La Presidente del Consiglio valuta l’ipotesi di anticipare il voto nazionale alla primavera accorpandolo alle consultazioni amministrative: ecco perché Schlein potrebbe appoggiarla e le date da cerchiare in rosso
Mentre il Governo più longevo della storia repubblicana si fa la festa a Bari, nei palazzi della politica romana inizia il countdown verso la fine della legislatura. E si fa strada un’ipotesi che fino a poche settimane fa sembrava improbabile: l’election day.
Un’idea che di certo piace al Quirinale e su cui Giorgia Meloni potrebbe aver cambiato orientamento, smentendo le ricostruzioni che vorrebbero la premier impaurita dal possibile effetto valanga su scala nazionale con una vittoria della sinistra nelle città. E se i suoi alleati nicchiassero per posticipare tutto all’autunno, una sponda inaspettata potrebbe arrivare paradossalmente da Elly Schlein.
ELECTION DAY O NO?
La tesi di chi preferirebbe posticipare il voto a ottobre si fonda sull’esigenza di attendere le pronunce della Corte Costituzionale in materia elettorale, ma anche sulla possibilità di sfruttare a pieno gli effetti della legge di Bilancio sul consenso elettorale, nell’attesa del logoramento politico dello spauracchio Roberto Vannacci. In questo scenario, l’election day sarebbe semplicemente impossibile: la finestra per le amministrative va infatti dal 15 aprile al 15 giugno. Uno scenario per niente gradito al Presidente della Repubblica, che vorrebbe accorpare le due date e contenere i costi: un segnale di responsabilità istituzionale nella tempesta economica e nel declino impietoso dell’affluenza.
Quanto alla premier, fin qui le è stata attribuita una generica opposizione alla data unica per motivi di opportunità elettorale. Questo il ragionamento: il voto simultaneo per il Parlamento e per i grandi centri – Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze e Bologna, tutti in mano alla sinistra – potrebbe tradursi in una Caporetto per il centrodestra.
Per sciogliere la riserva, in ogni caso, occorre attendere il via libera definitivo alla nuova legge elettorale, momento in cui la premier affronterà un chiarimento con i partner di governo.
MELONI STUDIA LA MOSSA A SORPRESA?
Eppure, qualora Milano e Roma risultassero contendibili, Meloni potrebbe sfruttare il suo “brand” anche a livello locale, trascinando alle urne l’elettorato conservatore, tradizionalmente meno partecipe. Oltre alle valutazioni di consenso, ragiona Francesco Verderami sul Corriere, l’Election day offre una giustificazione istituzionale di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha già dimostrato di richiedere il passaggio parlamentare per la formalizzazione delle crisi.
Annunciare l’accorpamento delle schede consentirebbe alla premier di motivare l’anticipata conclusione del mandato davanti alle Camere con ragioni di efficienza e risparmio, preservando l’idea di una maggioranza solida e coesa.
Ma la vera notizia sono i contatti tra la Presidenza del Consiglio e la segreteria del Pd: l’elemento decisivo, infatti, potrebbe essere l’appoggio di Elly Schlein, che nel frattempo ha fretta di consolidare la propria leadership interna evitando una lunga fase di logoramento.
LE DATE IPOTIZZATE
Le ipotesi di calendario dipendono dai tempi dell’iter legislativo e dalle prescrizioni normative. La prima data presa in considerazione è la domenica del 18 aprile, primo giorno utile all’interno della finestra legale prevista per le amministrative. Un’opzione che garantirebbe il rispetto dei termini di legge e la maturazione dei requisiti previdenziali per i parlamentari. Tuttavia, la scadenza di aprile impedirebbe la formalizzazione dei decreti attuativi della manovra finanziaria, depotenziandone i benefici.
Per ovviare a questo vincolo tecnico, l’esecutivo starebbe valutando anche le date del 23 maggio e del 30 maggio, scadenze che consentirebbero di completare gli atti amministrativi legati alla legge di Stabilità e di svolgere i successivi turni di ballottaggio per i sindaci entro il termine limite di metà giugno.

