Un appuntamento cruciale che sarà inevitabilmente un giudizio politico sull’operato del presidente Donald Trump: tutto sulle midterm Usa
Le elezioni di metà mandato rappresentano uno dei banchi di prova più severi e determinanti della democrazia statunitense.
Fissate per legge il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre degli anni pari che non coincidono con le presidenziali, storicamente le midterm hanno causato più di qualche grattacapo agli inquilini della Casa Bianca. Dal 1934 al 2022, infatti, soltanto in tre occasioni il partito del presidente è riuscito a guadagnare seggi alla Camera, impresa riuscita a Franklin Delano Roosevelt, a Bill Clinton, e a George W. Bush.
Precedenti nefasti che potrebbero punire anche Donald Trump, la cui agenda politica è appesa a margini di maggioranza estremamente sottili in entrambi i rami del Parlamento.
IL MECCANISMO DELLE MIDTERM
Le midterm rinnovano interamente la composizione del potere legislativo federale, interessando tutti i rappresentanti della Camera e un terzo dei senatori. Alla Camera dei Rappresentanti in palio ci sono tutt’e e 435 i seggi. Attualmente la maggioranza spetta ai repubblicani, che però controllano 218 seggi, ossia il minimo indispensabile per non incorrere nell’impasse di un governo “diviso”. Ai Democratici basterebbero 3 seggi per strappare il controllo dell’aula e la presidenza, mentre il margine di errore per la maggioranza repubblicana è ridottissimo.
Quanto al Senato, che è composto in tutto da 100 seggi – 2 per Stato – si vota in questa tornata per 35 posti: le cariche senatoriali vengono infatti rinnovate ogni due anni per un terzo, ossia 33 seggi, cui in questo caso vanno aggiunte le caselle lasciate sguarnite da JD Vance e da Marco Rubio, entrambi dimissionari dopo essere entrati nell’amministrazione americana. Al momento i democratici sono in minoranza (47 a 53) ma è difficile che il GOP riesca a batterli negli Stati che andranno al voto, fatta eccezione per il Michigan, dove la coalizione a sostegno di Abdul El-Sayed si è spaccata.
GLI SCENARI PER TRUMP
A seconda dell’esito delle urne, gli analisti politici delineano tre scenari principali che potrebbero ridefinire drasticamente i rapporti di forza a Washington. Il primo scenario, considerato il più probabile dai mercati predittivi e dai modelli statistici, è quello del “governo diviso”, nel quale i Democratici riconquistano almeno un ramo del Congresso, bloccando di fatto l’agenda legislativa dell’amministrazione e ottenendo poteri di veto sul bilancio federale, oltre alla facoltà di avviare incisive indagini parlamentari e mandati di comparizione sulle attività governative.
Il secondo scenario prevede una riconquista democratica totale di entrambe le camere, un esito che paralizzerebbe completamente l’azione del presidente Donald Trump, impedendo l’approvazione di leggi di stampo conservatore e bloccando sistematicamente le nomine presidenziali per i giudici federali, i membri della Corte Suprema e i principali funzionari di governo.
Il terzo scenario, più favorevole ma complesso da difendere, si concretizza se i Repubblicani riescono a mantenere il controllo unificato del Paese, blindando i distretti chiave e preservando la maggioranza al Senato, garantendo così al presidente Donald Trump la strada spianata per approvare riforme fiscali, nomine giudiziarie d’indirizzo conservatore e modifiche strutturali alla spesa pubblica senza dover scendere a patti con l’opposizione.
ANCHE 34 STATI ALLE URNE: ECCO QUALI
Contemporaneamente alle consultazioni federali per il Congresso, il panorama elettorale americano si arricchisce di un’imponente tornata locale che vede il rinnovo dei governatori in 36 Stati su 50. La Costituzione federale riconosce infatti ai singoli territori nella gestione dei propri calendari elettorali.
I cittadini sono chiamati alle urne per eleggere il vertice dell’esecutivo locale in Alabama, Alaska, Arizona, Arkansas, California, Colorado, Connecticut, Florida, Georgia, Hawaii, Idaho, Illinois, Iowa, Kansas, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Nebraska, Nevada, New Hampshire, New Mexico, New York, Ohio, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Vermont, Wisconsin e Wyoming.
La stragrande maggioranza di questi Stati sceglie di far coincidere la propria scadenza elettorale con le midterm poiché, avendo i governatori un mandato della durata di quattro anni, votare negli anni delle elezioni presidenziali rischierebbe di oscurare completamente l’attenzione pubblica sui temi amministrativi e locali, relegandoli in secondo piano rispetto alla sfida per la presidenza. Fanno eccezione casi particolari come quelli del Vermont e del New Hampshire, che prevedono mandati biennali e votano regolarmente sia durante le presidenziali sia durante le midterm, mentre i restanti 14 Stati si dividono tra quanti preferiscono un voto sfasato negli anni dispari e chi opta per formule alternative di sincronizzazione con il calendario nazionale.

