Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
OLTRECONFINE: PERÙ DICE NO (PER ORA) AGLI F-16 AMERICANI. LITE CON WASHINGTON
Il governo americano ha reagito con fastidio, per non dire malcelata irritazione, dopo che il Perù ha deciso all’ultimo momento di annullare la cerimonia di firma per l’acquisto di 12 caccia F-16 della Lockheed Martin dal valore di circa 2 miliardi di dollari. Lo riferisce Bloomberg, che spiega anche come l’ambasciatore statunitense a Lima, Bernie Navarro, abbia pubblicato un messaggio su X in cui avvertiva che userà “ogni strumento disponibile” contro chi tratta con gli Stati Uniti “in malafede” e danneggia i loro interessi. Il tono del messaggio è piuttosto duro e poco diplomatico, considerando che si parla di un alleato.
Il presidente ad interim José María Balcazar ha spiegato che una decisione di questa portata, che implica un debito significativo per il Paese, non può essere presa da un governo di transizione. Per questo ha preferito rimettere tutto nelle mani del prossimo esecutivo che si insedierà a luglio, dopo il ballottaggio delle elezioni generali di giugno tra Keiko Fujimori e il suo avversario, che si terrà in una data ancora da definire.
Balcazar ha tenuto a precisare di non essere contrario all’acquisto in sé, ma solo di volerlo posticipare di qualche mese: “Non c’è nessun pericolo nel ritardare”. Ha anche risposto indirettamente all’ambasciatore americano, definendo le sue parole “non adeguate né rispettose” e ipotizzando che Navarro fosse male informato.
La vicenda arriva in un momento particolare. Negli ultimi mesi Perù e Stati Uniti hanno rafforzato la collaborazione in ambito militare: Washington ha designato Lima come “major non-NATO ally” e si parla addirittura di affidare al Corpo degli Ingegneri dell’Esercito Usa la costruzione della nuova base navale principale a Callao. Allo stesso tempo l’ambasciatore Navarro ha più volte criticato l’avvicinamento del Perù alla Cina. Fino a poco tempo fa sembrava che la scelta fosse praticamente fatta a favore degli americani, anche se ufficialmente erano in corsa anche i Gripen svedesi della Saab e i Rafale francesi della Dassault. Il rinvio riapre ora la partita e potrebbe dare nuove chance agli europei.
La cerimonia di firma, inizialmente prevista per venerdì scorso, è stata prima riportata come annullata dai giornali locali (La República e Peru21) e poi confermata da fonti vicine al dossier. In sostanza, il Perù vuole prendersi qualche mese in più per una scelta da quasi due miliardi di dollari in piena campagna elettorale. Gli Stati Uniti, evidentemente, ci sono rimasti male.
IRAN: BLACKOUT INTERNET AL 51° GIORNO, MA I PROFESSORI TORNERANNO ONLINE
Il governo iraniano ha annunciato domenica che restituirà un accesso più ampio a internet ai professori universitari, mentre il resto della popolazione entra nel 51° giorno di un blackout quasi totale della rete. Lo riferisce il New York Times, secondo cui lo shutdown, giustificato dalle autorità con ragioni di sicurezza nazionale durante il conflitto con Stati Uniti e Israele, ha tagliato fuori dalla rete gran parte degli oltre 90 milioni di iraniani.
Da sette settimane, secondo il gruppo di monitoraggio NetBlocks, la maggior parte delle persone non riesce più a contattare i familiari all’estero, a informarsi al di là della propaganda di Stato e a far funzionare attività economiche che dipendono dalla connessione. Molti imprenditori e attivisti per la libertà di internet parlano apertamente di violazione dei diritti umani e di un colpo durissimo a un’economia già in ginocchio.
In questi giorni gli iraniani possono navigare solo su una rete interna parallela, isolata dal mondo esterno e sotto stretto controllo delle autorità. Solo alcuni funzionari e una ristretta cerchia di élite hanno mantenuto l’accesso completo. Nelle ultime ore sembrano esserci stati primi segnali di allentamento. Secondo siti semiufficiali, è tornata la possibilità di fare ricerche su Google e di usare Google Maps, anche se gli esperti fanno notare che spesso i link trovati non si aprono comunque. Quasi tutto il resto resta bloccato.
Domenica il viceministro della Scienza, Seyed Mehdi Abtahi, ha dichiarato ai media locali che i professori e i ricercatori avranno presto accesso alla maggior parte dei siti internazionali, esclusi quelli sottoposti a censura. “Sulla base di una lista che avevamo, stiamo procedendo a garantire ai docenti l’accesso a internet internazionale, e gradualmente questo sarà esteso a tutti i professori”, ha detto, secondo l’agenzia ISNA. La notizia ha suscitato reazioni contrastanti. Alcuni iraniani che riescono a connettersi con configurazioni di contrabbando costose e instabili hanno criticato l’entusiasmo generale: “Come siamo arrivati al punto che la gente debba esultare per un collegamento parziale a Google? Per aprire pochi link semplici, per il diritto più elementare?”, ha scritto su social la giornalista Elaheh Mohammadi.
