Dopo mesi di negoziati bloccati, Donald Trump parla di una svolta storica nel piano di pace per Gaza che comprende il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. L’intesa, però, resta vaga sui tempi e solleva dubbi in entrambe le parti coinvolte.
Trump ha dichiarato giovedì scorso che è stato raggiunto un accordo per il completo disarmo di Hamas e il successivo ritiro delle forze israeliane da Gaza. Come riporta la BBC, si tratta del primo assenso esplicito del movimento islamista a un quadro di disarmo completo, anche se parziale e graduale.
Scrivendo sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente americano ha definito l’intesa “una tappa critica” verso una Gaza governata da un nuovo esecutivo palestinese tecnocratico, in collaborazione con il Board of Peace promosso dallo stesso capo della Casa Bianca.
I CONTORNI DI UN PIANO IN FASI
L’accordo si inserisce nel più ampio piano in 20 punti varato da Trump dopo il cessate-il-fuoco mediato dagli Stati Uniti e siglato lo scorso ottobre. L’intesa prevede la consegna e l’inventario delle armi pesanti sotto supervisione interazionale, la distruzione delle gallerie e il ritiro israeliano progressivo man mano che procede il disarmo.
Come sottolinea il Guardian, tuttavia, le divergenze emergono subito: Hamas pretende che il ritiro israeliano preceda o avvenga in parallelo al disarmo, mentre Israele chiede la smilitarizzazione completa come precondizione. Funzionari americani citati dall’Associated Press parlano di un processo che potrebbe durare tra i 200 e i 350 giorni per le armi pesanti, mentre la consegna di armi leggere da parte della polizia di Gaza potrebbe iniziare nelle prossime due settimane.
L’Egitto, secondo il Financial Times, ha confermato che Hamas ha accettato una cessione graduale delle armi a un comitato tecnico palestinese.
REAZIONI E SCETTICISMO
Da parte israeliana si continua a ripetere di essere indisponibili a un ritiro senza che tutte le condizioni imposte ad Hamas siano rispettate. Fonti ufficiali di Tel Aviv citate dal Guardian sottolineano che il nuovo piano non soddisferebbe le richieste di demilitarizzazione totale.
Il premier israeliano Netanyahu e Trump si sono visti martedì scorso alla Casa Bianca, ma non hanno fornito alcun genere di dettaglio sul nuovo piano. Hamas, da parte sua, ha sciolto il suo governo a Gaza e si prepara a trasferire i propri poteri a un comitato tecnico, come previsto dagli accordi siglati a ottobre. Un suo negoziatore, Ghazi Hamad, ha però ribadito che “se Israele non rispetta gli impegni, non lo faremo neanche noi”.
Come riporta la BBC, molti palestinesi a Gaza accolgono la notizia con stanchezza e scetticismo: troppi accordi falliti, troppa sofferenza accumulata in quasi tre anni di guerra.
IL RUOLO DEL BOARD OF PEACE
Il Board of Peace, l’organismo internazionale voluto da Trump, dovrebbe supervisionare la transizione insieme a una forza di stabilizzazione multinazionale. I tempi restano però incerti e i finanziamenti promessi per la ricostruzione finora latitano, come rileva il Financial Times.
L’Iran, indebolito dal conflitto con gli Usa e Israele, rappresenta una variabile imprevedibile: avrebbe sconsigliato Hamas di accettare l’accordo anche se non può più sostenere il movimento jihadista come un tempo. Se l’intesa reggerà, potrebbe aprire la strada alla ricostruzione di Gaza e a un nuovo assetto di governance della Striscia sotto l’egida del Board of Peace. Ma, come emerge chiaramente dai briefing citati da Associated Press e Guardian, le distanze tra le parti restano profonde e la fiducia minima.Per ora, più che una conclusione, sembra l’inizio di una nuova e delicatissima fase di verifica.

