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Mps-Intesa, chi dice no ai piani di Lovaglio

Il fronte del no al piano di acquisizioni di Lovaglio pesa già per oltre un terzo del capitale, i proxy advisor bocciano le due offerte e Crédit Agricole chiude la porta su Banco Bpm. Intanto a Siena l’apertura a Intesa del presidente della Fondazione Mps, Riccardo Coppini, fa discutere, mentre resta da capire chi metterà nero su bianco le garanzie per la città se una parte del Monte andasse in dote a Unipol per poi unirsi a Bper

Il 29 ottobre gli azionisti di Monte dei Paschi saranno chiamati a pronunciare il loro vita aut mors sul piano presentato quest’estate dall’ad Luigi Lovaglio. Al centro del voto ci saranno le due offerte su Banco Bpm e Banca Generali. Un progetto ambizioso che però arriva all’assemblea con una parte importante degli azionisti già schierata contro. Ma dire no a Lovaglio non vuol dire necessariamente dire sì a Intesa: anzi, potrebbe essere l’occasione, per alcuni azionisti, di provare ad alzare ancora il prezzo. 

Intesa finora si è mostrata disponibile a qualche cambiamento. Ha già aumentato di 25 centesimi per azione la componente in contanti della sua offerta e ha cercato di rassicurare Siena sul futuro della banca. L’ad Carlo Messina ha promesso che, nonostante i cambiamenti previsti per il Monte, non ci sarà un taglio netto con la città che gli ha dato i natali. Ma se si considera che Intesa non assorbirebbe il Monte intero, bensì lo dividerebbe, chi può davvero garantire a Siena ciò che Intesa promette?

L’ordine del giorno dell’assemblea conta dieci punti, cinque ordinari e cinque straordinari. Nella parte straordinaria, oltre alle due Ops su Banco Bpm e Banca Generali, gli azionisti voteranno la fusione per incorporazione di Mediobanca, già acquisita dal Monte nel 2025 ma ad oggi ancora una società distinta, la riorganizzazione delle attività tra Mps, Mediobanca Premier e Widiba e la riduzione volontaria del capitale sociale. In quella ordinaria ci saranno invece la nomina di Gianluca Brancadoro e Alessandro Caltagirone nel consiglio di amministrazione, l’acquisto e la vendita di azioni proprie, le modifiche ai piani di incentivazione, il trasferimento a Mps della partecipazione in Assicurazioni Generali detenuta da una controllata e una distribuzione straordinaria ai soci, in denaro e azioni Generali.

IL FRONTE DEL NO: DELFIN, CALTAGIRONE E GLI ALTRI AZIONISTI

A schierarsi contro le due Ops su Banco Bpm e Banca Generali troviamo in prima linea Delfin, primo azionista con il 17,6%, poi Fgc, il gruppo di Caltagirone con circa il 13,5%, il fondo norvegese Norges Bank con circa il 3%, Edizione della famiglia Benetton con l’1,45%, Praude con lo 0,72% e Fondaco Lux con lo 0,41% — che insieme rappresentano circa il 36,7% del capitale, abbastanza per mettere in difficoltà il corso delle offerte al vaglio.

Delfin è quella che si è spinta più avanti. La holding della famiglia Del Vecchio ha già sottoscritto un accordo, reso pubblico da Intesa il 9 ottobre, con cui si impegna a consegnare tutte le sue 534.676.825 azioni Mps, pari al 17,6% del capitale, e a votare in assemblea in modo coerente con le condizioni dell’offerta di Intesa. Ma all’interno di Delfin non erano proprio un coro all’unisono. Secondo quanto ricostruito dalla Stampa il 9 ottobre, Francesco Milleri e Mario Notari sarebbero stati i soli ad aver espresso delle riserve sull’operazione, preferendo mantenere il sostegno a Lovaglio. Alla fine, però, è prevalsa la linea favorevole all’accordo con Intesa.

