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Oltreconfine

Che si dice Oltreconfine? Ultima chance per FCAS, le proteste pro-Telegram in Russia, Cuba al buio

Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker

OLTRECONFINE: FRANCIA E GERMANIA DANNO UN’ULTIMA CHANCE AL FCAS

Francia e Germania hanno deciso di dare un’ultima chance al programma FCAS, il caccia di nuova generazione da 100 miliardi di euro, il più grande progetto militare congiunto europeo.

Come spiega il Financial Times, mercoledì scorso a Bruxelles, durante una cena di due ore, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno concordato di avviare una mediazione tra Dassault e Airbus per superare le loro divergenze, con l’obiettivo di raggiungere un accordo entro metà aprile. Merz, sempre più frustrato, aveva iniziato a dubitare che il programma rispondesse ancora alle esigenze tedesche, mentre il governo di Berlino pianifica investimenti superiori a 500 miliardi per ammodernare le forze armate. Macron, che ha fortemente voluto il progetto fin dal 2017, lo difende con decisione: abbandonarlo ora, con gli Stati Uniti che minacciano di ridurre il loro impegno in Europa e la Russia che continua la guerra in Ucraina, manderebbe un segnale sbagliato. “Ha un senso strategico evidente – lo riconoscono sia gli eserciti sia l’industria”, ha dichiarato Macron, annunciando un percorso per avvicinare le due aziende “in modo sereno e rispettoso”, pur confermando una chiara volontà politica condivisa. Dassault, produttrice del Rafale, dovrebbe guidare lo sviluppo del nuovo velivolo, ma Airbus accusa la società francese di volerla relegare al ruolo di semplice subappaltatore.

Le tensioni si sono acuite con l’avvicinarsi della fase più avanzata: Éric Trappierm, AD di Dassault, ha definito il programma “ morto” se Airbus non cambierà atteggiamento, mentre Guillaume Faury, AD di Airbus, ha lasciato aperta la porta a una soluzione con due caccia distinti, qualora i governi lo decidessero. In Germania il progetto perde consensi: si valuta di ridimensionarlo drasticamente, abbandonando il caccia per concentrarsi su cloud di combattimento, droni e motore.

PROTESTE PRO-TELEGRAM IN RUSSIA SOFFOCATE CON SCUSE CREATIVE

Nelle scorse settimane, racconta l’Associated Press, in diverse regioni russe le autorità hanno impedito manifestazioni contro la censura su internet e il blocco di Telegram con i pretesti più creativi: ispezioni improvvisate agli alberi, problemi di sgombero neve, vecchie restrizioni anti-Covid ancora in vigore o, in un caso, la negazione stessa dell’esistenza del problema.

Quasi ovunque l’obiettivo è stato raggiunto. Con la repressione del dissenso ormai sistematica dopo quasi quattro anni di guerra in Ucraina, gli attivisti hanno preferito non rischiare cortei non autorizzati – anche se lontani dal tema del conflitto – ripiegando su ricorsi in tribunale o piccoli raduni al chiuso. Il malcontento, però, non si spegne e attraversa tutto lo spettro politico.

Telegram resta la seconda app di messaggistica più usata in Russia (dopo WhatsApp, anch’esso pesantemente limitato): a dicembre 2025 contava 93,6 milioni di utenti mensili, pari al 76% della popolazione secondo i dati Mediascope. È uno strumento quotidiano per enti statali, blogger filogovernativi, militari e raccolte fondi per il fronte. Eppure il Cremlino spinge l’app statale MAX, accusata di essere un vero e proprio strumento di sorveglianza. I blogger militari protestano apertamente: Telegram è indispensabile per le comunicazioni in Ucraina. Se all’inizio era stato promesso che non sarebbe stato toccato sul campo di battaglia, di recente Putin lo ha definito “pericoloso” se non controllato dal governo.

Si rincorrono voci di un blocco totale imminente. Proprio per questo il divieto ha scatenato reazioni anche tra chi in genere appoggia il potere. Il gruppo ultranazionalista “Altra Russia” ha bloccato l’ingresso di Roskomnadzor a Mosca con catene da bici e striscioni sarcastici, finendo arrestati, alcuni con accuse penali. Il Partito Comunista ha provato a organizzare raduni in varie città: respinti in Altai con la motivazione che “non c’è nessuna censura”, autorizzato in periferia a Krasnodar, riusciti picchetti a Naryan-Mar e Syktyvkar con cartelli come “Internet non è una prigione” o “Non spetta ai funzionari decidere cosa leggiamo”.

Altrove l’ostruzionismo ha prevalso: a Perm un permesso revocato due ore prima per una fantomatica “emergenza”, a Novosibirsk la piazza transennata per “ispezione alberi” e 16 persone fermate. Un ottantenne, Viktor Gilin, è comunque riuscito a srotolare uno striscione – “Putin, ridacci libertà di pensiero e internet!” – prima di essere multato.

BLACKOUT TOTALE A CUBA: TERZO CROLLO IN MARZO

Sabato scorso, riferisce il Guardian, il sistema elettrico cubano è collassato per la terza volta in marzo, lasciando l’intera isola al buio.

L’Unione Elettrica ha attribuito il blackout nazionale al guasto improvviso di un’unità della centrale termoelettrica di Nuevitas, che ha innescato un effetto a cascata su tutte le macchine collegate. Sono state attivate “micro-isole” per alimentare ospedali, centri vitali e sistemi idrici, mentre si lavora al ripristino. Negli ultimi due anni i blackout – nazionali o zonali – sono diventati frequenti a causa dell’invecchiamento dell’infrastruttura elettrica. Si sommano a blackout quotidiani di 8-12 ore dovuti alla cronica carenza di combustibile, che destabilizza ulteriormente la rete.

L’ultimo collasso nazionale era avvenuto lunedì; quello di sabato è il secondo in una settimana. Le interruzioni paralizzano la vita quotidiana: riducono l’orario di lavoro, impediscono di cucinare o conservare alimenti, costringono gli ospedali a sospendere interventi chirurgici.

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che da tre mesi Cuba non riceve petrolio da fornitori esteri. L’isola produce solo il 40% circa del combustibile necessario. Il governo denuncia il “blocco energetico” statunitense: a gennaio Trump ha minacciato dazi su chi vende o fornisce petrolio all’Avana. L’amministrazione Trump chiede la liberazione di prigionieri politici e liberalizzazioni in cambio della revoca delle sanzioni, arrivando a evocare un possibile “friendly takeover” di Cuba.

Altro fattore cruciale è la fine delle forniture di petrolio dal Venezuela dopo la rimozione del leader alleato. Trump, da mesi, prevede il collasso imminente del governo cubano: dopo un blackout precedente aveva dichiarato di attendere “l’onore di prendere Cuba”.

 

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