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Joe Kent Trump

Joe Kent contro Trump sull’Iran: cosa dice e chi è l’ex capo dell’antiterrorismo Usa

L’ex ufficiale delle Forze Speciali e direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent, ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico in aperta polemica con il Presidente Donald Trump sulla guerra in Iran

Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, ha rassegnato ufficialmente le proprie dimissioni attraverso un messaggio diffuso sulla piattaforma X, segnando una frattura drammatica con l’amministrazione guidata dal Presidente Donald Trump. Considerato a lungo uno dei più fedeli sostenitori del tycoon, l’ex ufficiale delle Forze Speciali, fervido sostenitore dell’ideologia Maga, ha motivato la sua scelta citando un insanabile disaccordo sulla gestione della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Secondo Joe Kent, il coinvolgimento americano nel conflitto non sarebbe mai dovuto iniziare, poiché Teheran non rappresentava una minaccia imminente per la sicurezza nazionale statunitense.

CHI È JOE KENT

Nato nel 1980 a Sweet Home, in Oregon, Joe Kent ha costruito la sua intera carriera professionale all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Arruolatosi nell’esercito a 17 anni, ha completato la Airborne School e il Ranger Indoctrination Program, diventando Berretto Verde nel 2003 come Special Forces Weapons Sergeant.

n vent’anni di servizio, Joe Kent ha partecipato a 11 missioni di combattimento, operando principalmente in Iraq e Yemen, ed è stato selezionato per una Special Missions Unit d’élite paragonabile alla Delta Force. Congedatosi nel 2018 con sei Bronze Star, ha proseguito la sua attività come ufficiale paramilitare della CIA e, successivamente, come consulente per l’antiterrorismo nella campagna elettorale del 2020 di Donald Trump.

L’ASCESA ALL’ANTI-TERRORISMO DEL PATRIOTA MAGA

La sua parabola politica, fulminea e radicale, lo vede subito su posizioni legate all’estrema destra a stelle e strisce. Entra in contatto con il nazionalista bianco Nick Fuentes attraverso il suo consulente principale Matt Braynard,  collabora con membri dei Proud Boys e di Patriot Prayer, diffondendo retoriche vicine alla teoria della grande sostituzione e posizioni ultra-conservatrici sull’aborto.

Nonostante due sconfitte elettorali nel 2022 e nel 2024 contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez, il 3 febbraio 2025 Donald Trump lo nomina alla guida del National Counterterrorism Center. Viene confermato al Senato a luglio con 52 voti favorevoli, nonostante l’opposizione unanime dei democratici e del senatore repubblicano Thom Tillis.

Ma c’è un tratto della sua linea politica che oggi lo vede anni luce lontano da Trump, ossia la sua visione anti-interventista, profondamente radicata in una tragedia personale: la morte della prima moglie, la crittografa della Marina Shannon Smith, uccisa in Siria nel 2019 da un attentatore suicida dell’ISIS.

“ISRAELE CI TRASCINA IN QUESTA GUERRA”: COSA DICE JOE KENT SUL CONFLITTO IN IRAN

Così Kent ha deciso ieri di rendere pubblica la sua lettera di dimissioni indirizzata a Donald Trump in un post su X che sta facendo il giro del mondo.

Nella missiva, Kent esprime parole durissime contro la strategia bellica dell’amministrazione Usa, affermando che in coscienza non può sostenere la guerra in corso. “L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione da parte di Israele e della suo potente lobby”, scrive l’ex capo dell’antiterrorismo. E aggiunge: “alti funzionari israeliani e influenti membri dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato la sua piattaforma “America First” e ha alimentato sentimenti pro-guerra per incoraggiare un conflitto con l’Iran”. L’illusione di “una vittoria rapida” sarebbe dunque una “menzogna” inoculata appositamente, nonché “la stessa tattica che gli israeliani hanno usato per coinvolgerci nella disastrosa guerra in Iraq”.

Un vero e proprio attacco frontale contro Trump non già da un avversario, ma da un sodale, che oggi dà voce alle convinzioni anti-interventiste improvvisamente sparite dall’agenda del tycoon, ma ancora vive nell’immaginario Maga.

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