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Perché il voto sul referendum non è stato davvero “politico”

Ospitiamo un’analisi sull’esito del referendum di Daniele Salvaggio, advisor in governance, policy risk & institutional crisis

IL QUADRO STORICO DEI REFERENDUM NAZIONALI

Sul piano numerico, dal 1946 a oggi, gli italiani sono stati chiamati a votare su 84 quesiti referendari nazionali: 77 abrogativi, 5 costituzionali, 1 istituzionale (Monarchia/Repubblica, 1946) e 1 di indirizzo/consultivo (mandato costituente al Parlamento europeo, 1989). Questo totale si ricava da una base ufficiale governativa che nel 2018 contava 72 referendum nazionali — 67 abrogativi, 3 costituzionali, 1 istituzionale e 1 d’indirizzo — a cui vanno aggiunti il costituzionale del 2020, i 5 abrogativi del 2022, i 5 abrogativi del 2025 e il costituzionale del 2026.

ABROGATIVI E COSTITUZIONALI: DUE LOGICHE DIVERSE

La prima distinzione importante che va fatta è la seguente: gli abrogativi e i costituzionali producono comportamenti elettorali molto diversi. Negli abrogativi pesa il quorum del 50%+1 degli aventi diritto, quindi l’elettore può incidere in due modi: andando a votare “Sì” o “No”, oppure scegliendo l’astensione strategica per far fallire la consultazione. Nei referendum costituzionali, invece, il quorum non esiste: conta solo il rapporto tra Sì e No. È una differenza decisiva, perché cambia la logica della campagna e la psicologia del voto.

PARTECIPAZIONE E QUORUM NELLA STORIA REPUBBLICANA

Storicamente, il comportamento degli elettori italiani è stato molto netto. Nei referendum percepiti come grandi scelte identitarie o di civiltà, la partecipazione è stata altissima: 89,08% nel referendum istituzionale del 1946; 87,72% nel referendum sul divorzio del 1974; 81,19% nei referendum del 1978; circa 79,4% in quelli del 1981. Quando invece i quesiti sono apparsi più tecnici, frammentati o meno salienti, la partecipazione è scesa e il quorum è diventato il vero protagonista.

Per i referendum abrogativi il trend storico è abbastanza chiaro: dagli anni Settanta e Ottanta — quando il referendum era spesso una battaglia politico-culturale ad alta mobilitazione — si è passati a una fase in cui l’astensione è diventata uno strumento sempre più frequente. Alcune fonti indicano che fino ai 72 quesiti abrogativi censiti prima della tornata del 2025, i promotori hanno “vinto davvero” in soli 23 casi; in 32 casi il Sì è stato maggioritario tra i votanti ma il referendum è fallito per mancato quorum. In altre parole, negli abrogativi italiani molto spesso prevale il Sì tra chi vota, ma non basta a produrre l’effetto giuridico.

Questo schema si è visto benissimo anche nei referendum sulla giustizia del 2022: affluenza attorno al 20,5%, nettamente sotto il quorum, con prevalenza dei Sì tra i votanti sui singoli quesiti, ma senza effetti normativi. Quella tornata mostrò una dinamica tipica dei referendum tecnici-abrogativi in Italia: basso coinvolgimento generale, campagna poco penetrante, pubblico ristretto ma orientato a usare il referendum come strumento correttivo.

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 2026 NEL CONFRONTO STORICO

Quelli costituzionali, invece, hanno una storia più corta e diversa. Prima del 2026 ce ne sono stati quattro: 2001 sul Titolo V, con affluenza del 34,05%; 2006 sulla riforma del centrodestra, con 52,46%; 2016 sulla riforma Renzi-Boschi, con 65,48%; 2020 sul taglio dei parlamentari, con 51,12%. Nel 2026 il referendum sulla giustizia ha registrato un’affluenza attorno al 58,9% e la vittoria del No con il 53,74%, quindi si colloca tra i costituzionali ad alta partecipazione, ma con un margine più stretto rispetto ai No del 2006 e del 2016.

Questa comparazione porta a una prima conclusione rilevante non solo da un punto di vista formale: il referendum sulla giustizia del 2026 non può essere comparato con gli abrogativi sulla giustizia del 2022. Nel 2022 il tratto dominante fu infatti la demobilitazione; nel 2026, invece, il tratto dominante è stato la mobilitazione conflittuale. Cioè: gli elettori non hanno disertato un tema tecnico; lo hanno trasformato in una scelta politica-costituzionale sentita, pur su un contenuto complesso, tecnico e non pienamente compreso.

LA POLITICIZZAZIONE DEI REFERENDUM

Non ritengo, al tempo stesso, che si possa equiparare il voto referendario al voto politico. Piuttosto, la politica nella storia repubblicana del nostro Paese ha sempre in qualche modo influenzato l’elettorato in occasione dei referendum, ma con intensità differenti. Quello del ’46, ad esempio, fu marcatamente politico nel senso più alto e costituente del termine, ma non nel senso contemporaneo della polemica di schieramento quotidiano: era una decisione fondativa sulla forma dello Stato. Il referendum europeo del 1989 fu largamente “sistemico” e poco divisivo, con fortissimo consenso trasversale e affluenza oltre l’80%.

