Skip to content

Oltreconfine

L’espansione USA in Groenlandia, il petrolio russo verso Cuba, le accuse al Burkina Faso. Che si dice Oltreconfine

Oltreconfine la rassegna stampa internazionale di Policy Maker

OLTRECONFINE: STATI UNITI PRONTI A ESPANDERE LE BASI MILITARI IN GROENLANDIA NONOSTANTE LE TENSIONI

Gli Stati Uniti stanno intensificando gli sforzi per ottenere un maggiore accesso militare alla Groenlandia, scrive il New York Times, in un segnale evidente che l’interesse di Trump per questa enorme isola artica non si è affatto spento. Secondo il generale Gregory M. Guillot, a capo del Northern Command, il Pentagono sta negoziando con la Danimarca per riattivare tre basi aggiuntive, tra cui due già usate dagli americani in passato e poi abbandonate. Si tratta della prima espansione significativa da decenni. Guillot ha spiegato davanti al Congresso, a metà marzo, che l’obiettivo è avere più opzioni operative nell’Artico di fronte alle minacce crescenti: sviluppare porti, piste di atterraggio e infrastrutture che diano al presidente e al segretario alla Difesa maggiore flessibilità. I siti presi di mira sono Narsarsuaq, nel sud, con un porto in acque profonde, e Kangerlussuaq, nel sud-ovest, già dotata di una lunga pista capace di accogliere grandi aerei. Entrambe furono basi americane durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, poi cedute alle autorità danesi e groenlandesi negli anni Cinquanta e Novanta. Gran parte delle infrastrutture militari è stata smantellata, ma i due piccoli aeroporti funzionano ancora. Il piano si basa sul patto di difesa del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca, che garantisce a Washington un accesso militare molto ampio. Guillot ha sottolineato che non serve un nuovo trattato: l’accordo esistente è già “molto completo e favorevole” alle operazioni americane. La situazione mette la Danimarca in una posizione delicata. La Groenlandia è un territorio semi-autonomo del Regno danese da oltre trecento anni. Trump ha più volte minacciato di “prendere” l’isola con ogni mezzo, arrivando a parlare di uso della forza prima di ridimensionare i toni a gennaio. Ora gli americani usano proprio quell’accordo del 1951 per giustificare l’espansione, mentre Copenaghen, che in passato aveva addirittura pianificato di far saltare alcune piste per impedire un’eventuale invasione, si trova con le mani legate. Gli esperti ritengono che, in pratica, Danimarca e Groenlandia possano opporsi solo sulla carta: un no aperto rischierebbe di essere presentato come un pericolo per la sicurezza, dando agli Usa il pretesto per assumere il controllo diretto. Sul fronte groenlandese crescono le preoccupazioni. Proteste contro Trump sono scoppiate all’inizio dell’anno e molti abitanti non vogliono altri soldati americani sull’isola. Nonostante questo, i colloqui procedono senza intoppi. Il Pentagono non ha ancora specificato quanti soldati verrebbero inviati, ma l’espansione servirebbe soprattutto per operazioni speciali e capacità marittime. L’interesse strategico dell’isola resta altissimo in un Artico sempre più conteso. Dietro le trattative discrete per riattivare vecchie basi si nasconde quindi la determinazione americana a rafforzare la propria presenza, sfruttando accordi esistenti e la propria posizione di forza, anche se questo lascia danesi e groenlandesi in una situazione di evidente disagio.

TRUMP LASCIA PASSARE UNA PETROLIERA RUSSA VERSO CUBA PER “MOTIVI UMANITARI”

