Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
CUBA-TRUMP: COLLOQUI IN CORSO PER SUPERARE EMBARGO E CRISI CARBURANTE
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che il governo dell’isola è in trattative con l’amministrazione Trump per superare le divergenze bilaterali, mentre Cuba affronta una grave crisi energetica causata dal blocco petrolifero statunitense. Come scrive la BBC, Díaz-Canel ha rivelato in un discorso nazionale che da tre mesi “nessun carburante” entra nel paese, con conseguente esaurimento progressivo delle riserve di diesel e benzina. La rete elettrica è diventata sempre più instabile, provocando blackout frequenti e diffusi.
I colloqui sono alle fasi iniziali, con Díaz-Canel a capo della delegazione cubana. Trump, rientrato alla Casa Bianca, ha definito Cuba in “gravi difficoltà” e minacciato una “conquista amichevole”. Ha inoltre promesso dazi sulle importazioni Usa da paesi terzi che riforniscono l’isola di petrolio.
La Casa Bianca ha confermato i contatti, sottolineando che Trump ritiene possibile un accordo “molto facile”. La crisi si è aggravata dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio, che ha interrotto le forniture venezuelane, stimate in circa 35.000 barili al giorno, metà del fabbisogno cubano. Cuba ha risposto incrementando la produzione interna di greggio, gas e energia solare. Trump ha coinvolto nelle trattative il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani, secondo cui l’isola necessita di un “cambiamento drammatico” per migliorare la vita della popolazione.
In segno di buona volontà, dopo l’incontro tra il ministro Bruno Rodríguez e Papa Leone, Cuba libererà nei prossimi giorni 51 prigionieri che hanno scontato gran parte della pena e mostrato buona condotta. Dal 2010 sono stati graziati 9.905 detenuti; negli ultimi tre anni altri 10.000 hanno beneficiato di misure alternative.
COREA DEL NORD LANCIA 10 MISSILI: SFIDA ALLE ESERCITAZIONI USA-COREA DEL SUD
Come riferisce l’Associated Press, sabato scorso la Corea del Nord ha lanciato circa 10 missili balistici verso il Mar del Giappone orientale, dal distretto di Sunan, vicino all’aeroporto internazionale di Pyongyang. I missili hanno percorso circa 350 km, cadendo fuori dalla zona economica esclusiva giapponese senza provocare danni a navi o aerei, come confermato dal ministro della Difesa nipponico Shinjiro Koizumi.
Il lancio arriva in piena risposta alle esercitazioni congiunte annuali Freedom Shield tra Stati Uniti e Corea del Sud, in corso dall’11 al 19 marzo con migliaia di militari coinvolti. Si tratta di manovre prevalentemente simulate al computer, integrate dal programma sul campo Warrior Shield, pensate per testare la prontezza operativa congiunta di fronte a scenari di minaccia sempre più complessi. Seoul ha immediatamente rafforzato la sorveglianza e resta in allerta per possibili ulteriori lanci, mantenendo stretti contatti con Washington e Tokyo.
Il gesto nordcoreano coincide con l’impegno militare statunitense in Medio Oriente, dove la guerra contro l’Iran si sta intensificando: media sudcoreani, citando immagini e video di sorveglianza, ipotizzano che alcuni sistemi di difesa missilistica Usa – tra cui THAAD a Seongju e batterie Patriot – stiano per essere trasferiti nella regione.
L’ufficio del presidente Lee Jae-myung non ha confermato gli spostamenti, ma ha ribadito che eventuali riduzioni non comprometterebbero la capacità di deterrenza contro la Corea del Nord nucleare, grazie alla solida forza convenzionale sudcoreana. Pochi giorni prima, il premier Kim Min-seok aveva incontrato Trump a Washington, esprimendo fiducia in una possibile ripresa del dialogo Usa-Pyongyang.
Lee punta a migliorare i rapporti intercoreani e vede una finestra di opportunità nella prossima visita di Trump in Cina, prevista dal 31 marzo. Il lancio di sabato, però, sembra spegnere queste speranze: Pyongyang ha irrigidito la sua posizione verso Seul e insiste perché Washington abbandoni la richiesta di denuclearizzazione come precondizione per qualsiasi negoziato.
Da decenni le esercitazioni alleate vengono bollate come “prove di invasione”, pretesto ricorrente per test missilistici e dimostrazioni di forza. Kim Yo-jong, sorella del leader Kim Jong-un, ha duramente criticato martedì le manovre, avvertendo di “terribili conseguenze” in un momento in cui “la sicurezza globale crolla rapidamente” a causa di “atti sconsiderati di teppisti internazionali”. Il ministero degli Esteri nordcoreano ha poi condannato gli attacchi Usa-Israele all’Iran e espresso sostegno al nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei. Pyongyang continua a respingere ogni ripresa dei colloqui sul nucleare, interrotti dal fallimento del vertice Kim-Trump del 2019.
M23: TREGUA FRAGILE, ACCUSE RECIPROCHE E DRONI CONGOLESI
Il portavoce del gruppo ribelle M23, Lawrence Kanyuka, ha dichiarato all’Associated Press che il movimento resta disponibile al dialogo di pace, purché l’esercito congolese smetta di attaccare le sue posizioni e di colpire leader, combattenti e civili innocenti. Dal canto suo, il portavoce del governo congolese, Patrick Muyaya, ha annunciato che le autorità stanno indagando sul raid aereo della settimana scorsa, in cui ha perso la vita un operatore umanitario francese. Non ha fornito dettagli su altri attacchi con droni, ma ha accusato l’M23 di aver violato il cessate il fuoco. Allo stesso tempo ha ribadito la volontà del governo di rispettare la tregua e gli accordi siglati.
Quel che è certo è che questi nuovi episodi di violenza stanno minando i già fragili sforzi di pace in una regione segnata, di recente, anche dal ritrovamento di fosse comuni. Il conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo continua a generare una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta: oltre 7 milioni di persone sono sfollate interne.
Secondo il rapporto 2026 di ACLED, un’organizzazione che monitora i conflitti globali, l’esercito congolese sarebbe responsabile di almeno 60 attacchi con droni dall’inizio dell’anno, mentre meno del 5% degli strike con droni registrati nella regione negli ultimi dodici mesi è stato attribuito ai ribelli.
Christian Rumu, responsabile campagne di Amnesty International, sottolinea che la popolazione civile “continua a morire e a essere costretta alla fuga” e che, nonostante le intese di pace, “i congolesi non percepiscono alcun reale miglioramento nella loro vita quotidiana”. La tregua appare dunque estremamente precaria, con accuse reciproche di violazioni e un costo umano altissimo per le comunità intrappolate nel conflitto.


