Limes ripubblica tre articoli di Tom Levinson apparsi sul quotidiano israeliano Haaretz dedicati alla condizione psicologica, sempre più critica, delle Forze di difesa israeliane
I problemi di salute mentale dei soldati costituiscono una questione grave all’interno dell’esercito israeliano (Idf). I dati sui congedi concessi dal 2023 per motivi di salute mentale non sono stati resi pubblici. Secondo alcune fonti del dipartimento del dipartimento della Salute mentale dell’Idf citate da Levinson, tuttavia, i numeri sarebbero tanto elevati fa poter “danneggiare il morale dell’opinione pubblica”. Gli unici dati diffusi riguardano il primo anno di guerra, durante il quale 7.241 militari sono stati congedati per ragioni psicologiche: il numero più alto mai registrato.
IL DISTURBO DA STRESS POST-TRAUMATICO TRA I RISERVISTI
Numerosi riservisti, pur essendo stati presi a carico dal dipartimento per la Riabilitazione del ministero della Difesa e pur lamentando disturbi profondi, non sono stati esonerati dal servizio perché non erano ancora stati esaminati da una commissione medica. Molti raccontano di aver informato i propri comandanti della loro condizione e presentato certificazioni psichiatriche senza ottenere l’esonero, scrive Levinson. In alcuni casi sarebbero stati minacciati di arresto per diserzione o costretti a presentarsi in servizio nonostante ricoveri psichiatrici recenti. Solo dopo l’intervento dei giornalisti di Haaretz alcuni ordini di richiamo sarebbero stati revocati.
Il fenomeno era già noto. Nel maggio 2025 un’inchiesta di Haaretz aveva rivelato che centinaia di veterani dell’Idf affetti da gravi forme di disturbo da stress post-traumatico prestavano servizio in ruoli operativi dell’esercito senza alcun monitoraggio. Levinson attribuisce questo malfunzionamento a una mancanza di comunicazione tra l’Idf e il dipartimento per la Riabilitazione. Lo stesso esercito ammette, infatti, che i propri archivi non contengono i nomi dei pazienti seguiti dal dipartimento. Molti di loro, benchè già in cura per traumi psicologici, non sono automaticamente considerati idonei all’esonero e continuano quindi ad essere convocati.
I LIMITI DEI NUOVI PROVVEDIMENTI
Solo con lo scoppio della guerra in Iran l’esercito ha introdotto nuove direttive, stabilendo che che “i riservisti con una percentuale di invalidità psichiatrica del 50% o superiore saranno esonerati dal servizio nella riserva, mentre quelli con percentuali comprese tra il 30% e il 50% vedranno il proprio impegno temporaneamente sospeso”. Per quanto riguarda i soldati già in servizio, la tempistica del congedo è lasciata alla discrezione dell’ufficiale psichiatrico dell’unità, che può decidere se congedarli immediatamente o oppure rinviare il provvedimento, anche di mesi.
Levinson specifica che la direttiva dell’esercito si applica solo ai militari che hanno già ottenuto dalla commissione medica una classificazione formale del grado di disabilità. Questo criterio esclude circa 15mila delle 37.500 persone affidate alle cure del ministero della Difesa per traumi psicologici. Di questi 15mila, quasi la metà è stata diagnosticata provvisoriamente con disturbo da stress post-traumatico, ma dovranno presentarsi a rapporto fino a quando non otterranno una conferma definitiva dal comitato.
Secondo i dati dell’esercito, inoltre, sono stati riammessi al servizio circa l’80% dei riservisti con disabilità psicologiche che hanno espresso la volontà di ritornare a combattere. Il professor Eyal Fruchter, presidente del Consiglio nazionale per il disturbo da stress post-traumatico ed ex responsabile del dipartimento di Salute mentale delle Idf, è tra gli esperti che esprimono preoccupazione per questi numeri elevati. “I risultati potrebbero essere devastanti”, avverte Fruchter.
L’ALLARME SUICIDI NELL’ESERCITO ISRAELIANO
La gravità della crisi psicologica dei soldati israeliani è testimoniata dall’aumento dei suicidi all’interno dell’esercito. Dal 7 ottobre i casi di suicidio tra militari e riservisti sono cresciuti con continuità: se tra il 2013 e il 2023 la media annua nell’esercito era di 12 suicidi, nei soli tre mesi compresi tra ottobre e dicembre 2023 se ne sono verificati sette. Nel 2024 il numero è salito a 21 e nel 2025 a 22, il dato più alto degli ultimi quindici anni. Nei primi mesi del 2026 si contano almeno dieci casi, sei dei quali nel solo mese di aprile, scrive Levinson.
I dati dell’Idf raccontano però solo parte della storia. Non comprendono infatti i soldati che si sono tolti la vita dopo il ritorno alla vita civile: secondo un’indagine interna dell’esercito, alla fine del 2025 erano almeno quindici.
Un alto funzionario della direzione del personale dell’Idf ammette che l’esercito fatica a tenere sotto controllo la situazione e attribuisce l’elevato numero di suicidi al logoramento causato dalla lunghezza del conflitto. Gli attivisti che lavorano con soldati affetti da traumi raccontano invece un’altra storia: a pesare sarebbe anche la mancata assistenza fornita dall’Idf. Tra gli esempi di negligenza, Levinson cita l’inadeguatezza dei colloqui psicologici previsti prima del ritorno alla vita civile. Questi incontri erano stati del tutto eliminati a febbraio e sono stati ripristinati solo parzialmente dopo l’inizio della guerra con l’Iran. I soldati schierati al confine settentrionale e in Cisgiordania, per esempio, sono stati congedati nelle ultime settimane senza alcun confronto con uno specialista.
L’esercito israeliano ha diffuso un comunicato in cui afferma che, nonostante la riduzione delle valutazioni psicologiche, ogni comandante di brigata dispone delle risorse necessarie per organizzarne altre e assistere i propri militari in base alle esigenze. Secondo il comunicato, decine di migliaia di soldati hanno beneficiato di sostegno psicologico.

