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Fiano antisemitismo

Ddl antisemitismo, perché Fiano pensa di lasciare il Pd

Il presidente di Sinistra per Israele e deputato del Pd Emanuele Fiano pronto a lasciare il partito

Il voto del Partito democratico sul ddl antisemitismo diventa per Emanuele Fiano una questione di appartenenza politica. Il deputato dem scrive sul Foglio che, se il Pd confermerà alla Camera il voto contrario al provvedimento, quella scelta rappresenterà per lui “un confine invalicabile”.

La decisione finale è attesa nel prosieguo dell’esame parlamentare del testo, approvato dal Senato il 4 marzo e ora all’esame della Camera.

LA FRATTURA CON IL PD

Fiano, milanese classe 1963, è stato consigliere comunale a Milano per i Ds, presidente della Comunità ebraica milanese tra il 1998 e il 2001, quindi deputato dell’Ulivo e del Partito democratico per quattro legislature. Dal 2005 è legato a Sinistra per Israele, di cui oggi è presidente. È anche figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e sopravvissuto alla Shoah.
È proprio ad Auschwitz-Birkenau che Fiano racconta di avere appreso la decisione del Pd di votare contro il ddl. Nel suo intervento sul Foglio prende le distanze dalla lettura personalistica della vicenda: “La mia persona e le mie decisioni contano niente. Conta il merito di quello che sta accadendo”. Il punto, sostiene, è la direzione politica assunta dal partito e il ruolo della sinistra nel contrasto all’antisemitismo.

COME FUNZIONA IL DDL ANTISEMITISMO E COSA PREVEDE

Come noto, il pomo della discordia è l’adozione della definizione di antisemitismo fissata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, l’Ihra. Il ddl approvato dal Senato la recepisce ai fini delle attività e delle disposizioni previste dalla legge e, nello stesso articolo, stabilisce che restano ferme la libertà di critica politica, di espressione del pensiero, di riunione e di associazione.

Il nodo più delicato riguarda il rapporto tra la definizione e la libertà di espressione. Il Pd contesta il rischio che l’inserimento della definizione nella legge possa produrre effetti restrittivi sulla critica a Israele. È la stessa obiezione sintetizzata dalla segretaria Elly Schlein, secondo cui il riferimento agli indicatori della definizione potrebbe creare un problema per la libertà di dissenso.

FIANO: IL PD HA CAMBIATO POSIZIONE?

È su questo punto che Fiano accusa il Pd di aver cambiato linea. Secondo l’ex deputato, la definizione Ihra non è incompatibile con la possibilità di criticare il governo israeliano, l’esercito o le violenze dei coloni: “Criticare Israele come si critica qualsiasi altro paese non è antisemitismo”.
Fiano mette sul tavolo un precedente che considera decisivo. Nel 2017 Elly Schlein, allora eurodeputata eletta con Possibile, sottoscrisse una proposta di risoluzione del Parlamento europeo contro l’antisemitismo. La successiva risoluzione del 1° giugno 2017 invitava gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue ad “adottare e applicare” la definizione Ihra.

L’Italia ha poi adottato la definizione nel 2020, durante il governo Conte II, e l’ha inserita nel percorso che ha portato alla Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo. La Presidenza del Consiglio ricostruisce infatti il lavoro avviato nel 2020 e indica la definizione Ihra come riferimento della strategia nazionale.

Fiano considera quindi il voto contrario del Pd un cambio di posizione che, a suo giudizio, dovrebbe essere spiegato politicamente. Anche perché il partito s’è fatto latore di battaglie, a cui egli stesso ha aderito, contro antiziganismo, omotransfobia e islamofobia, a dimostrazione della necessità di intervenire singolarmente sulle varie forme di discriminazione, senza considerare una battaglia escludente per le altre.

IL NODO GIURIDICO

E del resto, per Fiano il testo approvato dal Senato presenta una struttura prevalentemente preventiva. Dalla sua prospettiva, l’articolo 1 salva espressamente libertà di critica politica ed espressione del pensiero, mentre il provvedimento prevede una strategia nazionale, attività di monitoraggio, formazione e iniziative nei diversi ambiti pubblici. Il Senato, nel resoconto dell’approvazione, ha inoltre precisato che il testo non introduce nuove sanzioni penali e che è stato eliminato l’articolo relativo al possibile divieto di manifestazioni proprio per evitare ambiguità rispetto alla libertà di critica politica.

Ed è qui che Fiano chiede dunque ai contrari al provvedimento di spiegare quale concreta disposizione trasformerebbe la legge in uno strumento di censura. Nel suo testo cita anche l’ipotesi di un esponente Pd – nello specifico, il riferimento va ad Arturo Scotto – che critichi l’azione di Israele o partecipi a una manifestazione per i diritti dei palestinesi e domanda quale norma del ddl renderebbe quelle condotte concretamente punibili.

FIANO LASCIA IL PD?

Fiano lega così la sua permanenza nel Partito democratico all’esito del voto sul ddl. Lo ha detto anche in un’intervista al Corriere della Sera: “È il mio orientamento”, spiegando che non si tratterebbe di una decisione impulsiva ma di una scelta maturata sul piano politico e personale.

Il tema era già emerso nei mesi scorsi. Ad aprile il deputato aveva contestato la richiesta del Pd milanese di sospendere il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, chiedendo un cambio di linea. Oggi l’avvertimento è ben più netto: “Nessuna casa è obbligatoriamente per sempre, dipende dalle scelte che si fanno. Quello che sta succedendo al Pd su questo voto non è perdere l’adesione di Emanuele Fiano e di quelli che la pensano come me, è perdere sé stessi”.

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