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Deficit al 3,1%: cosa vuol dire restare in procedura di infrazione

L’Italia rimane sotto procedura di infrazione per disavanzo eccessivo: un verdetto che pesa sulla spesa pubblica e riduce lo spazio politico per l’ultima legge di bilancio della legislatura

Da Bruxelles è arrivata una doccia fredda per via Venti Settembre: per l’Italia resta attiva la procedura di infrazione (procedura per disavanzo eccessivo). La notizia è arrivata dopo i dati diffusi da Eurostat, che registra un rapporto deficit/Pil per il nostro paese al 3,1% nel 2025. Un dato che supera ancora la soglia, fissata dal Patto di stabilità e crescita, del 3% sebbene i conti pubblici siano migliorati rispetto al 3,4% del 2024.

“Il Governo ha ottenuto un risultato considerato da molti irraggiungibile”, ha spiegato sui social la Premier Giorgia Meloni, che ricorda di aver trovato nel 2022, al suo insediamento, un rapporto deficit/Pil dell’8,1%. “Oggi lo abbiamo portato al 3,1%. Un dato non solo inferiore di 5 punti percentuali rispetto a quando ci siamo insediati, ma anche migliore delle previsioni del Governo stesso, che si fermavano al 3,3% per il 2025”, ha aggiunto.

I NUMERI DELL’EUROSTAT

Lasciando da parte e spiegazioni (e giustificazioni) è bene concentrarsi cui numeri. L’Eurostat ha certificato che il deficit italiano è stato di 69.381 milioni di euro mente il Pil si è fermato a 2.258.049 milioni. A questi numeri si affiancano quelli del rapporto debito/Pil che per il 2025 è al 137,1% e delle entrate pubbliche che sono salite al 48,1% del Pil dal 47% del 2024 e della spesa è aumentata al 51,2% dal 50,4%.

NON SAREBBE BASTATO IL 3,04%

“Alcuni commentatori hanno indicato che sarebbe stato sufficiente che il deficit scendesse al 3,04% per rispettare il criterio del 3%. Questo perché, nella prassi seguita dalla Commissione Europea, si arrotonda al primo decimale: un 3,04% equivale quindi al 3%. In realtà, le regole europee indicano che, per uscire dalla PDE, il deficit deve essere “sotto il 3%”. Quindi un 3,04% non sarebbe stato sufficiente. Occorreva scendere, anche di pochissimo, sotto il 3%, ossia sotto 67.741 milioni. Abbiamo quindi mancato l’obiettivo di 1.640 milioni”, spiega l’economista Carlo Cottarelli per l’Osservatorio Conti Pubblici Italiani. L’Italia ha imboccato la strada di una correzione graduale ma non ha ancora raggiunto la sufficienza.

COSA VUOL DIRE RESTARE IN PROCEDURA DI INFRAZIONE

La permanenza all’interno del regime di infrazione è una tegola per il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti perché vuol dire che il nostro Paese nelle sue decisioni di spesa, tassazione e redistribuzione delle risorse deve continuare a seguire un percorso che Bruxelles giudica sostenibile. La procedura di infrazione, infatti, vuole evitare che i buoni risultati di un anno, in termini di risparmi, siano cancellati da misure eccessivamente dispendiose negli anni successivi. L’uscita dalla procedura d’infrazione avrebbe avuto anche una rilevante valenza politica consentendo maggiori spazi di manovra in vista dell’ultima legge di bilancio della legislatura. Avrebbe anche permesso di “accedere più agevolmente ai prestiti del programma Safe sulla difesa, le cui spese sono calcolate in circa 12 miliardi nel prossimo triennio”, come spiega il Corriere della Sera. Non è un caso che da giorni il nostro Governo chiede alla Ue di “ragionare sulla possibilità di sospendere il patto di stabilità, come venne fatto a marzo 2020 all’inizio della pandemia di Covid e affrontare meglio i contraccolpi del caro energia”. Una richiesta che non ha convinto Bruxelles.

IL REBUS DELLE SPESE MILITARI

Non essere usciti dalla procedura di infrazione non impedisce, però, al nostro Paese di utilizzare la clausola di salvaguardia per aumentare le spese militari. Senza lo scomputo delle spese militari consentito dalla clausola, il conseguente più alto deficit esporrebbe l’Italia a un’intensificazione (stepping up) della PDE, compresa una nuova, possibilmente più severa, raccomandazione di misure per la sua correzione – spiega ancora il prof. Carlo Cottarelli -. Questo a sua volta, fintantoché l’Italia non abbia adottato le misure raccomandate, potrebbe escluderla dall’accesso al sostegno della Banca Centrale Europea (attraverso lo strumento del TPI, Transmission Protection Instrument, introdotto nel 2022) in caso di un attacco speculativo sul mercato dei titoli di stato italiani. In altri termini, se la clausola fosse attivata, l’Italia, pur rimanendo formalmente in PDE, non pagherebbe le conseguenze di aver aumentato le spese deviando dal sentiero inizialmente concordato. Quindi l’Italia avrebbe comunque interesse ad attivare la clausola nel caso intendesse aumentare la spesa militare. Fra l’altro l’Italia ha già richiesto l’accesso ai finanziamenti a tassi agevolati e lunghissima scadenza concessi dall’Unione per il finanziamento della spesa militare attraverso la linea di credito SAFE”.

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