Diversa la posizione di Francesco Gaetano Caltagirone. L’8 ottobre la holding Fgc ha annunciato che voterà contro tutti e cinque i punti dell’assemblea straordinaria. La decisione è stata presa all’unanimità dal consiglio ma Caltagirone aveva già mostrato le proprie perplessità parecchio prima del lancio delle due ops. In un’intervista al Corriere della Sera del 13 maggio aveva espresso dubbi sull’ipotesi di un’aggregazione tra Mps e Banco Bpm, che avrebbe potuto spostare il baricentro della banca verso Nord, e sull’eventuale cessione della partecipazione in Generali avuta in dote con Mediobanca, considerata troppo strategica. A Lovaglio aveva riconosciuto il merito di aver risanato il Monte, salvo poi osservare che “non esiste un uomo per tutte le stagioni”, lasciando intendere che le qualità servite per rimettere in piedi la banca potrebbero non bastare per guidarla nella fase successiva. A differenza di Delfin, però, Caltagirone non risulta aver firmato un accordo per consegnare le proprie azioni a Intesa. Una differenza che lascia aperta, almeno sulla carta, la possibilità di negoziare condizioni migliori.

I NUMERI DELL’ASSEMBLEA

La matematica rende evidente la difficoltà di far approvare le due Ops. Ipotizzando una partecipazione dell’80% del capitale e che il blocco contrario resti fermo al 36,7% circa, anche se tutti gli altri azionisti presenti votassero a favore, le due offerte raccoglierebbero soltanto il 54,1% del capitale rappresentato in assemblea, mentre per approvare le delibere straordinarie servirebbero i due terzi, ovvero circa il 66,7%. Senza quindi un cambiamento di posizione da parte di alcuni grandi azionisti, o una loro mancata partecipazione, il piano non raggiungerebbe la soglia richiesta.

Restano poi il Mef, con circa il 4,9%, che ha annunciato l’intenzione di non partecipare al voto, e Banco Bpm, che detiene circa il 3,7% e potrebbe a sua volta non partecipare. E poi ci sono i grandi fondi internazionali, da BlackRock a Vanguard, che non hanno ancora espresso pubblicamente una posizione definitiva. Ma, come abbiamo visto sopra, se il blocco contrario restasse tale e quale a quello noto, anche il loro eventuale sostegno non basterebbe da solo a ribaltare la situazione.

E non sono soltanto gli azionisti del Monte a mettere i bastoni tra le ruote alle due acquisizioni. C’è anche Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm, che ha già fatto sapere di non voler consegnare le proprie azioni all’offerta di Mps. A dirlo è stato l’amministratore delegato Olivier Gavalda. Quindi, anche se il piano dovesse superare il voto del 29 ottobre, resterebbe comunque da convincere gli azionisti delle banche che vuole acquisire.

PERCHÉ ISS E GLASS LEWIS BOCCIANO IL PIANO

A pesare sulle scelte degli investitori istituzionali ci sono poi i pareri negativi di ISS e Glass Lewis, i due proxy advisor che orientano le decisioni di voto di molti fondi. Entrambi hanno giudicato le offerte su Banco Bpm e Banca Generali troppo complesse e rischiose. Mps sta ancora integrando Mediobanca  e lanciarsi in due acquisizioni, senza accordi preliminari e con un consiglio di amministrazione diviso, sarebbe un’impresa piuttosto titanica.

IL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE MPS GUARDA A INTESA

A Siena ha fatto discutere l’apertura a favore di Intesa da parte del presidente della Fondazione Mps, Riccardo Coppini. Il 16 ottobre, con una nota diffusa dalla stessa Fondazione, il presidente ha annunciato che avrebbe proposto agli organi dell’ente una valutazione positiva dell’offerta di Intesa Sanpaolo e la conseguente adesione. Secondo Coppini, l’operazione potrebbe rappresentare un’opportunità per la Fondazione e avere ricadute positive sull’economia e sulla società senese.

