Il contingente italiano Unifil ancora sotto attacco: cos’è successo al convoglio partito dalla base di Shama, il mandato della missione e il ruolo dell’Italia
La United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), attiva da quasi mezzo secolo per la stabilizzazione del Libano meridionale, rappresenta oggi una delle più antiche missioni di interposizione delle Nazioni Unite.
Nonostante il suo ruolo di cuscinetto, le forze israeliane, impegnate in una violenta campagna militare contro il Paese vicino – ufficialmente per annientare la minaccia di Hezbollah – hanno più volte preso di mira il contingente di pace, compresi i militari italiani dispiegati nell’area.
L’ATTACCO DELL’IDF AL CONVOGLIO ITALIANO
Da ultimo, l’Idf ha attaccato un mezzo blindato Lince diretto a Beirut per operazioni legate al rimpatrio di personale. I colpi d’avvertimento esplosi dall’esercito israeliano hanno centrato il veicolo – che secondo le ultime ricostruzioni sarebbe stato immobile – danneggiando pneumatici e paraurti e costringendo i caschi blu a un precipitoso dietrofront verso la base di Shama. La gravità dell’ultimo incidente non è che l’apice di una serie di attacchi subiti dal quartier generale del settore guidato dalla Brigata Sassari. Solo pochi giorni prima dell’attacco al convoglio, un razzo aveva già colpito la base, ricalcando quanto accaduto nel novembre 2024 quando due ordigni attribuiti a Hezbollah ferirono quattro militari italiani dispiegati nella base.
LA RISPOSTA DEL GOVERNO
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito le azioni dell’Idf come irresponsabili e del tutto inaccettabili, sottolineando come tali condotte rappresentino una palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite e pretendendo che Israele fornisca spiegazioni immediate.
Preoccupazioni ribadite anche dalla Farnesina, con il Ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha convocato l’ambasciatore israeliano, avvisato che “i militari italiani non si toccano”.
“Dobbiamo assolutamente evitare un ulteriore allargamento del conflitto che metta a repentaglio la tregua in Iran e la riapertura dello stretto di Hormuz”, ha aggiunto il vicepremier, esprimendo solidarietà al Presidente del Libano, il generale Joseph Aoun,e alla popolazione civile libanese, oggetto di ripetuti bombardamenti da parte di Tel Aviv.
IL RUOLO DELL’ITALIA NELLA MISSIONE UNIFIL
La guida della missione Unifil è attualmente affidata all’Italia, che ricopre un ruolo di primo piano sia a livello numerico che gerarchico. Da giugno scorso, il generale Diodato Abagnara ha assunto l’incarico apicale di Head of Mission e Force Commander presso il quartier generale di Naqoura, la quinta volta per un militare italiano dal 2006.
Il contingente nazionale, guidato dal generale Andrea Fraticelli, conta oltre 1.200 unità e dispone di 374 mezzi terrestri e 6 aerei, con la responsabilità del controllo del settore ovest della missione. Oltre alle attività di monitoraggio, l’Italia è impegnata nella missione bilaterale Mibil per la formazione delle forze di sicurezza libanesi.
LE ORIGINI E IL MANDATO OPERATIVO NELLA BUFFER ZONE
Istituita originariamente nel 1978 con la Risoluzione 425 a seguito dell’invasione israeliana, l’Unifil ha subito una profonda trasformazione nel 2006 con la Risoluzione 1701, emanata al termine del conflitto tra Israele e Hezbollah. Il mandato attuale prevede il monitoraggio della cessazione delle ostilità e il supporto alle Forze armate libanesi nel dispiegamento tra la cosiddetta Blue Line, la linea di demarcazione di 120 chilometri che separa i due Paesi, e il fiume Litani.
Questa zona cuscinetto deve rimanere libera da personale armato non autorizzato. Le regole d’ingaggio, tuttavia, restano un punto di forte dibattito: i caschi blu possono ricorrere alla forza solo per autodifesa o per proteggere civili e infrastrutture Onu, un limite che il ministro Guido Crosetto ha più volte chiesto di rivedere per garantire una maggiore efficacia operativa e sicurezza ai circa 10.000 militari multinazionali impegnati sul campo.
LA MISSIONE UNIFIL VERSO LA CHIUSURA
Invece, lo scorso agosto le pressioni dell’amministrazione Trump e Israele hanno avuto la meglio sulle richieste di Beirut e sulle ragioni storiche che hanno portato, per oltre 50 anni, al mantenimento di questa forza di interposizione internazionale nella regione. Con l’approvazione della risoluzione 2790, il Consiglio di Sicurezza ha infatti rinnovato la missione fino alla fine del 2026, data oltre la quale inizierà un “ritiro ordinato e sicuro” da concludere entro un anno.


