Onu: l’embargo sulle armi nel Darfur viene esteso di un mese, Washington vuole allargarlo a tutto il Sudan ma Mosca chiude la porta.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato all’unanimità venerdì scorso una risoluzione che proroga di un solo mese l’embargo sulle armi nella regione occidentale sudanese del Darfur.
La decisione lascia aperto il confronto su una proposta americana che vorrebbe estendere il divieto a tutto il Sudan, per spingere esercito e paramilitari a chiudere una guerra intestina iniziata nell’aprile 2023 e diventata una delle peggiori crisi umanitarie del mondo.
IL VOTO E LO SCONTRO USA-RUSSIA
Come riporta Al Jazeera, i 15 membri del Consiglio hanno approvato venerdì la breve estensione, che mantiene in vita le misure già esistenti e dà teoricamente tempo alle trattative. Molto contrariato, il vice ambasciatore americano Jeff Bartos ha definito l’attuale regime di controllo delle armi “obsoleto da oltre vent’anni” e “insufficiente rispetto alle realtà della guerra di oggi”.
Washington chiede di allargare l’embargo a tutto il territorio, di sanzionare anche violenze sessuali legate al conflitto, rapimenti a scopo di riscatto e attacchi al personale umanitario, e di rafforzare il panel di esperti. Bartos ha affermato che un’ulteriore proroga dell’embargo sul solo Darfur “non è un’opzione”. “L’inazione significa più sofferenza e morte”, ha avvertito. “Questo è inaccettabile e ci rifiutiamo di avallare il mantenimento dello status quo”, ha aggiunto.
La Russia, che sostiene il governo di Khartoum, ha però chiuso ogni spiraglio. Come sottolinea l’Associated Press, la viceambasciatrice Anna Evstigneeva ha dichiarato che Mosca “non permetterà nemmeno un accenno di allargamento delle restrizioni”. Evstigneeva ha chiesto perché gli Stati Uniti insistano ora, “quando le forze governative hanno un vantaggio definito sul terreno”, e non nel 2023, quando le Rapid Support Forces minacciavano la capitale. Dal canto suo, l’ambasciatore sudanese Al-Harith Mohamed (nella foto) ha replicato che un embargo totale contradice il diritto all’autodifesa riconosciuto dalla Carta dell’Onu.
DAL DARFUR DEL 2003 ALLA GUERRA DI OGGI
L’embargo sul Darfur risale al 2003, quando i ribelli insorsero contro il governo dell’ex dittatore islamista Omar al-Bashir. La risposta fu fatta di bombardamenti e di milizie collegate al governo note come Janjaweed che furono accusate di massacri e stupri: il bilancio delle violenze di allora parla di 300 mila morti e 2,7 milioni di sfollati.
La guerra attuale, nata dallo scontro tra le Forze armate sudanesi guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo, ha già ucciso almeno 59 mila persone, anche se le organizzazioni umanitarie temono un bilancio ben più alto. Il conflitto ha messo in fuga circa 13 milioni di persone, devastato Khartoum e spinto intere aree del Paese verso la carestia.
UNA PARTIZIONE DI FATTO
Come analizza The Times of Israel, il vastissimo territorio del Sudan sta assumendo i tratti di una partizione di fatto. A Port Sudan il governo riconosce Burhan e tiene in vita ministeri, passaporti e amministrazione civile. A Nyala, nel Darfur meridionale, le RSF raccolgono tasse, nominano funzionari e costruiscono istituzioni parallele, inclusa una banca centrale informale.
L’esercito di al-Burhan controlla nord, est e gran parte del centro; i paramilitari tengono il Darfur e fette del Kordofan. Altri gruppi armati, come l’SPLA-N e l’SLA di Abdel Wahid al-Nur, complicano ulteriormente la mappa. Né l’una né l’altra parte riesce a piegare l’avversario su un territorio estesissimo.
“Mentre gli organismi internazionali e i governi stranieri – scrive il Times of Israel – continuano a riconoscere sulla carta un unico stato sudanese, la realtà territoriale riflette sempre più due centri di autorità rivali, circondati da zone contese e amministrazioni armate più piccole”.
CHI FINANZIA CHI
Sono molte le potenze accusate di ingerire nel conflitto. Egitto, Arabia Saudita, Repubblica islamica e Turchia hanno rafforzato in vario modo l’esercito regolare; gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di sostenere le RSF, anche se Abu Dhabi nega. La Russia guarda al Mar Rosso e ai circuiti dell’oro. La Cina ha avvertito che un embargo nazionale potrebbe aggravare la crisi e favorire la frammentazione.
Nel frattempo il World Food Programme (Pam) ha dovuto tagliare gli assistiti da 5 a 3,5 milioni. “Il mondo continua a mandare armi quando dovrebbe mandare cibo e ripari, e quando l’attenzione, l’energia e lo sforzo dovrebbero essere rivolti al tentativo di porre fine a questo conflitto”, ha detto Carl Skau del Pam, citato dall’Associated Press.
Intanto un attacco aereo a convogli del Pam nel Kordofan meridionale ha distrutto oltre cinquanta tonnellate di aiuti umanitari. In questo quadro, un mese di proroga dell’embargo sembra poco più di una tregua effimera.