La sindaca Nicoletta Fabio e la presidente della Provincia Agnese Carletti hanno chiesto chiarimenti e ribadito la necessità di tutelare l’integrità del Monte, la direzione generale a Siena e i posti di lavoro. Il 23 ottobre è arrivata anche la posizione della Deputazione Generale della Fondazione, che all’unanimità ha espresso un indirizzo favorevole al progetto di Lovaglio, ritenendolo più adatto a conservare l’indipendenza e l’identità della banca. Senza però chiudere la porta a offerte esterne, da valutare qualora il piano non passasse in assemblea.

La Fondazione nasce da una costola del Monte ed era un tempo suo principale azionista. Oggi possiede circa lo 0,2% del capitale e questo non le dà di certo un peso decisivo nell’assemblea. Ma, a pochi giorni dal 29 ottobre, l’apertura personale di Coppini, seppur seguita dall’indirizzo contrario della Deputazione Generale, indebolisce l’immagine di un fronte interno granitico sul futuro della banca.

Ma che cosa potrebbe significare per Siena il progetto di Intesa? Su questo punto il 20 ottobre Milano Finanza scrive  “L’ambizione di intesa San Paolo di contribuire ad un progetto di sistema per il Paese merita di essere valutata per il suo potenziale di sviluppo complessivo: non una semplice operazione di dimensionamento industriale ma un percorso capace di tenere insieme efficienza, responsabilità, capitale umano e radicamento.” Intesa Sanpaolo “ha sicuramente dimensioni superiori per raggiungere quegli obiettivi”,  ma occhio a non “considerare la banca soltanto come un insieme di attività da riorganizzare, dimenticando le relazioni che rendono quelle attività produttive e legittime nel tempo”. Considerando la divisione che si prospetterebbe per il Monte, diventa ancora più importante capire chi dovrà preservare quel legame con Siena e con quali impegni.

LA RICHIESTA DI GARANZIE SCRITTE

A ricordare che verba volant, scripta manent è stato l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, che il 18 ottobre ha scritto un intervento su La Nazione in cui invita la politica senese a smettere di inseguire rassicurazioni a voce e a chiedere impegni precisi. Piccini parte dal comunicato del 3 ottobre, con cui Intesa ha aumentato la componente in contanti dell’offerta, dicendo che in quel documento c’è già un capitolo dedicato a Siena: un polo tecnologico legato all’università, una sede secondaria di strutture centrali, più credito al territorio e la possibilità di una direzione commerciale in Toscana. Ma quelle promesse, osserva l’ex sindaco, “Sono impegni vaghi, senza numeri né date (…) Siena deve chiedere che vi entrino addetti, tempi e funzioni precisi”. Il riferimento è al Documento di Offerta, ancora all’esame della Consob, che dovrebbe essere modificato per recepire il comunicato di Intesa. È lì, secondo l’ex sindaco, che le promesse dovrebbero essere messe nero su bianco per poi diventare oggetto di un accordo con Comune, Provincia, Regione e Fondazione, accompagnato da verifiche periodiche.

Se il Monte venisse diviso, alcune delle garanzie più importanti per Siena, come l’hub direzionale per il Centro e il Sud e la tutela dell’occupazione, dipenderebbero anche da Unipol. Ma se e’ cosi, osserva Piccini, “l’offerente garantisce promesse che non dipendono da lui” e, aggiunge, “una garanzia riferita da un terzo è una cortesia, non un impegno”. Chi dovrebbe, allora, mettere davvero la firma su quelle promesse?

Intanto, prima che si apra il periodo di adesione all’offerta di Intesa, previsto indicativamente tra novembre e dicembre dopo il via libera della Consob, c’è l’assemblea del 29 ottobre. Il perimetro di Mps non pare prossimo ad allargarsi e Intesa, salvo sorprese in assemblea, sembra avere la strada spianata. Per Siena opporsi alla divisione del Monte non dovrebbe escludere la possibilità di negoziare fin da ora le condizioni alle quali potrebbe avvenire. Sarebbe un modo per contribuire a indirizzare il futuro della banca e provare a incidere sulle ricadute per lavoratori e imprese del territorio. Altrimenti il rischio e’ di ritrovarsi, a cose fatte, senza altra scelta che subire le condizioni dettate dagli altri.

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