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Bossi Salvini

Com’è cambiata la Lega da Bossi a Salvini

La metamorfosi della Lega, dal regionalismo bossiano al sovranismo nazionale di Salvini, racconta anche la trasformazione del suo linguaggio, dei suoi simboli e della sua base elettorale.

DALLA LEGA NORD ALLA SECONDA REPUBBLICA

C’era una volta la Lega Nord. La Lega di Umberto Bossi e della “Padania”, dei miti celtici contro “Roma Ladrona”, della secessione e del federalismo.

Sorta sulle ceneri della Prima Repubblica, la Lega delle origini portava in dote alla Seconda nuove parole, sdoganando slogan e gesti partoriti in un luogo molto distante dai palazzi del potere e verso cui marciava con la missione di alienarsene definitivamente.

Finì per invaderli, grazie a un linguaggio pop che si confaceva alla nuova era berlusconiana, ma anche per merito di una ventata di novità, quella del regionalismo e della preminenza del tessuto produttivo, in grado di dividere alleati e unire gli opposti.

LA SVOLTA SOVRANISTA CON SALVINI

Avvicinandosi al potere, però, perse anche la propria verginità. E quando nel 2013 il rampante segretario lombardo Matteo Salvini soffiò il Carroccio alla vecchia guardia, nel giro di pochi anni il partito mutò pelle radicalmente. A partire dal nome, mutilato della sua connotazione settentrionale. L’avversione contro Roma si spostò su Bruxelles, la spinta autonomista divenne sovranismo su scala nazionale, la xenofobia prese il sopravvento sul nordismo.

Sebbene il fondatore avesse promosso leggi restrittive come la Bossi-Fini del 2002, il tema migratorio restava funzionale alla difesa degli spazi vitali delle “piccole patrie”, mentre con Salvini assurse a pilastro del programma politico. Anche l’antifascismo perse gradini nella scala valoriale e l’ecumenismo della Madonna, utile per espandersi in tutto lo Stivale, soppiantò il vecchio dio Po.

Sotto la guida di Umberto Bossi, il nemico giurato del movimento era rappresentato dal centralismo, l’apparato burocratico romano, parassitario, che drenava le risorse prodotte dal Nord produttivo. Con Salvini il bersaglio principale diventa il sistema sovranazionale rappresentato dall’Unione Europea e da Bruxelles, mentre l’immigrazione irregolare viene elevata a pilastro centrale del programma politico. La lotta di classe territoriale si è così trasformata in una battaglia identitaria contro la globalizzazione e le élite finanziarie, spostando la Lega verso le posizioni della destra sovranista europea.

IL PICCO ELETTORALE E LE FRATTURE INTERNE

Pur tradendola, il Capitano portò la creatura del Senatùr oltre ogni aspettativa, trasformando il partito in una forza nazionale capace di raccogliere consensi dal Piemonte alla Sicilia, fino a guidare l’intera coalizione di centrodestra. Il 34% delle europee del 2019 fu il punto più alto, prima di cedere il passo a Fratelli d’Italia. Venuta meno la spinta elettorale, il malessere della base è emerso con forza, sancito definitivamente dall’annuncio del vecchio capo-popolo Bossi di non votare per la Lega nel 2024.

Come scrive oggi Maurizio Crippa sul Foglio, “La sua Lega, il “vento del nord”, non esiste più da tempo; si è trasformata nella Lega di Salvini che sappiamo, e che lui non amava (…) Ma il popolo resta quello di Bossi”. Nonostante la contestazione, Salvini è riuscito, tra mille difficoltà e in evidente calo, a mantenersi in sella, da ultimo imbarcando anche il generale Vannacci, salvo poi separarsene bruscamente. Ma la rottura con la base bossiana è ancora viva nella memoria e nella pancia del partito: l’operazione di ritorno alle origini, pur sotterraneamente, è già iniziata.

DUE LEADER, DUE MODI DI FARE POLITICA

I due leader divergevano profondamente anche nell’approccio comunicativo. La politica di Bossi era d’istinto e di piazza, legata alla figura del leader carismatico che parlava ai militanti nei pratoni di Pontida. Matteo Salvini ha invece professionalizzato il consenso attraverso l’uso massiccio dei social media e della cosiddetta “Bestia”, il sistema di monitoraggio del sentiment digitale. Il linguaggio salviniano è diretto e semplificato, vicino alla destra popolare anti-europeista cresciuta a suon di video virali. Al posto del popolo di Pontida, alla fine il partito è finito per coincidere col nome del proprio leader.

LO STRAPPO INDIGESTO E LE NUOVE ALLEANZE

Il mutamento ideologico ha generato tensioni profonde con la vecchia guardia e i vertici storici del partito. Figure come l’ex Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni o l’ex sindaco di Verona Flavio Tosi hanno spesso manifestato disagio o aperta opposizione contro la deriva nazionalista e l’abbandono del Nord. Lo stesso Umberto Bossi, pur restando nel partito, non ha risparmiato critiche feroci.

Anche sul piano internazionale le differenze sono marcate: mentre il vecchio Carroccio guardava con simpatia agli indipendentismi locali, la Lega di Matteo Salvini ha costruito una rete internazionale con Marine Le Pen in Francia, Geert Wilders nei Paesi Bassi e ha mostrato vicinanza a Donald Trump e Vladimir Putin. Una svolta che ha lasciato orfani molti amministratori del Nord, da Luca Zaia ad Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, che continuano a spingere per quell’autonomia differenziata che rappresentava il sogno originario della Lega di Gemonio.

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