Il centrodestra valuta l’election day in primavera insieme alle amministrative, ma il giudizio della Corte costituzionale sulla nuova legge elettorale può cambiare i piani. Ecco gli scenari
Maggio o settembre 2027? Questo è l’interrogativo che attanaglia il governo sulle prossime elezioni politiche. Da una parte c’è l’ipotesi di anticipare il voto alla primavera, accorpandolo alle elezioni amministrative previste in numerose città italiane. Dall’altra, la possibilità di arrivare all’autunno – e quindi a ridosso della naturale scadenza della legislatura. A rendere più incerto il calendario è anche la Corte costituzionale: il suo pronunciamento sui ricorsi relativi alla nuova legge elettorale potrebbe incidere sulle valutazioni e sui tempi.
LA CONSULTA E IL FUTURO DELLO STABILICUM
La variabile principale è la nuova legge elettorale, lo Stabilicum, approvato definitivamente a ottobre e già al centro di una serie di ricorsi. Secondo Quotidiano Nazionale, 25 tribunali hanno ricevuto le iniziative promosse dalla Rete per un voto libero e uguale, con l’obiettivo di ottenere una pronuncia di incostituzionalità prima delle prossime politiche. La prima udienza è fissata per il 16 dicembre a Trento.
Il calendario delle elezioni s’incrocia quindi con quello della Corte costituzionale: infatti, se tra la fine di gennaio e febbraio arrivasse una decisione con correzioni circoscritte e immediatamente applicabili, resterebbe aperta la possibilità di votare a maggio. Se, viceversa, la Consulta dovesse individuare profili da correggere senza indicare una soluzione immediatamente applicabile, il Parlamento dovrebbe intervenire nuovamente sulla legge e quindi sarebbe molto complicato anticipare le elezioni.
MAGGIO, L’IPOTESI DELL’ELECTION DAY CON LE COMUNALI
L’ipotesi della primavera consentirebbe di accorpare le politiche alle amministrative, previste in circa duemila Comuni. Tra le città chiamate al voto ci sono alcune tra le più importanti: Roma, Milano, Napoli e Torino, solo per citare le più grandi. La finestra delle amministrative è compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno 2027, con maggio tra i periodi più plausibili per un eventuale election day. Per Giorgia Meloni, anticipare il voto significherebbe poter scegliere il momento della sfida elettorale senza arrivare alla scadenza naturale della legislatura. La possibilità non dipende soltanto dalla volontà di Palazzo Chigi. Come sottolinea il Corriere della Sera, la decisione della Consulta è la variabile sulla quale la presidente del Consiglio non può intervenire direttamente.
PERCHÉ SI GUARDA ANCHE A SETTEMBRE
Qualora la pronuncia della Consulta dovesse allungare i tempi o rendere necessaria una nuova fase parlamentare, lo scenario autunnale acquisterebbe consistenza. Settembre rappresenterebbe una soluzione intermedia tra le ipotesi di maggio e ottobre 2027 (scadenza naturale della legislatura). L’obiettivo sarebbe evitare di arrivare alle urne in piena sessione di bilancio, quando il nuovo Parlamento dovrebbe occuparsi rapidamente della legge finanziaria 2028. Nel centrodestra le posizioni non coincidono. Matteo Salvini ha manifestato la preferenza per la scadenza naturale, mentre Fratelli d’Italia sembrerebbe orientata ad anticipare il voto. Anche Forza Italia ha lasciato aperta la possibilità di arrivare a fine legislatura.
CHI DECIDE LA DATA DELLE ELEZIONI
La scelta non è una prerogativa esclusiva della presidente del Consiglio. La legislatura è iniziata il 13 ottobre 2022 e, in base all’articolo 60 della Costituzione, Camera e Senato restano in carica cinque anni. L’articolo 61 stabilisce che le nuove elezioni si svolgano entro settanta giorni dallo scioglimento delle precedenti Camere. È però possibile anticipare il voto attraverso lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica, dopo averne sentito i presidenti.
La decisione finale sulla data, quindi, dovrà tenere conto delle valutazioni politiche, dei vincoli costituzionali e del calendario istituzionale. La Consulta non stabilirà quando si voterà, ma il suo giudizio sulla legge elettorale potrebbe restringere o ampliare le opzioni a disposizione della maggioranza.

