Il report Anac mette sotto la lente l’impennata degli affidamenti diretti vicini alla soglia di legge e fotografa sei anni di procedimenti per corruzione. Un’analisi che arriva a poche settimane dalla scadenza del mandato del presidente Giuseppe Busia e dell’intero Consiglio.
L’ultimo report dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) arriva in un momento tutt’altro che casuale: a settembre scadranno il mandato del presidente Giuseppe Busia e quello dell’intero Consiglio dell’Autorità. Più che una semplice fotografia statistica, il documento rappresenta il bilancio finale dell’attuale governance dell’Anac e indica le criticità che il prossimo vertice sarà chiamato ad affrontare. Ecco che cosa dice
IL MONITO DI BUSIA: IL BOOM DEGLI AFFIDAMENTI DIRETTI
Il messaggio che emerge è chiaro: le riforme degli ultimi anni hanno modificato profondamente il mercato dei contratti pubblici e richiedono un rafforzamento degli strumenti di controllo. Non è un caso che il dossier concentri l’attenzione soprattutto sugli effetti prodotti dall’ampliamento degli affidamenti diretti e sulle aree che continuano a presentare maggiori rischi di opacità.
Il dato che più colpisce riguarda la distribuzione degli affidamenti diretti di beni e servizi. Secondo l’Anac, nel 2024 quasi un affidamento diretto su tre (31%) si colloca nella fascia compresa tra 135mila e 140mila euro, cioè immediatamente al di sotto della soglia oltre la quale è necessario ricorrere a procedure di gara. In termini economici significa circa 1,5 miliardi di euro di contratti concentrati proprio nella fascia limite. Il confronto con il 2021 evidenzia il cambio di scala: allora gli affidamenti nella fascia massima valevano circa 212 milioni di euro, quando il limite era fissato a 75 mila euro.
Per l’Anac il tema non è l’affidamento diretto in sé, che resta uno strumento previsto dalla normativa, ma il suo utilizzo sistematico in prossimità della soglia massima consentita. Secondo l’Autorità, questa tendenza può ridurre la concorrenza tra operatori economici, aumentare il rischio di frazionamento artificioso degli appalti e limitare il confronto competitivo che rappresenta uno dei principi cardine del Codice dei contratti pubblici. È in questo contesto che l’Anac ribadisce la necessità di rafforzare i controlli, soprattutto in una fase in cui il Pnrr e gli investimenti pubblici continuano a generare un elevato volume di procedure.
QUANTI SONO I REATI DI CORRUZIONE (E CHI LI COMMETTE)
Il report dedica un’intera sezione all’analisi dei procedimenti penali relativi agli appalti pubblici tra gennaio 2020 e maggio 2026. I procedimenti censiti sono 141. Il reato più frequente è la turbativa della libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, che rappresenta circa il 28% del totale. Seguono i reati di corruzione, mentre risultano più limitati i casi di concussione. L’analisi mostra come le vicende giudiziarie riguardino prevalentemente la fase di affidamento e gestione dei contratti pubblici, confermando che è proprio questo il segmento nel quale continuano a concentrarsi le principali vulnerabilità del sistema.
Il dossier traccia anche il profilo delle persone coinvolte nei procedimenti. L’85% dei soggetti interessati dalle indagini è di sesso maschile, mentre le donne rappresentano il restante 15%. La prevalenza degli uomini riflette anche la composizione dei ruoli maggiormente coinvolti nella gestione degli appalti: dirigenti pubblici, responsabili unici del procedimento, funzionari tecnici, professionisti e imprenditori. Si tratta, dunque, di una fotografia che restituisce la struttura del settore dei contratti pubblici più che una specificità dei fenomeni corruttivi.
UN’EREDITÀ PER IL PROSSIMO CONSIGLIO DELL’ANAC
L’ultimo report dell’era Busia va letto anche in prospettiva. A settembre Governo e Parlamento saranno chiamati a rinnovare i vertici dell’Autorità nazionale anticorruzione e il dossier costituisce, di fatto, il passaggio di consegne tra l’attuale governance e quella che verrà. L’ultima indiscrezione, rilanciata da Milano Finanza, ipotizza una possibile candidatura nientemeno che di Matteo Piantedosi, con tutto il portato politico che ne consegue, visto che l’ex prefetto lascerebbe sguarnito il Viminale.
Ma al di là del nome, le questioni sollevate dall’Anac – dalla crescita degli affidamenti diretti alla necessità di mantenere elevati livelli di concorrenza e trasparenza – sono destinate a rimanere al centro del confronto anche nei prossimi mesi: rappresentano l’ultima indicazione di policy dell’attuale Consiglio su come, secondo l’Autorità, dovrebbe evolvere il sistema dei controlli sugli appalti pubblici.

