Nel braccio di ferro tra governo e Fondazione, la politica si spacca: ecco i vari posizionamenti nella maggioranza da Salvini e Mollicone a Meloni e Fazzolari, fino alla Biennale del dissenso
In attesa di scoprire i capolavori in mostra alla Biennale di Venezia, il grande pubblico assiste impotente all’unica vera opera messa in scena finora: il cortocircuito politico intorno al padiglione russo. Tra accuse di pastrocchi, tensioni con l’Unione europea e un governo che si presenta diviso alla vigilia dell’inaugurazione, la presenza all’evento artistico più importante del nostro Paese diventa una dichiarazione di posizione: stai con Giuli o con Buttafuoco?
SALVINI DALLA PARTE DI BUTTAFUOCO
Fatta eccezione per Forza Italia, per una volta compatta sulla linea di Tajani (che poi è la linea della Farnesina), l’autonomismo di Pietrangelo Buttafuoco divide la maggioranza e attrae gli opposti. Accade a Buttafuoco e Matteo Salvini, sebbene non in via reciproca: la distanza tra i due potrebbe sembrare siderale, eppure in questa partita il vicepremier è il più fervente (e il più alto in grado) sostenitore della battaglia del presidente della Fondazione, malgrado faccia parte di un governo che ne sconfessa la scelta. “Gli assenti hanno sempre torto. Viva l’arte libera e coraggiosa! #Biennale” proclama su X il vicepremier Matteo Salvini, atteso oggi a Venezia.
L’ANSIA VENEZIANA DEL CARROCCIO
Si tratta comunque di una scelta pressoché obbligata, e non solo per la naturale predisposizione del leader del Carroccio al dialogo con Mosca. Accanto a Buttafuoco, nel board della Fondazione siedono infatti il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il presidente della Regione Alberto Stefani, entrambi al governo in una coalizione a trazione leghista. E le amministrative nel capoluogo sono dietro l’angolo, così come il rischio di perdere nuovamente la città. Non solo: tra Salvini e il ministro Alessandro Giuli non mancano divergenze anche su altri fronti: l’ultima in occasione del cdm per il Piano Casa, con l’aspro scontro tra i due sulle sovrintendenze, che il leghista avrebbe voluto aggirare.
Ergo, Salvini visiterà a “tutti i padiglioni, nessuno escluso”. A difesa della Biennale si erge anche Luca Zaia, tra i primissimi a scudare Buttafuoco dagli strali della Commissaria europea Henna Virkkunen, rivendicando la vocazione all’apertura e al dialogo di Venezia. Chissà cosa deciderà invece la loro compagna di partito e sottosegretaria del MiC Lucia Borgonzoni. La quale si guarda bene dal commentare la vicenda, dopo la guerra fratricida con il suo coinquilino a via del Collegio Romano.
LA LINEA DELLA FIAMMA, LA SCELTA DI MOLLICONE, IL COLPO DI SCENA DI GIULI
Dentro Fratelli d’Italia la linea è chiara: Giorgia Meloni è irritata dall’autonomismo di Buttafuoco e appoggia il suo ministro. Non usa mezzi termini Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che frattanto ha ricevuto la documentazione sull’ispezione ministeriale condotta negli scorsi giorni. La scelta della Biennale di riaprire il padiglione russo è, dice, “un inutile pastrocchio (…) un trucco escogitato dalla fondazione per aggirare le sanzioni contro la Russia e l’impossibilità concreta di aprire il padiglione”.
Ma il presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati Federico Mollicone si è smarcato dagli ordini di scuderia, anche se, ufficialmente, la sua visita alla Biennale era un’espressione di vicinanza agli artisti ucraini. Un gesto che dice molto sulla confusione del momento: si va, ma non troppo; si protesta, ma si partecipa; si dissente, ma si presenzia.
Tra i presenti a metà ieri s’è iscritto, con un colpo a sorpresa, il meno atteso di tutti, ossia Alessandro Giuli. Lo ha annunciato ieri a Skytg24: “Andrò a Venezia e visiterò il Padiglione Italia”. Ormai entrato in una sorta di trance polemica – come il suo avversario del resto – il ministro rintuzza su tutto. In riferimento al succitato post di Salvini: “Quando ho visto quel post l’ho frainteso; ho pensato avesse fatto autocritica, dopodiché ho capito che non era autocritica sul suo assenteismo. Ma rispetto la sua posizione”, anche se “non ritengo importante il fatto che lui prediliga la Biennale della disinformatia a quella del dissenso”. Su Buttafuoco: “Gli ho scritto il mio dissenso rispettoso e non ho ricevuto risposta”. E sulla citazione di Mattarella, definisce le parole del presidente della Fondazione “una sgrammaticatura”.
LA BIENNALE DEL DISSENSO
Chi non porta il fardello di una presenza istituzionale, può trarne invece un’occasione politica. Nasce così l’idea della Biennale del dissenso, una citazione dall’edizione del ’77, quando Carlo Ripa di Meana decise di dedicare la mostra ai dissidenti dell’Est. Da l’espressione ricorderà anche la protesta che porterà negli spazi dell’Esposizione un fronte eterogeneo di esponenti politici, attivisti e artisti uniti dal rifiuto della propaganda del Cremlino, nel giorno della Festa dell’Europa e dell’inaugurazione della Biennale.
Tra i promotori Marco Taradash, insieme alle associazioni Europa Radicale, Certi Diritti, Radicali Venezia e il collettivo Arts Against Aggression, con il sostegno (a distanza) del leader di Azione Carlo Calenda. Il cuore pulsante del corteo sarà tuttavia rappresentato dagli artisti russi dissidenti e dai rappresentanti dei popoli colonizzati dall’imperialismo russo, affiancati dagli attivisti della comunità Lgbt+ perseguitati dal regime. Insieme a loro, cittadini e militanti porteranno tra le calli veneziane le bandiere ucraine, trasformando il percorso verso i Giardini in una testimonianza itinerante di “arte libera” contro ogni forma di neutralità culturale rispetto al conflitto in corso.


