Nel risiko bancario è possibile dirsi neutrali? Dal rischio di danno erariale alle decisioni sul Golden Power, il Mef deve valutare attentamente le sue mosse
Nell’intricato puzzle del risiko bancario, il Governo ha fatto della neutralità la sua stella polare. Come sottolineato a giugno dal ministro Giancarlo Giorgetti, il Mef punta a uscire dal capitale di Mps alle migliori condizioni di mercato, senza prender parte nella tenzone tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena.
Ma cosa significa esattamente essere neutrali in questa complessa partita? Perché, come nota Paolo Puri oggi su Repubblica, “la neutralità, quando entra in un procedimento societario, non può essere una categoria astratta”. Per la risposta bisognerà probabilmente attendere il 29 ottobre, giorno in cui è fissata la prossima assemblea di Mps.
ESSERCI O NON ESSERCI FA DIFFERENZA
C’è infatti un’enorme differenza tra non esserci e astenersi. Chi non prende parte alla votazione non incide sulla base di calcolo della maggioranza. Chi invece è presente ma sceglie di astenersi viene comunque conteggiato e, di fatto, aumenta il numero di voti favorevoli necessari per approvare la delibera. Ecco perché parlare semplicemente di neutralità può essere fuorviante: bisogna vedere come questa neutralità si traduce nei comportamenti e quali conseguenze produce.
IL VINCOLO DELLA PLUSVALENZA
La posizione dello Stato è inoltre ancorata a un investimento di proporzioni imponenti, con una quota che ammonta al 4,863% e un controvalore che lo stesso Giorgetti stimava in circa un 1 miliardo e 600 milioni di euro.
Questa ingente partecipazione rende il disimpegno un’operazione complessa, specialmente perché i titoli in mano al Ministero dell’Economia hanno tratto beneficio dall’offerta di Intesa. “Se l’offerta venisse meno e il valore di mercato delle azioni si riducesse”, ragiona Puri, “il tema non sarebbe più soltanto politico. Diventerebbe un problema di gestione del patrimonio pubblico. Quando il patrimonio è dello Stato, anche la rinuncia a una scelta può avere un costo economico. La neutralità, quindi, deve misurarsi anche con le sue eventuali conseguenze. Ed è qui che il problema della neutralità incontra quello, assai più concreto, dell’eventuale danno erariale“.
GOLDEN POWER E RADICAMENTO TERRITORIALE: LE REGOLE VALGONO PER TUTTI?
E persino il radicamento territoriale, citato spesso in difesa della doppia offerta di Lovaglio, è in realtà una questione ben più problematica di com’è stata posta fin qui. Infatti, qualora andasse in porto l’operazione di Mps, il medesimo problema di salvaguardia applicato agli sportelli toscani ricadrebbe inevitabilmente su Bpm, con il territorio lombardo nella stessa condizione.
Disomogeneità che si acuiscono se si pensa all’utilizzo del Golden Power. Secondo Puri, l’eventuale nuovo aggregato tra l’istituto senese e quello milanese potrebbe infatti incidere sulla posizione del gruppo estero Credit Agricole e, contestualmente, modificare l’attuale assetto azionario di Generali. Quest’ultima evoluzione comporterebbe la possibile dispersione dell’azionista che fino a oggi ha garantito stabilità, indipendenza e italianità alla maggiore compagnia assicurativa del Paese. Il concetto di italianità, se invocato come interesse strategico meritevole di protezione per una banca, deve essere considerato con il medesimo metro di giudizio quando mutano gli equilibri di altri colossi finanziari.
ESISTE LA NEUTRALITÀ IN FINANZA?
Insomma, chiude Puri: “la neutralità è come la santità: un ideale elevato, ma difficile da raggiungere. Nel mondo della finanza, poi, la neutralità assoluta rischia di essere una contraddizione in termini. Non scegliere produce un effetto; astenersi produce un effetto; non intervenire produce un effetto. Non è la dichiarazione di neutralità a rendere neutrale un comportamento. Sono i suoi effetti a dimostrarlo. Nel risiko bancario, sarebbe dunque utile cominciare a parlare meno degli annunci e più delle conseguenze”

