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Tommaso Foti

Perché la riforma del danno erariale finirà davanti alla Corte Costituzionale

La Corte dei Conti impugna la legge Foti: il limite del 30% al risarcimento risulta «in insanabile contrasto con i principi che regolano la sana e corretta gestione delle risorse pubbliche»

La Corte dei conti ha impugnato davanti alla Consulta la riforma della responsabilità erariale. Con l’ordinanza n. 9 del 2026, depositata il 23 aprile, la Seconda sezione centrale d’appello ha infatti sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla legge entrata in vigore a gennaio e intitolata all’attuale ministro agli Affari europei Tommaso Foti, ritenendola “in contrasto insanabile con le norme costituzionali ed eurounitarie che disciplinano la sana e corretta gestione delle risorse pubbliche”.

COSA C’È NELLA RIFORMA DEL DANNO ERARIALE

La riforma fissa al 30%, o entro il limite di due annualità di stipendio, il danno risarcibile dai funzionari pubblici in caso di colpa grave, con effetti anche sui procedimenti in corso. Viene reso permanente, seppur rimodulato, lo “scudo erariale” introdotto durante l’emergenza Covid e prorogato finora fino a tutto il 2025, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la cosiddetta “paura della firma”.

La responsabilità resta piena nei casi di dolo, mentre la colpa grave viene definita in modo più restrittivo, riferita a violazioni manifeste della legge, travisamenti evidenti dei fatti o a decisioni basate su circostanze chiaramente insussistenti. In questo modo si circoscrivono i casi in cui la Corte dei conti può condannare al risarcimento del danno, puntando a rendere più rapida e meno prudente l’azione amministrativa.

COSA DICONO I GIUDICI CONTABILI

Nell’ordinanza, di cui è relatrice Maria Cristina Razzano, la Corte dei conti descrive la riforma come «un sistema manifestamente irrazionale e palesemente iniquo», che finisce per premiare comportamenti gravemente colposi e per trasferire sulla collettività la parte principale del danno.

I giudici evidenziano che, pur imponendo la valutazione del concorso dell’amministrazione danneggiata, la legge «pone a carico di quest’ultima, comunque e in ogni caso, il 70% del danno», determinando una sostanziale «socializzazione» della perdita economica. In questo modo, osservano, si realizza «un sistema che premia l’amministratore incapace e colloca a carico della comunità danneggiata i due terzi del danno subito», in contrasto con i principi di eguaglianza e solidarietà

Ne deriverebbe anche una lesione del «patto sociale» su cui si fonda il sistema tributario, poiché i cittadini subirebbero un duplice pregiudizio: «il mancato soddisfacimento del bene-interesse» cui erano destinate le risorse pubbliche e «il costo della mala gestio», che resterebbe in larga parte a carico dell’ente. La funzione risarcitoria della responsabilità contabile, concludono i giudici, risulterebbe così «gravemente frustrata dall’esiguità del credito risarcitorio residuo».

IL PRESUPPOSTO DELLA RIFORMA: LA PAURA DELLA FIRMA

Secondo il governo, invece, la misura è utile a velocizzare le decisioni della pubblica amministrazione, contrastando la “paura della firma” degli amministratori, ossia il timore di firmare provvedimenti per i quali la Corte dei Conti potrà chiedere loro un risarcimento, se ritenuti atti a produrre un danno erariale. Per il governo il rischio da parte degli amministratori pubblici di dover risarcire personalmente un eventuale danno erariale porta, di fatto, a un atteggiamento eccessivamente prudente, rallentando l’azione amministrativa e l’attuazione di progetti pubblici.

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