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Chi ha vinto il referendum sulla giustizia? L’analisi dell’Istituto Cattaneo

Sul risultato del referendum sulla giustizia pesa l’astensione del centrodestra e l’efficacia delle “chiamata alle armi” degli elettori del M5S: l’analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo 

Il referendum costituzionale sulla riforma dell’assetto della magistratura si è concluso con la netta affermazione del “No” – 53,74% di voti contrari a fronte del 46,26%  dei “Sì” –  e ha rispedito al Governo la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del CSM e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare. Per capire il significato del voto occorre verificare quali siano stati i movimenti dei flussi elettorali. L’analisi puntuale dell’Istituto Cattaneo fotografa bene il mosaico che ha composto un quadro tanto negativo per i sostenitori della riforma.

ASTENSIONISMO ASIMMETRICO E VOTO DIVERGENTE

I fattori più rilevanti, secondo l’Istituto Cattaneo, sono due: “la misura dell’astensionismo asimmetrico, cioè le differenze nei tassi di partecipazione al referendum tra gli elettorati dei partiti favorevoli e contrari alla riforma” e “la misura del voto divergente, cioè della quota di elettori disposti a votare per l’opzione contraria a quella sostenuta dai leader del proprio campo”. Il riferimento è “il voto espresso nel 2022 per la quota maggioritaria, cioè per i candidati nei collegi uninominali, quindi per: 1) M5S; 2) Centrosinistra (Pd, Avs, +Europa); 3) Azione e Italia Viva; 4) Centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Moderati)”.

LA MOBILITAZIONE DELL’ELETTORATO DEL M5S PER IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Per quanto riguarda il primo aspetto l’Istituto bolognese rileva che gli elettori del centrosinistra e del Terzo polo (Azione-Italia Viva) “hanno partecipato massicciamente al voto (presentano tassi di astensione prossimi allo zero in tutte le città esaminate)” quelli del centrodestra, invece, si sono astenuti in una quota simile agli elettori del M5S (13-15%). Una bella differenza l’hanno fatta gli elettori che nel 2022 avevano votato per il M5S che “hanno partecipato al referendum in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024 e al ciclo delle regionali, quando il loro tasso di astensione rispetto alle politiche era stato intorno al 30%”. Il referendum costituzionale ha avuto il merito di richiamare massicciamente “l’elettorato del M5S” che “ha risposto in misura molto elevata alla campagna di mobilitazione del partito”.

LA DEFEZIONE DELL’ELETTORATO DI CENTRODESTRA

La campagna elettorale portata avanti dal centrodestra non è stata abbastanza efficace tanto da convincere i “suoi” elettori a recarsi alle urne. “D’altro canto, la defezione dal voto di circa il 12-15% degli elettori che nel 2022 avevano votato per il CD non può essere interpretata con certezza come il riflesso di una scelta politicamente motivata. Un astensionismo aggiuntivo di questa entità, in occasione dei referendum rispetto alle elezioni politiche precedenti, è abbastanza fisiologico – si legge nell’analisi dell’Istituto -. Ad esempio, il tasso di partecipazione al combattutissimo referendum costituzionale del 2016 fu, nel complesso, di 10 punti percentuali inferiore a quello registrato nelle elezioni politiche di tre anni prima”. A essere rilevante, dunque, è “il tasso di partecipazione tra gli elettori dei partiti di opposizione” infatti “se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di CD fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di CS il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più”.

ELETTORATI SEGMENTATI ANCHE PER IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Gli elettorati appaiono segmentati e “fedeli” anche per il referendum sulla giustizia “la quota del “voto divergente” è minima sia da una parte sia dall’altra, con una sola eccezione degna di nota: nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del CD ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del CS”. Il Terzo polo, invece, ha agito in maniera diversa. “Come avevamo già potuto osservare in occasione di elezioni comunali e regionali, gli elettori che nel 2022 avevano votato per l’alleanza Azione-Iv si sono invece divisi: in circa i due terzi hanno votato Sì; un terzo ha votato No”.

IL VOTO DEL SUD

Nel Sud Italia il “No” ha ampiamente prevalso anche in città oggi amministrate dal centrodestra e con una certa tradizione di centrodestra come Lecce e Catania. “Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici”.

UN TRAILER DELLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE?

È inevitabile la tentazione di analizzare i risultati referendari predittori del voto in occasione delle prossime elezioni politiche. “In ogni caso, se questo fosse vero – scrive l’Istituto Catteneo -, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso la linea politica delle opposizioni, le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo ad una maggioranza relativa dei seggi”.

Leggi l’analisi dell’Istituto Catteneo: Il referendum sulla magistratura

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