Ursula von der Leyen ha annunciato ieri l’arrivo dell’app per proteggere i minori dai contenuti dannosi senza sacrificare l’anonimato. Ma il progetto si muove su un terreno fragile
In teoria l’app europea per la verifica dell’età presentata ieri dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dalla vicepresidente responsabile per il Digitale Henna Virkkunen dovrebbe proteggere i minori dai molteplici rischi del web. Una soluzione urgente vista la crescita esponenziale delle ore che i più piccoli trascorrono davanti agli schermi.
Ma la verifica non sarà un processo semplice, e c’è il rischio che l’implementazione avvenga a macchia di leopardo tra i 27 Stati dell’Unione, per poi, magari, essere facilmente aggirata.
COME FUNZIONA L’APP PER LA VERIFICA DELL’ETÀ DIGITALE
Il progetto si inserisce nella cornice del Digital Services Act (DSA) e punta a risolvere un paradosso: verificare l’età senza identificare l’utente. Il funzionamento prevede una registrazione “una tantum” in cui l’utente carica un documento ufficiale (carta d’identità o passaporto) o utilizza la propria identità digitale. Il controllo non viene effettuato dai social media o dai siti web, ma da soggetti terzi autorizzati.
Una volta verificata l’età, l’app genera un certificato crittografico basato sulla tecnologia zero-knowledge proof (prova a conoscenza zero). In termini pratici, quando un utente tenterà di accedere a una piattaforma, il sito riceverà solo una risposta binaria: “sì” o “no” rispetto alla soglia di età richiesta (ad esempio 18 anni). Non verranno trasmessi nomi, cognomi o date di nascita, impedendo il tracciamento incrociato e la creazione di profili sensibili da parte delle Big Tech. L’idea è che in futuro l’applicazione confluisca nell’EUDI Wallet, il portafoglio di identità digitale europeo).
CHI ADERISCE E CHI NO
La geografia dell’implementazione vede nel complesso un’Europa spaccata tra i sostenitori della linea dura e i difensori dell’autonomia educativa. L’Italia, accogliendo l’appello della presidente Ursula von der Leyen, si è posizionata tra i Paesi pionieri nella sperimentazione dello strumento, orientandosi verso una soglia minima di 14 anni, in linea con la posizione dell’Austria. Più rigide appaiono la Francia e la Grecia, intenzionate a fissare il limite digitale a 15 anni, mentre la Spagna punta a innalzare l’asticella fino ai 16 anni. Anche Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi hanno annunciato l’intenzione di legiferare, nonostante il rischio di una babele di regole diverse. A questo blocco si contrappone però il fronte dei Paesi baltici e nordici: per questi Stati, la priorità deve restare l’educazione digitale, convinti che imporre barriere tecnologiche possa isolare i minori dalle opportunità di conoscenza e innovazione invece di proteggerli.
UNA PROCEDURA COMPLESSA TRA DOCUMENTI, NFC E BIOMETRI
Il processo tecnico appare tutt’altro che snello: per attivare la verifica l’utente dovrà fotografare il numero seriale del documento, far riconoscere il chip NFC allo smartphone e sottoporsi a un riconoscimento facciale. Una procedura che dovrà essere ripetuta con cadenza mensile per garantire che l’account non sia stato ceduto a terzi.
IL NODO DELLA GIURISDIZIONE
Come racconta Start Magazine, vi è poi un problema di giurisdizione: quale legge si applica a un minore che viaggia? Quella del Paese di origine, di residenza o del luogo in cui si trova fisicamente? I Paesi nordici e baltici restano fermamente contrari, convinti che l’educazione digitale debba prevalere sui divieti tecnici, temendo che isolare i giovani dalle piattaforme significhi escluderli dalle opportunità di innovazione e informazione.
IL RISCHIO BYPASS: VPN E STRUMENTI PER ELUDERE I CONTROLLI
Inoltre, il sistema potrebbe rivelarsi facile da aggirare o, peggio, controproducente. La complessità della procedura (documenti, chip, biometria mensile) potrebbe spingere i giovani utenti verso l’utilizzo di VPN o browser alternativi che bypassano i controlli europei, rendendo l’app uno strumento utilizzato solo dai cittadini più ligi alle regole.
LA DERESPONSABILIZZAZIONE DEI SOCIAL MEDIA
E sullo sfondo rimarrebbe la deresponsabilizzazione dei colossi del web: se la legge proibisce formalmente l’ingresso ai minori, le piattaforme social potrebbero sentirsi legittimate ad allentare la moderazione dei contenuti, partendo dal presupposto che, tecnicamente, i bambini non dovrebbero essere presenti. Il rischio, dunque, è che l’app diventi un boomerang: una barriera formale che, una volta scavalcata, lascia i minori in un ambiente ancora più selvaggio e privo di controlli.