I referendum su divorzio e aborto furono fortemente politicizzati, ma soprattutto valoriali e sociali, quelli dei primi anni Novanta su partiti, sistema elettorale e assetti istituzionali furono invece fortemente politicizzati in chiave anti-sistema. I referendum più tecnici o settoriali — per esempio alcuni abrogativi degli anni ‘90, quello sulle trivelle del 2016 o i quesiti sulla giustizia del 2022 — sono stati meno “polarizzati” e più spesso depoliticizzati dall’astensione, lascia che il quorum facesse il suo lavoro.

I referendum costituzionali del 2006 e soprattutto del 2016 sono quelli che più ricordano il 2026, perché il voto sul testo si è saldato al giudizio sul governo e sul leader che lo aveva promosso. Il 2020 sul taglio dei parlamentari fu diverso: molto politico, sì, ma meno polarizzato e più trasversale, anche perché il taglio aveva una leggibilità immediata e un consenso anti-casta più largo. Il 2026 sta nel mezzo: questione tecnica come il 2001, ma campagna e partecipazione da referendum “nazionalizzato”.

Verso i referendum abrogativi gli italiani hanno premiato sempre meno la mobilitazione e sempre più il quorum; i costituzionali, invece, quando percepiti come grandi scelte di sistema, hanno riattivato la partecipazione. Il referendum sulla giustizia del 2026 appartiene a questa seconda famiglia: non a quella dei referendum tecnici destinati all’astensione, ma a quella dei referendum costituzionali che diventano giudizi sul rapporto tra istituzioni, governo e assetto dei poteri. Questo scenario storico-istituzionale consente di analizzare in modo più esaustivo i risultati ottenuti in occasione del referendum costituzionale sulla giustizia.

PERCHÉ IL VOTO AL REFERENDUM NON È “POLITICO”

In primo luogo, la complessità della materia ha probabilmente favorito un orientamento prudenziale. In ambiti ad alta tecnicità, l’elettorato tende fisiologicamente a privilegiare la stabilità normativa qualora gli effetti del cambiamento non risultino pienamente chiari. L’esito può quindi essere letto anche come espressione di una domanda di maggiore comprensibilità e certezza.

In secondo luogo, sotto il profilo comunicativo, emerge una criticità legata alla prevalenza di una narrazione politica rispetto a una narrazione pienamente tecnico-istituzionale. In questi contesti, la percezione di autorevolezza delle fonti informative assume un ruolo decisivo: le voci riconducibili a competenze tecniche tendono a risultare più persuasive, soprattutto in assenza di una rappresentazione chiara e condivisa degli effetti delle modifiche proposte.

Il comportamento elettorale osservato — caratterizzato da una partecipazione rilevante ma non rigidamente allineata agli schieramenti — suggerisce inoltre che la materia abbia mantenuto una propria autonomia rispetto alle logiche di appartenenza, limitando una piena politicizzazione del voto. Il referendum sulla giustizia non è stato un voto politico, ma una manifestazione di cautela istituzionale. Quando la complessità supera la comprensione, l’elettore tende a scegliere la stabilità.

COME LEGGERE IL DATO DELL’AFFLUENZA

Anche il dato dell’affluenza merita una riflessione. La partecipazione significativa, con differenze territoriali, non può essere letta univocamente come indicatore di consenso verso il cambiamento. Essa appare piuttosto come segnale di attivazione civica su un tema percepito come rilevante, ma non necessariamente compreso in modo uniforme.

Alla luce di tali elementi, emerge una possibile criticità nel modello comunicativo adottato. In particolare, la spiegazione degli effetti concreti delle modifiche non è apparsa sempre uniforme, né si è consolidata una distinzione chiara tra ciò che sarebbe cambiato e ciò che sarebbe rimasto invariato.

APPUNTI PER I REFERENDUM FUTURI

L’esperienza referendaria suggerisce quindi alcune linee di riflessione utili per il futuro. In presenza di materie complesse, potrebbe risultare opportuno rafforzare la comunicazione tecnico-istituzionale, valorizzando il contributo di competenze indipendenti e predisponendo strumenti informativi chiari e accessibili.

Al contempo, una più chiara distinzione tra comunicazione politica e informazione istituzionale potrebbe contribuire a migliorare la qualità del dibattito pubblico e a ridurne la polarizzazione. Nel medio-lungo periodo, appare inoltre strategico investire nella diffusione di una più solida alfabetizzazione istituzionale, in particolare tra le nuove generazioni, al fine di rafforzare la comprensione dei meccanismi della giustizia e del funzionamento costituzionale.

In conclusione, l’esito del referendum appare riconducibile a una convergenza di fattori: la complessità normativa, le modalità della comunicazione pubblica, la percezione di affidabilità delle fonti e un diffuso atteggiamento prudenziale dell’elettorato.

In questa prospettiva, il risultato può essere interpretato non tanto come espressione di una contrapposizione politica, quanto come manifestazione di cautela istituzionale di fronte a un cambiamento percepito come non pienamente chiarito nei suoi effetti.

 

 

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