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Consiglio di Stato Carbone

Consiglio di Stato, perché è saltata la nomina di Luigi Carbone e il piano di Mantovano

Il blitz per bloccare la nomina di  Luigi Carbone come presidente aggiunto del Consiglio di Stato sarebbe un nuovo tentativo del governo di orientare le decisioni interne alla magistratura verso profili più graditi. Il punto

La nomina del presidente aggiunto del Consiglio di Stato doveva essere poco più di una formalità: prassi vuole che il ruolo spetti al membro togato più anziano, nel caso specifico Luigi Carbone.  E invece già dal voto in commissione e poi con il muro del plenum del 15 aprile, la nomina è stata messa pesantemente in discussione, fino a essere di fatto bloccata.

Una questione non di poco conto, dal momento che il presidente aggiunto è a sua volta il candidato naturale alla successione del vertice del Consiglio di Stato e che il massimo organo della giustizia amministrativa italiana verrà rinnovato l’anno prossimo al pensionamento di Luigi Maruotti, ormai prossimo al limite d’età. Le associazioni dei Consiglieri di Stato insorgono: ecco cos’è accaduto e perché ora si chiede di rimuovere il voto segreto.

COSA È SUCCESSO

A mettere ordine nella cronologia degli eventi è il quotidiano Domani, che spiega come la designazione scontata s’era trasforma in una partita contendibile già il 7 aprile, “quando approda in commissione la pratica per la successione di Carmine Volpe”. Il primo strappo si consuma su iniziativa del membro laico Giovanni Doria, che oppone a Carbone il nome di Ermanno De Francisco, quinto nella lista dei pretendenti, costringendo i colleghi intermedi a fare altrettanto. Alla fine il voto della commissione si ricompatta su Carbone. Sulle prime Doria tiene il punto con l’obiettivo di portare innanzi al plenum anche il nome alternativo di De Francisco, ma poi desiste per il pressing delle Associazioni dei magistrati amministrativi e del Consiglio di Stato. Si arriva così al 15 aprile, data in cui il plenum era chiamato a ratificare la nomina di Luigi Carbone. Ed è qui che si consuma l’imboscata finale: dal voto segreto emergono sette voti favorevoli, sei contrari e due astenuti – che valgono come contrari –  determinando di fatto il ritorno della pratica in commissione.

I SOSPETTI SUI MEMBRI LAICI

Se è certo che qualcuno dei togati debba aver tradito durante il voto al plenum, l’attenzione si è da subito concentrata sulle manovre dei consiglieri laici, sospettati di aver agito in maniera coordinata per sabotare la nomina, tanto più che il CPGA – il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa – non annovera nessun membro in quota centrosinistra.

Secondo le indiscrezioni, tra i protagonisti del blitz ci sarebbero il già citato Giovanni Doria, di area centrodestra, l’avvocata Eva Sala, legata alla fondazione Livatino, e l’ex senatore della Lega Francesco Urraro, oltre a Giangiacomo Palazzolo, espresso in quota Azione. A questo schieramento si sarebbe aggiunto il magistrato del Tar di Lecce Ettore Manca, soprannominato dai colleghi il “quinto laico” per la sua sintonia con le posizioni dei membri di nomina politica e che durante il dibattito ha sollevato dubbi sull’automatismo dell’anzianità a favore del merito comparativo.

I MOTIVI DEL BLITZ CONTRO CARBONE E IL PIANO DI MANTOVANO

Il vero regista dell’operazione di blocco sarebbe però il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il governo contesta a Luigi Carbone un profilo eccessivamente trasversale – è stato capo di gabinetto di Roberto Gualtieri, ai tempi ministro dell’Economia nel secondo governo Conte – e non ha certo dimenticato il suo ruolo nella sentenza del Consiglio di Stato che favorì l’allora presidente della Campania Vincenzo De Luca contro il ministro Raffaele Fitto sul tema dei fondi europei.

L’obiettivo dell’esecutivo sarebbe quello di favorire profili ritenuti più affini, come lo stesso Ermanno De Francisco, già capo del dipartimento affari giuridici con il primo governo Conte ma oggi in ottimi rapporti con la destra, o Luciano Barra Caracciolo. Quest’ultimo, secondo per anzianità dopo Luigi Carbone, è un noto teorico dell’uscita dall’euro ed ex sottosegretario vicino alla Lega. Il piano di Alfredo Mantovano mirerebbe dunque a scavalcare la gerarchia interna per assicurare ai vertici della giustizia amministrativa figure con una sensibilità politica più marcata e allineata all’attuale maggioranza.

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