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Abete Malagò

Figc, le parole di Abete un avvertimento a Malagò?

Con la discesa in campo di Giovanni Malagò, blindato dalla Serie A, e la risposta immediata di Giancarlo Abete, espressione dei Dilettanti, si apre la partita a scacchi per la guida della Figc. Sarà vero rinnovamento? Il monito del presidente LND e l’eterno ritorno dell’uguale

Già il giorno delle dimissioni di Gravina, Giancarlo Abete sottolineava che per prendersi la poltrona più in vista di via Allegri ci vogliono “candidature e consenso”. Una frase di circostanza forse, ma anche un avvertimento a chi, in quelle ore, invocava l’azzeramento di un sistema e un rinnovamento radicale. Come a dire: fuori i volti nuovi, e fuori i voti. E se non si trovano, avanti col vecchio sistema, ciascuno col suo peso. Un terreno su cui il presidente della Lega Nazionale Dilettanti non teme rivali, forte del 34% che la sua componente porta in dote.

MALAGÒ VS ABETE

Ieri è stato il giorno delle ufficialità. Malagò come candidato di riferimento della Lega Serie A, con il sostegno di 18 società su 20. Un’operazione orchestrata da Beppe Marotta e che verrà perfezionata lunedì 20 aprile in un incontro chiave per integrare le richieste dei presidenti nel programma del candidato. Il mandato di Malagò sarebbe chiaro: portare a dama la riforma che attribuirebbe ai club di A un peso maggiore nei processi decisionali, riconoscendo alla massima categoria il ruolo di principale motore economico del calcio italiano.

Quasi in contemporanea, da Roma, è arrivata la contromossa di Abete. Il presidente della LND ha annunciato l’intenzione di chiedere al proprio Consiglio direttivo un’investitura identica a quella ricevuta da Malagò, rivendicando però un metodo differente. Abete punta infatti a una condivisione che parta dai contenuti e rimanda a un secondo momento la scelta sul nome. Un espediente per lasciare la porta socchiusa. Ma per chi? Per sé, naturalmente, o per un profilo di mediazione – si fa il nome di Demetrio Albertini – su cui orientare i voti dei dilettanti qualora la richiesta di un rinnovamento diventi a tutti gli effetti un veto su volti noti e notissimi.

L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE?

Al di là dei nomi, c’è il rischio concreto che la struttura di via Allegri rimanga cristallizzata nelle sue vecchie logiche, con i soliti attori pronti a recitare una nuova parte in una commedia già vista e un sistema che fa acqua da tutte le parti. Del resto, il volto del rinnovamento oggi è Malagò, 67 anni, dominatore della scena sportiva italiana per oltre un decennio, già responsabile di una gestione commissariale della Lega Serie A nel 2018 finita sotto la lente della giustizia sportiva e ordinaria. Dall’altro lato l’eterno Abete, 75 anni, già alla guida della Federazione per sette anni prima di rassegnare le dimissioni nel 2014, in seguito al naufragio della Nazionale ai Mondiali in Brasile.

QUANTI VOTI HANNO ABETE E MALAGÒ

Del resto, la matematica elettorale della Federcalcio è un rebus severo. Malagò vanta un consenso quasi plebiscitario nella massima serie, ma il peso specifico della Lega Serie A si ferma al 18% del totale dei voti. Per raggiungere la soglia della vittoria, fissata al 50% più uno, il manager romano dovrà necessariamente andare a caccia di consensi nelle altre componenti, un’impresa tutt’altro che scontata visto il clima di tensione con il governo e le frizioni interne al sistema sportivo.

Dall’altra parte della barricata, Giancarlo Abete siede su un tesoretto elettorale molto più consistente. La Lega Nazionale Dilettanti, di cui è espressione, controlla da sola il 34% dei voti, una dote che la rende l’ago della bilancia di ogni elezione federale. A questo blocco si aggiungono le incognite rappresentate dalla Lega Pro, dai calciatori e dai tecnici, che insieme costituiscono quasi la metà del corpo elettorale, ma difficilmente sarebbero in grado di mettere in piedi una candidatura condivisa.

LA TERZA VIA: L’IPOTESI COMMISSARIAMENTO

Nel bel mezzo dello scontro tra i due s’inserisce la variabile del governo e dei dissidenti interni, guidati da Claudio Lotito. Il presidente della Lazio, pur non votando contro Malagò, ha scelto di non firmare la sua candidatura – con lui anche il presidente del Verona – invocando apertamente la necessità di un commissario straordinario. Secondo Lotito, il problema non riguarda le persone ma le regole del gioco, ormai obsolete e ancorate a una legge del 1981 che non rispecchia più le esigenze del calcio moderno. La richiesta di un commissariamento punta ad azzerare i vertici attuali per procedere a una rifondazione strutturale senza il peso dei compromessi elettorali. Questa “terza via” secondo il Fatto Quotidiano troverebbe una sponda silenziosa ma influente in alcuni settori dell’esecutivo, dove Malagò ha numerosi avversari politici. Ma di fronte all’ipotesi di un commissariamento, il sistema reagirebbe cercando di salvaguardare lo status quo. Chi meglio di Giancarlo Abete in questo scenario, lui che ha già guidato un fronte  anti-commissariamento nel 2018?

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