Negli ultimi giorni alcuni provider hanno iniziato a offrire un servizio chiamato “Internet Pro”, a pagamento e solo per chi ottiene l’approvazione dello Stato. Attivisti per la libertà di internet, accademici e imprenditori temono che questi passi parziali stiano preparando la strada a quello che in Iran chiamano “internet a livelli” o “tiered internet”: un sistema in cui solo i privilegiati per motivi politici o economici hanno accesso reale al web globale. Come ha spiegato Amir Rashidi, esperto di cybersecurity del gruppo per i diritti digitali Miaan: “In Iran l’internet non viene più considerato un diritto pubblico. È stato trasformato in un’infrastruttura strategica il cui accesso può essere dosato in base alle preoccupazioni di sicurezza e alle priorità del regime. Una volta spostato dal piano dei diritti a quello della sicurezza, non appartiene più ugualmente a tutti”.
CINA, STRETTA SEMPRE PIÙ DURA SUI CATTOLICI
Le autorità cinesi stanno intensificando la pressione sulle comunità cattoliche sotterranee, spingendole a unirsi alla Chiesa ufficiale controllata dallo Stato, mentre aumentano la sorveglianza e le restrizioni sui viaggi per tutti i circa 12 milioni di cattolici del Paese. Lo denuncia un rapporto dettagliato di Human Rights Watch pubblicato mercoledì e i cui contenuti sono stati diffusi dall’Associated Press. Secondo l’organizzazione, si tratta dell’ennesima fase di una campagna decennale volta a garantire che ogni confessione religiosa e ogni Chiesa indipendente resti fedele al Partito Comunista, ufficialmente ateo. Pechino ha respinto con forza le accuse, definendo Human Rights Watch “costantemente faziosa contro la Cina” e accusandola di fabbricare “bugie e voci senza alcun credito”.
Da decenni i cattolici cinesi sono divisi tra una Chiesa ufficiale, che non riconosceva l’autorità del Papa, e una Chiesa clandestina rimasta leale a Roma nonostante le persecuzioni. Nel 2018 papa Francesco aveva cercato di allentare le tensioni siglando un accordo provvisorio che dà allo Stato voce nella nomina dei vescovi, prerogativa storica del Pontefice. Il testo completo dell’intesa non è mai stato reso pubblico: stando a quanto se ne sa, Pechino propone i candidati e il Papa può porre il veto.
Nonostante quell’accordo, la repressione non si è fermata, anzi è peggiorata. Yalkun Uluyol, ricercatore di Human Rights Watch sulla Cina, parla di “repressione crescente che viola la libertà religiosa”. Secondo il rapporto, le autorità hanno arrestato arbitrariamente, fatto sparire e sottoposto a detenzione domiciliare vescovi e sacerdoti clandestini. Nelle Chiese ufficiali è aumentato il controllo ideologico, la sorveglianza e le limitazioni alle attività religiose, comprese quelle con l’estero. A dicembre sono entrate in vigore norme che sottopongono i viaggi dei religiosi cattolici all’approvazione statale.
Il governo riconosce ufficialmente cinque religioni – buddismo, taoismo, cattolicesimo, protestantesimo e Islam – ma le supervisiona strettamente. Nel 2016 Xi Jinping ha lanciato la politica della “sinicizzazione” delle religioni: un processo per allineare le pratiche religiose all’ideologia e alla leadership del Partito. Da allora, secondo Human Rights Watch, sono state demolite centinaia di chiese o croci, impedite riunioni in luoghi non registrati, limitato l’accesso alla Bibbia e confiscati materiali religiosi non autorizzati. La stessa campagna ha colpito duramente anche il buddismo tibetano e l’Islam. Papa Leone XIV ha già effettuato lo scorso giugno la prima nomina di un vescovo nell’ambito dell’accordo del 2018. In un’intervista successiva ha confermato di voler proseguire l’intesa “nel breve termine”, pur precisando di essere già in dialogo con varie figure cinesi su entrambi i fronti della questione e di non voler precludere nulla per il futuro. Human Rights Watch ha spiegato che i suoi ricercatori non possono entrare in Cina e che le informazioni provengono da fonti dirette all’estero e da esperti di libertà religiosa. Il caso non riguarda solo i cattolici. A ottobre è stato arrestato il pastore di una delle più note Chiese domestiche protestanti non registrate, la Zion Church. ChinaAid, organizzazione americana per la libertà religiosa, ha chiesto al presidente Trump di pretendere la liberazione del pastore Mingri in vista dell’incontro con Xi previsto a maggio, avvertendo che il Partito Comunista sta portando avanti una campagna sistematica per cancellare ogni forma di vita religiosa indipendente.


