Etiopia, il Tigray riaccende la guerra: l’intensificarsi degli scontri tra l’esercito federale e le forze provenienti dalla regione settentrionale fanno temere che l’accordo di pace che nel 2022 ha posto fine a una devastante guerra di due anni possa fallire.
A quasi quattro anni dalla tregua che chiuse una delle guerre più mortali del secolo, l’Etiopia è di nuovo sull’orlo dello scontro aperto. Le forze del Tigray e l’esercito federale si combattono nel Nord e nelle regioni vicine: ciascuna accusa l’altra di aver attaccato per prima e un’alleanza di gruppi armati chiede la caduta del primo ministro etiope Abiy Ahmed. Lo spettro di un secondo conflitto, e di un incendio regionale, è tornato ad affacciarsi concretamente.
LO SCOPPIO DEGLI SCONTRI
Come riporta la BBC, i combattimenti sono ripresi nella regione settentrionale del Tigray tra le milizie fedeli al Tigray People’s Liberation Front (TPLF) e l’esercito nazionale. Come riferisce il Guardian, il vicepresidente del TPLF, Amanuel Assefa, ha dichiarato all’AFP: “Ci troviamo ora in una situazione di guerra su vasta scala”. Ha confermato che le forze tigrine stanno combattendo al fianco di gruppi armati locali nelle regioni di Afar e Amhara.
Il TPLF ha preso il controllo degli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire. Ethiopian Airlines ha sospeso i voli e i residenti, ancora segnati dall’assedio del 2020-2022, hanno ricominciato a fare scorte di cibo e contanti. Internet e telefoni sono andati in tilt in una società ormai largamente priva di fonti di reddito.
Il fronte tigrino sostiene di aver reagito a un’offensiva federale, anche con droni. Addis Abeba, al contrario, parla di un attacco preventivo lanciato dal TPLF verso Amhara e Afar.
L’Economist sottolinea che gli scontri si sono già estesi al Tigray meridionale e intorno a Weldiya, snodo stradale verso la capitale. L’esercito ha rivendicato di aver sventato gli assalti e messo fuori combattimento oltre cinquecento miliziani, cifra non verificata in modo indipendente.
PERCHÉ LA PACE NON HA TENUTO
L’accordo di Pretoria, mediato dall’Unione Africana nel novembre 2022, fermò la guerra aperta ma non chiuse i dossier che l’avevano alimentata.
Al Jazeera ricorda che il più avvelenato resta il Tigray occidentale, occupato dai combattenti amhara nei primi mesi del conflitto. Centinaia di migliaia di tigrini fuggirono e oggi vivono in campi profughi. Il TPLF pretende il ritorno immediato dei territori e degli sfollati; il governo parla di un referendum.
Persistono anche la crisi istituzionale e il disarmo incompleto: Addis Abeba accusa i tigrini di aver consegnato solo armi obsolete. Quest’anno la fazione di Debretsion Gebremichael ha smantellato l’amministrazione ad interim voluta da Abiy e ha ripreso il controllo della regione, lasciando scoperti stipendi e servizi.
UN’ALLEANZA CONTRO ABIY
Il 20 settembre sette formazioni armate, tra cui TPLF, Fano amhara e Esercito di liberazione oromo, hanno lanciato l’Alleanza delle Forze Popolari Etiopiche per la Sopravvivenza, con l’obiettivo dichiarato di cacciare Abiy. Sottolinea l’Economist che si tratta di un capovolgimento clamoroso: solo quattro anni fa Fano ed Eritrea combattevano al fianco di Addis Abeba contro i tigrini. Oggi il governo accusa Asmara di armare e finanziare i ribelli, accusa sempre smentita.
L’alleanza, avvertono gli analisti citati da Al Jazeera, è però fragile. Tigrini e amhara restano divisi sul destino del Tigray occidentale e gli interessi dei singoli gruppi, sparsi tra Oromia, Afar e Somali, coincidono solo nel rifiuto di Abiy.
LO SPETTRO DI UNA GUERRA REGIONALE
Se i ribelli dovessero isolare Weldiya o interrompere la strada per Gibuti, da cui dipende quasi tutto il commercio etiope, lo scontro potrebbe uscire dai confini. L’Economist avverte che il presidente eritreo Isaias Afwerki, sentitosi tradito dalla pace del 2022 e allarmato dalle mire etiopi sul porto di Assab, potrebbe far entrare le sue truppe in Etiopia.
Anche il Sudan entra nel quadro: l’esercito di Khartoum è vicino ad Asmara e in rotta con Addis Abeba, che sostiene i suoi avversari. Un ufficiale del TPLF citato dallo stesso settimanale britannico prevede già il coinvolgimento nei combattimenti di Eritrea e Sudan.
DIPLOMAZIA IN CORSA E FIDUCIA AI MINIMI
L’Unione Africana ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità e il ritorno ai colloqui, incaricando l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo di mediare tra le parti. Analoghi appelli sono arrivati da Onu, Autorità intergovernativa per lo sviluppo e Unione Europea.
Parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la settimana scorsa, il presidente etiope ha denunciato “forze della distruzione” e interferenze esterne. La fiducia tra le parti è ai minimi storici, e l’accordo di Pretoria resiste ormai solo sulla carta.
Nella foto il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed Ali

