Onu, la corsa alla Segreteria generale entra nel vivo: chi sono i sei candidati, chi parte, il calendario dell’elezione e com’è andato il dibattito al Palazzo di Vetro
Giovedì scorso i sei aspiranti alla guida delle Nazioni Unite si sono confrontati per 90 minuti al Palazzo di Vetro durante un confronto trasmesso in diretta televisiva in tutto il mondo.
Con buona pace di Donald Trump, tra i relatori non figurava Gianni Infantino, né, come teneva a sottolineare il Foglio, Pino Arlacchi, il nome del Sud globale. Questo perché le candidature per la guida dell’Onu seguono un iter rigoroso, gestito congiuntamente da Consiglio di Sicurezza e Assemblea generale.
COME FUNZIONA L’ELEZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE ONU
Il Consiglio conduce le consultazioni tra i 15 membri, effettua i cosiddetti straw polls (votazioni informali) e infine raccomanda un solo candidato all’Assemblea generale. La raccomandazione richiede almeno 9 voti favorevoli e nessun veto da parte dei cinque membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito).
A quel punto la palla passa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che organizza la fase pubblica del processo e nomina formalmente il Segretario generale sulla base della raccomandazione del Consiglio di Sicurezza. La fumata bianca dovrebbe arrivare tra settembre e ottobre, di modo che il prossimo Segretario generale possa entrare in carica dal 1° gennaio 2027, alla scadenza del mandato di Antonio Guterres.
A CHE PUNTO SIAMO
Come detto, il 23 luglio si è tenuto il primo Town Hall con tutti i candidati, un confronto pubblico promosso dalla Presidente dell’Assemblea generale, Annalena Baerbock che ha offerto ai sei candidati ufficiali l’opportunità di illustrare la propria visione su riforme, gestione delle crisi finanziarie, clima e intelligenza artificiale.
Il prossimo passaggio è il Consiglio di Sicurezza, che inizierà gli straw polls il 30 luglio. Si tratta del momento politicamente più importante dell’intero processo, perché serve a misurare il consenso sui candidati e a verificare l’eventuale opposizione dei cinque membri permanenti.
CHI SONO TUTTI I CANDIDATI
La corsa vede protagonisti sei profili di alto livello diplomatico e politico, di cui cinque ben cinque provenienti dall’America Latina e dai Caraibi, area favorita dalla prassi di alternanza geografica, ma anche dal diffuso auspicio di eleggere per la prima volta nella storia un Segretario Generale donna.
Per molti osservatori il favorito è l’argentino Rafael Grossi, attuale direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) e di conseguenza protagonista di alcuni dei dossier geopolitici più delicati, dall’Iran fino alla presenza permanente presso la centrale ucraina di Zaporizhzhia. Oltretutto Grossi potrebbe beneficiare di un doppio endorsement dovuto alla sua discendenza italiana.
L’altro nome forte è quello dell’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, figlia del generale perseguitato dal regime di Pinochet, già Alto Commissario Onu per i Diritti Umani e di direttrice di UN Women. Pur vantando un curriculum di primo piano che la rende una solida opzione per il primo vertice femminile dell’Onu, Bachelet sconta l’avversione sul piano interno del presidente cileno Kast, oltre alle riserve della Cina per il report sulle persecuzioni degli uiguri e degli Stati Uniti per le sue posizioni sull’aborto.
La principale opzione di compromesso appare Rebeca Grynspan Mayufis, attuale segretaria generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad) ed ex vicepresidente del Costa Rica. Proveniente dalla tradizione socialdemocratica e priva di controindicazioni di ordine geopolitico, Grynspan ha dalla sua il ruolo chiave svolto nei negoziati per l’Iniziativa del grano del Mar Nero.
Sempre dalla regione latinoamericana e caraibica provengono l’ecuadoriana María Fernanda Espinosa, ex ministra degli Esteri ed ex presidentessa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con una profonda conoscenza della macchina burocratica dell’organizzazione, e da Carolyn Rodrigues Birkett, ambasciatrice della Guyana all’Onu ed ex ministra degli Esteri dal profilo pragmatico maturato durante il periodo nel Consiglio di Sicurezza del suo Paese.
L’unico candidato al di fuori dell’area latina è l’ex presidente del Senegal Macky Sall, sostenuto dal proprio Paese e forte di quarant’anni di carriera politica culminati con la guida dell’Unione Africana e l’ingresso di quest’ultima nel G20.
COM’È ANDATO IL CONFRONTO TRA CANDIDATI AL PALAZZO DI VETRO
Durante il dibattito di giovedì scorso, ciascuno dei candidati ha illustrato la propria visione per il futuro dell’Onu rispondendo alle domande poste da ambasciatori, personale delle Nazioni Unite e rappresentanti della società civile. Duro l’intervento di Grossi, che ha destato forte impressione analizzando la crisi attuale senza troppi filtri: “Vediamo, ed è difficile ammetterlo, che le Nazioni Unite sono assenti dalla risoluzione dei conflitti più gravi che stiamo attraversando”. Richiamando i cessate il fuoco negoziati a Zaporizhzhia, ha poi precisato la sua visione di leadership neutrale sottolineando che “l’imparzialità è una delle qualità più difficili del Segretario Generale, ma imparzialità non significa indifferenza”.
Bachelet, ha puntato invece sulla leadership morale, ricordando che “il Segretario Generale non può arrendersi” nemmeno di fronte alle paralisi istituzionali. E sul tema delle riforme interne ha tracciato una linea chiara: “Abbiamo bisogno di un’Onu più snella, ma non più debole”. Si è distinta per concretezza, e forse anche per efficacia, Grynspan, che ha inquadrato così il compito del vertice Onu in tempi di crisi: “Quando il Consiglio di Sicurezza è bloccato è proprio allora che comincia il lavoro del Segretario Generale”. Interrogata sull’eredità che vorrebbe lasciare a fine mandato, ha chiosato: “Fra cinque anni vorrei che nessuno chiedesse più: dov’è l’Onu?”.
Per l’ecuadoriana Espinosa, la priorità è l’integrazione di pace, sviluppo e diritti umani, poiché “lo scopo dell’Onu è semplice: prevenire i conflitti e proteggere le persone”. Pragmatica la via tracciata dall’ambasciatrice della Guyana all’Onu, Carolyn Rodrigues Birkett, che ha insistito sulla perseveranza diplomatica per superare i veti incrociati, soprattutto in riferimento alla crisi di Hormuz: “La cosa che il Segretario Generale non può permettersi è smettere di provarci”. Infine, l’ex presidente del Senegal ed ex presidente dell’Unione Africana, Macky Sall, ha incentrato il proprio intervento sul tema della fiducia, evidenziando la necessità di agire come facilitatore neutrale per ricostruire la credibilità delle Nazioni Unite e rafforzare il dialogo tra gli Stati membri.
Nella foto, da sinistra a destra in alto: Grossi, Bachelet, Grynspan. In basso: Espinosa, Birkett, Sall

