sblocchi la situazione e salpare o di essere rimpatriati. Fortunatamente, al momento non risultano navi battenti bandiera italiana bloccate nell’area. Tuttavia, la situazione resta delicata.
Invece, se guardiamo alle questioni relative al traffico commerciale ed energetico?
Per capire l’entità delle ripercussioni bisogna capire i tempi della chiusura dello Stretto. Quello che possiamo dire oggi è che l’Italia ha una dipendenza significativa dal Golfo Persico per il gas. Tra i principali fornitori del nostro Paese c’è il Qatar, uno dei primi tre fornitori dell’Italia insieme a Algeria e Azerbaigian. Già la parziale riduzione del traffico nel Canale di Suez negli ultimi mesi aveva allungato i tempi di trasporto del gas liquefatto diretto in Europa. Se lo Stretto di Hormuz dovesse chiudere completamente, si arriverebbe di fatto a un blocco totale.
Situazione che potrebbe complicarsi con gli attacchi agli impianti energetici in Qatar.
Se fossero colpite proprio le infrastrutture da cui proviene il gas destinato all’Italia, il problema sarebbe molto più grave, indipendentemente dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Non è un caso che il prezzo del gas sui mercati sia schizzato verso l’alto: in alcune fasi della giornata si è registrato un aumento fino al 42%.
In caso di escalation non sarebbero al sicuro nemmeno pozzi, raffinerie e oleodotti della regione. Quali potrebbero essere le ripercussioni?
Il problema principale è capire quali infrastrutture siano state colpite e con quale intensità. Alcune notizie parlano di attacchi a impianti energetici in diversi Paesi del Golfo.
Se venissero danneggiati pozzi di estrazione, oleodotti o terminal di carico, i tempi di ripristino potrebbero essere molto lunghi. Non si tratta infatti di infrastrutture facilmente riparabili o sostituibili. Questo significa che l’impatto economico potrebbe prolungarsi anche dopo un’eventuale riapertura dello stretto.
La maxi-petroliera “New Vision”, della compagnia China Merchants, è riuscita a transitare nello stretto. Significa che Hormuz non è off limits per tutti?
È possibile che si stia creando una situazione simile a quella osservata nel Mar Rosso negli ultimi mesi: alcune navi, in particolare cinesi, continuano a transitare. L’Iran, infatti, potrebbe avere interesse a non bloccare completamente le navi dirette verso la Cina, che resta il principale acquirente del petrolio iraniano. Attraverso Hormuz transitano infatti circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno, una quota enorme se considera che la produzione mondiale è di poco superiore ai 100 milioni di barili. In altre parole, circa un quinto del petrolio globale passa da questo stretto.
Eventualità che potrebbe avvicinare ancora di più la Cina alla Russia.
Per la Cina la situazione è particolarmente delicata. Pechino è già oggi il principale importatore di petrolio russo e anche di petrolio iraniano. Se il traffico dal Golfo dovesse interrompersi o ridursi drasticamente, il petrolio russo diventerebbe ancora più strategico per l’economia cinese, rafforzando ulteriormente il legame energetico tra Russia e Cina. Allo stesso tempo, però, nemmeno la Cina è completamente autosufficiente dal punto di vista logistico. Pechino punta da anni a controllare direttamente almeno il 50% del tonnellaggio navale necessario ai propri approvvigionamenti, ma questo obiettivo non è ancora stato raggiunto. Anche per questo motivo un blocco prolungato dello stretto creerebbe comunque difficoltà.
In generale, una chiusura duratura di Hormuz rappresenterebbe una crisi potenzialmente senza precedenti negli ultimi decenni. A differenza di altri colli di bottiglia marittimi, come il Canale di Suez, che può essere aggirato circumnavigando l’Africa, per le esportazioni energetiche del Golfo non esistono alternative realistiche in tempi rapidi. Se il blocco dovesse protrarsi nel tempo si potrebbe generare una crisi energetica potenzialmente senza precedenti negli ultimi cinquant’anni.
Ricadute importanti ci sarebbero anche sul settore assicurativo.
Tuttavia, il problema principale è assicurativo. Il cosiddetto war risk – il premio assicurativo per il rischio di guerra – è esploso. Prima delle tensioni nel Mar Rosso il premio medio era circa lo 0,01% del valore della nave. Con la crisi degli ultimi mesi era già salito fino all’1%. Oggi si parla di premi potenziali tra il 10% e il 20% del valore della nave, livelli che rendono il traffico praticamente insostenibile. Inoltre, c’è anche la questione degli equipaggi: in situazioni di rischio elevato i marittimi hanno il diritto di rifiutarsi di transitare in un’area pericolosa.
In un suo articolo per ISPI di qualche tempo fa lei ha parlato della “sfida per il mare” tra le grandi potenze. L’attuale crisi si inserisce in quel quadro?
Quella competizione riguarda anche il controllo delle rotte energetiche globali. Nel mio articolo analizzavo tre aree fondamentali per l’approvvigionamento petrolifero: Venezuela, Russia e Iran.
Con la chiusura di Hormuz non verrebbe bloccato solo il petrolio iraniano, ma anche quello proveniente dagli altri Paesi del Golfo. Questo potrebbe rendere ancora più strategico per la Cina il petrolio russo, rafforzando ulteriormente il legame energetico tra Russia e Cina. Dobbiamo ricordare che il sistema energetico mondiale si regge su pochi colli di bottiglia marittimi e tra questi Hormuz è il più importante di tutti. Infatti, a differenza del Canale di Suez, che può essere aggirato circumnavigando l’Africa, lo stretto di Hormuz non ha alternative realistiche. Per questo motivo una sua chiusura prolungata cambierebbe profondamente gli equilibri dell’economia globale.