Come riferisce Politico, la Casa Bianca ha autorizzato l’arrivo a Cuba di una petroliera russa carica di greggio, nonostante il blocco energetico imposto dagli Stati Uniti all’isola da gennaio. La portavoce Karoline Leavitt ha spiegato che la decisione è stata presa “per motivi umanitari”, per rispondere alle esigenze della popolazione cubana, e ha ribadito che non si tratta di un cambiamento formale della politica di sanzioni. Le scelte, ha sottolineato, vengono valutate “caso per caso”. La petroliera Anatoly Kolodkin, di proprietà del governo russo e con circa 730.000 barili di greggio a bordo, è giunta nel porto di Matanzas dopo aver attraversato l’Atlantico. Si tratta della prima consegna significativa di carburante dopo mesi di blocco durante i quali Washington aveva minacciato sanzioni contro chiunque tentasse di inviare combustibile all’isola. La rete elettrica cubana è praticamente collassata da quando è iniziato il blocco. L’amministrazione Trump ha più volte espresso il desiderio di vedere cadere il governo comunista di Cuba, ma questa mossa sembra in parte contraddire quell’obiettivo. Lawrence Gumbiner, ex capo della missione diplomatica Usa all’Avana durante il primo mandato di Trump, ha definito la consegna “enorme”: concede al regime cubano “un mese o due” di respiro energetico, riducendo la pressione perché accetti un accordo con gli Usa. “Non è che abbiano il vento in poppa”, ha aggiunto, “ma sentono di avere un po’ di ossigeno per organizzare i prossimi passi e restare al potere”. L’arrivo della nave è avvenuto dopo settimane di speculazioni. La petroliera aveva lasciato la Russia scortata da una nave da guerra nel Canale della Manica, per poi procedere da sola. Molti osservatori, tra ex diplomatici e analisti russi, leggono l’operazione non solo come un aiuto umanitario, ma soprattutto come un test geopolitico: Mosca voleva verificare fino a che punto Washington è disposta a difendere la propria sfera d’influenza nell’emisfero occidentale, nell’ambito della cosiddetta “Donroe Doctrine” di Trump (una rilettura moderna della Dottrina Monroe). In molti si aspettavano un’intercettazione da parte della Marina o della Guardia Costiera Usa, dato che la nave è sanzionata. Il fatto che non sia accaduto fa pensare sia a possibili progressi nei colloqui tra Usa e Cuba, sia – più probabilmente – al fatto che l’attenzione americana è troppo assorbita dalla guerra in Medio Oriente per aprire un nuovo fronte nei Caraibi. Come ha notato Gumbiner, il conflitto con l’Iran “regala tempo” a Cuba.

LE FORZE GOVERNATIVE DEL BURKINA FASO ACCUSATE DI AVER UCCISO PIÙ DEL DOPPIO DEI CIVILI RISPETTO AI JIHADISTI

Un rapporto di Human Rights Watch rivela che, tra gennaio 2023 e agosto 2025, le forze di sicurezza del Burkina Faso hanno ucciso oltre 1.200 civili, più del doppio rispetto ai gruppi jihadisti, su un totale di 1.837 vittime civili registrate. Come riporta l’Associated Press, l’organizzazione accusa entrambe le parti di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ilaria Allegrozzi, ricercatrice senior di HRW per il Sahel, ha dichiarato che il bilancio reale è probabilmente molto più alto, perché la maggior parte degli episodi non viene denunciata né documentata. Sotto la presidenza di Ibrahim Traoré, la giunta militare ha condotto una vasta repressione contro l’opposizione politica, il dissenso pacifico e i media indipendenti, creando un clima di terrore che limita fortemente la circolazione di informazioni sul conflitto. Il rapporto di 316 pagine denuncia inoltre una vera e propria “pulizia etnica” nei confronti della popolazione civile Fulani, definendola una politica de facto del governo. Tra gli episodi più gravi documentati figura l’esecuzione, da parte delle forze governative, di 223 civili – tra cui almeno 56 bambini – nella provincia settentrionale di Yatenga all’inizio del 2024, con l’accusa di collaborare con i jihadisti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad al-Qaeda. Nello stesso anno, i militanti di JNIM hanno ucciso almeno 133 civili, tra cui decine di bambini, nella parte centrale del paese. Secondo HRW, gli attacchi di rappresaglia contro villaggi accusati di sostenere i jihadisti sono diventati comuni, e i vertici governativi sembrano sostenere azioni militari mirate contro la comunità Fulani. Chi osa denunciare gli abusi rischia rapimenti, carcere o arruolamento forzato nell’esercito, a causa di un sistema di censura di fatto imposto dalla leadership militare. Il Burkina Faso, paese senza sbocco sul mare con 23 milioni di abitanti, è diventato il simbolo della crisi di sicurezza che devasta il Sahel, la regione più colpita al mondo dall’estremismo violento secondo il Global Terrorism Index. Gruppi legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico combattono da anni contro le forze governative, con gravi abusi da entrambe le parti. La giunta militare, salita al potere con un colpo di Stato nel 2022, non è riuscita a portare la stabilità promessa. Oggi oltre il 60% del territorio sfugge al controllo governativo, più di 2,1 milioni di persone sono sfollate interne e quasi 6,5 milioni necessitano di aiuti umanitari. Dal 2016, secondo stime conservative, i civili uccisi nel conflitto superano i 10.600.

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Torna su